Halloween in a Suburb

Halloween in a Suburb
(Howard Phillips Lovecraft Providence, Rhode Island, USA 20/8/1890 – Providence, Rhode Island, USA 15/3/1937)

Nel livido, triste chiarore lunare
svettano bianchi i campanili,
gli alberi si ricoprono d’argento
e sui comignoli volano i vampiri.
Guarda: le arpie del cielo profondo batton le ali,
ridono ed osservano.
Sul morto villaggio sotto la luna
mai ha brillato il sole al tramonto:
è emerso dal buio di ere perdute,
là dove scorrono fiumi di follìa lungo abissi di sogno senza fondo.
Un vento gelido striscia fra i covoni
sui campi splendenti di pallida luce
e s’aggroviglia attorno alle lapidi nel cimitero
dove i ghoul1 ricercano l’orrida preda per la loro fame.
Neppure il soffio degli strani Dèi del mutamento
giunti al passato a reclamare ciò che gli appartenne
può rendere quest’ora meno immota: una forza spettrale copre tutto,
diffonde il sonno dal suo seggio antico e libera l’ignoto senza fine.
Si estendono di nuovo la valle e la pianura
che videro lune scordate ormai da tempo,
ebbri danzano i mostri sotto i fiochi raggi,
sorgendo dalle fauci del sepolcro per scuotere il mondo col terrore.
Le cose che il mattino aspro rivela,
l’orrore e la miseria di campi desolati irti di sassi
si aggiungeranno un giorno a tutto il resto
tramando con le ombre maledette.
S’alzi pure nel buio il gemito dei lemuri,
guglie rose di lebbra giungan fino al cielo… non cambia nulla:
chè l’antico e il nuovo insieme son ravvolti
nelle pieghe del costume destino, morte e orrore.
I Segugi del Tempo sono pronti le carni d’entrambi a dilaniare.

(1: ghoul è una specie di demone arabo; si sposta con facilità fra cielo e terra e ama frequentare i cimiteri.)


H. P. Lovecraft (tra i maggiori scrittori di letteratura horror)

L’odio è sempre un peccato

L’odio è sempre un peccato
(Alice Munro n. a Wingham, Canada il 10/7/1931 – Premio Nobel per la letteratura 2013)

L’odio è sempre un peccato,
mi diceva mia madre.
Tienilo a mente.
Una sola goccia d’odio nell’anima
si può diffondere
e macchiare tutto il resto
come una goccia d’inchiostro
nel latte.
L’immagine mi colpì
e avrei voluto fare la prova,
ma sapevo di non dover sprecare
il latte.

Il gatto Maurizio

Il gatto Maurizio
(Julia Hartwig Lublino, Polonia 14/8/1921 – Gouldsboro, Pennsylvania, USA 14/7/2017)

Lo chiamano ladrone gangster lestofante e spillatore
discolo e attaccabrighe
Disturba durante i pasti salta sulla tavola
e fruga tra bicchieri e bicchierini
strappa i pacchi con il cibo porta nel musetto uno storno catturato
che voleva visitare a piedi il prato davanti casa
e ha pagato con la vita questa incauta passeggiata
Esige irrevocabilmente di entrare o uscire dalla stanza o dalla cucina
si azzuffa rabbiosamente coi gatti del vicinato
lanciando al tempo tesso spaventosi urli da belva della giungla
Non lusinga nessuno ed è inflessibile nelle sue voglie
indifferente agli ordini e alle carezze
sì alle carezze perché non considerando la sua natura
lo vezzeggiano e lo stringono al petto
incantati dalla sua armoniosa andatura e dagli agili balzi
gli danno i bocconi migliori e lo fanno dormire nei propri letti
Dunque non per le virtù e il carattere è un premio l’amore
e non per l’ubbidienza e nemmeno per la lealtà
ma per il fascino e l’arroganza
per la vita in se stessa in tutta la sua evidenza
Grande infatti è in noi il bisogno di amare

Della stessa autrice:
Ovunque

Manifesti

Manifesti
(Riccardo Mannerini Genova 28/10/1927 – Genova 26/3/1980)

Ore 10: Raduno dei veterani della terzultima guerra.
Ore 12: Raduno dei combattenti della penultima guerra.
Ore 17: Raduno dei superstiti della guerra numero ottocentoventitre.
Ore 18: Comizio di protesta degli orfani di guerra.
Ore 21: Messa straordinaria in suffragio di tutti.

