Trentuno dicembre

Trentuno dicembre
(Erri De Luca n. a Napoli il 20/5/1950)

Lascio il sudore starsene seccato sulla pelle
non mi lavo, quest’ultimo dell’anno.
Va bene sulla fronte la mano che fa attrito sul sale,
stropiccia rughe e cala sopra gli occhi.
Aspettavo qualcuno per stasera? Non ricordo,
a lavarmi rinuncio, l’ultimo dell’anno
l’acqua del pozzo è fredda più delle altre giornate.
Se veniva era un’occasione per lavarsi,
andare alla stazione e ritornare in due.
Non andrò alla stazione, a vuoto, neanche per vedere
chi arriva stanotte e per chi.
Fuori stanno bruciando le micce della festa.
Mi è rimasto il sudore e il pensiero di qualcuna
che doveva arrivare per volermi.
Spengo il lume, concludo: mi basta che non sia
la polizia.
E poi domani questo sarà ieri.

(Da: Solo andata, 2014)

Dello stesso autore: DueErri De Luca racconta l’immigrazione dal cimitero di LampedusaFigli dell’orizzonteIl potere dichiara…IstanbulMare nostroNaufragiProntuario per il brindisi di capodannoSei vociTempo di pedoniValore


bambini onduregni

Ultimo atto

Ultimo atto
(Eleanor Ross Taylor Norwood, Carolina del Nord, USA 30/6/1920 – Falls Church, Virginia, USA 30/12/2011)

No, l’anima non lascia il corpo.

È il mio corpo a lasciare l’anima.
Stanco di trasformare pollo fritto e
caffè in muscoli ed escrementi,
stanco di nascondere le lacrime, di tergerle,
stanco di aprire gli occhi su un altro giorno,
stanco soprattutto di quel cuore di carne,
che pompa, che pompa. Di più,
di quel cervello che rimescola incubi.
Il corpo si prepara:
sgancia, spegni, cancella.

Ma allora, credo, un impercettibile litigio
prende vita.
L’anima pare agitare il pugno.
Vuole il cervello? Reclama sogni e incubi?
Si appella ad una clausola che dimostra il suo diritto?

Ci sarà uno scontro. Una lotta mortale.
Sappiamo, ovviamente, chi vincerà…

Ma chi è invece, che osserva?

La vita dell’Omo

La vita dell’Omo
(Giuseppe Gioachino Belli Roma 7/9/1791 – Roma 21/12/1863)

Nove mesi a la puzza: poi in fassciola
tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni:
poi p’er laccio, in ner crino, e in vesticciola,
cor torcolo e l’imbraghe pe ccarzoni.

Poi comincia er tormento de la scola,
l’abbeccè, le frustate, li ggeloni,
la rosalía, la cacca a la ssediola,
e un po’ de scarlattina e vvormijjoni.

Poi viè ll’arte, er diggiuno, la fatica,
la piggione, le carcere, er governo,
lo spedale, li debbiti, la fica,

er zol d’istate, la neve d’inverno…
E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,
viè la Morte, e ffinissce co l’inferno.

18 gennaio 1833

(Da Sonetti romaneschi)

La vita dell’uomo

Nove mesi nella puzza: poi avvolto in fasce
sempre sbaciucchiato, con le croste lattee e i lacrimoni:
poi al laccio, dentro un girello, con una vesticciola,
un copricapo e un’imbragatura al posto dei calzoni.

Poi comincia il tormento della scuola,
l’abbiccì, le frustate per punizione, i geloni per il freddo,
la rosolia, dover far la cacca sul vasetto
e un accenno di scarlattina e di vaiolo.

Poi viene il lavoro, il digiuno, la fatica;
l’affitto, il carcere, il governo,
l’ospedale, i debiti, la fica,

il sole l’estate e la neve d’inverno…
E alla fine, che Dio ci benedica,
viene la Morte e tutto finisce all’Inferno.

Dello stesso autore:
A Padron Marcello
Er caffettiere filosofo
Er callo
Er confessore
Er frutto de la predica
Er giorno der giudizzio
L’amore de li morti
L’istate
La creazzione der Monno
La Messa de San Lorenzo
Li du’ ggener’umani
Li Prelati e li Cardinali
Pasqua Bbefania

Questo è quanto

Questo è quanto
(Jayne Cortez Fort Huachuca, Arizona, USA 10/5/1934 – Manhattan, New York, USA 28/12/2012)

E se non lottiamo
se non resistiamo
se non ci organizziamo ed uniamo e
prendiamo il potere di controllare le nostre stesse vite
allora indosseremo
l’aspetto esagerato della cattività
l’aspetto stilizzato della sottomissione
l’aspetto bizzarro del suicidio
l’aspetto disumanizzato della paura
e l’aspetto decomposto della repressione
nei secoli dei secoli e per sempre
E questo è quanto

Natura morta

Natura morta
(Àlex Susanna n. a Barcellona, Spagna il 12/9/1957)

                                                  A Miquel Vilà

Sul tavolo ci sono alcuni libri,
gli occhiali, un quaderno, una matita:
gli attrezzi di qualcuno che ha sprecato
a leggere e a scrivere il suo tempo,
cercando di finire una poesia
in cui entrare e riposare o rintanarsi
alla fine di un giorno poco fortunato…

Prima lì si trovava chi innalzava
templi e persino grandi cattedrali:
ora ci accontentiamo, a notte fatta,
di una grotta, un qualsiasi pertugio
dove evitare quest’eccesso d’intemperie
e nascondere il freddo che dentro ci devasta.

Ragazza pensile

Ragazza pensile
(Alessandro Parronchi Firenze 26/12/1914 – Firenze 6/1/2007)

Ed io non porterò più invidia al giorno,
se dove l’ombra della sera inchina
una stridula voce di bambina
ai bei rami sarà tessuta intorno.

Già i tenebrosi allori al roseo corno
della luna s’impigliano, e vicina
a noi è la selva dove in ghiaccia brina
le si spenge annerando il capo adorno.

E tentenna nel limpido topazio
stupito un viso, una palpebra lieve,
ed occhi ingenui bevono lo spazio,

ma di questo miraggio umidi in breve
i lecci amari addensano lo strazio
sulle rose notturne, come neve.

(Da I giorni sensibili, 1941)

Dello stesso autore:
A che pensi?
A mio padre, in sogno
Lied

Natale

Natale
(Guido Oldani n. a Melegnano, MI nel 1947)

sotto un cielo che è come di vernice
c’è il più bel bastardino visto al mondo
figlio di dio e d’una ragazzina.
il ventre di maria che fa il bambino
non ha chiesto permesso alla questura,
occupano abusivi quelle mura.
è notte, si riscaldano col freddo
gli angeli allegri fanno un gran baccano,
vengono dalla mensa dei barboni
o dalle celle, stelle di galera.
lui ama tutto ma non vuole nulla
e proprio per amore che è ribelle
ma c’è chi ha in mente gli farò la pelle.

2015

L’albero di Natale

L’albero di Natale
(Nazım Hikmet Salonicco, Grecia 20/11/1901 ma registrato all’anagrafe il 15/1/1902, che egli stesso indicava come data di nascita – Mosca, Russia 3/6/1963)

A sud del golfo di Finlandia la notte
vicino al mare brumoso
l’albero di Natale scintilla
tra oscure torri gotiche
corazze di cavalieri teutoni
e ciminiere di fabbriche
l’albero di Natale
l’albero di Natale canta
sulla piazza bianca di neve
canzoni dell’Estonia
lunghissimo scintillante
pagliuzzato d’oro
l’albero di Natale

tu sei nella palla di vetro rosso
i tuoi capelli son paglia gialla le ciglia azzurre
sono io che l’ho appesa
mettendotici dentro
il tuo collo bianco è lungo e rotondo
ti ho messa nella palla di vetro rosso
con i miei dubbi
con le mie ansietà con le mie parole
le mie speranze le mie carezze
a tutti gli alberi di Natale a tutti gli alberi
a tutti i balconi le finestre i chiodi le nostalgie
ho appeso la palla di vetro rosso.

Dello stesso autore:
Addormentarsi adesso
Alla vita
Amo in te
Angina Pectoris
Da quando sono finito dentro
Don Chisciotte
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
È l’alba
Foglie morte
Guardo in ginocchio la terra
Ho sognato della mia bella
I tuoi occhi
Il più bello dei mari
La bambina di Hiroshima
Non vivere su questa terra come un inquilino
Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
Ti amo come se mangiassi il pane

Coda

Coda
(Charles Wright n. a Pickwick Dam, Tennessee, USA il 25/8/1935 – Premio Pulitzer per la poesia 1998)

Ciò che lasciamo inespresso è come la grandine nella bufera di ieri notte
ancora aggrumata e bianca
all’ombra dell’erba alta, non ancora raggiunta dal sole.
Come parole taciute che scompaiono
a una a una nella luce,
ora cristalline e dorate, poi più nulla.
Come tutto il resto non fatto o non scelto.
Come tutto ciò che è liquido e trascurato,
ciò che non diamo, ciò che non prendiamo.

Lenka

Lenka
(Kočo Racin Veles, Macedonia 22/12/1908 – Kičevo, Macedonia 13/6/1943)

Da quando Lenka ha lasciato
la camicetta di puro lino
incompiuta sul telaio
per andare con i suoi zoccoli
a selezionare tabacco alla fattoria,
il suo viso è cambiato,
le sopracciglia sono cadute
le sue labbra si sono tirate.

Lenka non è nata
per quel maledetto tabacco!
Tabacco – veleno dorato
per i suoi seni – ghirlande rosa.

Il primo anno è passato
e un carico giaceva sul suo cuore,
il secondo anno è trascorso
e il male ha dilaniato i suoi seni,
il terzo anno la terra
ha coperto il corpo di Lenka.

La notte, quando la luna
avvolge di seta la sua tomba,
la brezza soffia su di lei
il suo triste dolore:
“Perché è rimasta
incompiuta quella camicetta?
Era la camicetta della tua dote…”

Dello stesso autore:
Giorni