Una città qualunque,
un giorno qualsiasi,
l’anno che volete.

Ondeggia oceano

Ondeggia oceano
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Ondeggia, oceano nella tua cupa
E azzurra immensità
A migliaia le navi ti percorrono invano;
L’uomo traccia sulla terra i confini,
Apportatori di sventure,
Ma il suo potere ha termine sulle coste,
Sulla distesa marina
I naufragi sono tutti opera tua,
È l’uomo da te vinto,
Simile ad una goccia di pioggia,
S’inabissa con un gorgoglio lamentoso,
Senza tomba, senza bara,
Senza rintocco funebre, ignoto.
Sui tuoi lidi sorsero imperi,
Contesi da tutti a te solo indifferenti
Che cosa resta di Assiria, Grecia, Roma, Cartagine?
Bagnavi le loro terre quando erano libere e potenti.
Poi vennero parecchi tiranni stranieri,
La loro rovina ridusse i regni in deserti;
Non così avvenne, per te, immortale e
Mutevole solo nel gioco selvaggio delle onde;
Il tempo non lascia traccia
Sulla tua fronte azzurra.
Come ti ha visto l’alba della Creazione,
Così continui a essere mosso dal vento.
E io ti ho amato, Oceano,
E la gioia dei miei svaghi giovanili,
Era di farmi trasportare dalle onde
Come la tua schiuma;
Fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
Una vera delizia per me.
E se il mare freddo faceva paura agli altri,
A me dava gioia,
Perché ero come un figlio suo,
E mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine,
E giuravo sul suo nome, come ora.

Dello stesso autore:
Addio! Se mai un’ardente preghiera
Così non andremo più vagando
Le isole di Grecia
Pensieri sulla libertà
Tenebra
Ti vidi piangere

Sul tavolo

Sul tavolo
(Andrew Motion n. a Londra, Regno Unito il 26/10/1952)

Ci terrei a precisare che ho comprato
     questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori viola scuro non menzionati
     da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato
     che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito
     – hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva).
     Be’, mi piaceva, sai. Mi piaceva.
Mi piaceva un sacco, che ci fossi tu dentro
     oppure no.

Come è potuto uscirsene così in silenzio
     dalla nostra vita?
Detesto (proprio detesto) l’idea di qualche
     altro sedere
che faccia svolazzare a sinistra e a destra
     quelle pesanti corolle.
Detesto ancor più immaginarmelo sgretolarsi
     in una discarica
o fatto a brandelli – un pezzo qui che pulisce
     un’astina dell’olio
un pezzo là intorno a una crepa in un tubo
     di piombo.

È passato tanto tempo ormai, amore mio,
     tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima
     notte sono qua,
la testa leggera tra le mani e il bicchiere
     pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino
     a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli,
     di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto
     ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa,
     calda, candida come la luna.

Sagome

Sagome
(Ascanio Celestini n. a Roma il 1/6/1972)

Io ho una tecnica.
Quando partecipo a una riunione,
mi siedo, tiro fuori la pistola e la poggio sul tavolo.

È solo una tecnica,
la uso per vivere in pace coi miei simili.
Ma devo darmi delle regole.

La prima regola è estrarre subito la pistola.
Devo estrarla appena arrivo.
Non vorrei che qualcuno pensasse
che la tiro fuori per la piega che ha preso il discorso.

La seconda regola è non guardare mai la pistola.
È una regola fondamentale.
Altrimenti qualcuno potrebbe pensare
che io cerchi di sostenere il mio discorso
facendo ricorso a un’intimidazione.
Ammiccando alla pistola con lo sguardo,
come a dire «State attenti che sparo!»
La pistola non dev’essere oggetto di discussione.

Infatti la terza regola è non parlare mai della pistola,
altrimenti il discorso apparirebbe ridondante.
Qualcuno penserebbe
che se ho bisogno di ricordare agli altri che ho una pistola
è perché senza la pistola
il mio discorso non sarebbe altrettanto convincente.

Ovviamente questo silenzio sulla pistola
non significa che io non stia pensando alla pistola
perché la quarta regola è
pensare costantemente alla pistola.

Ma non è un pensiero generico,
un ricordo personale,
un’immagine sfumata.
Si tratta di un pensiero preciso.
Sempre lo stesso.

Io penso alle camere cilindriche che alloggiano le cartucce,
alla pressione sul grilletto che inarca il cane
e contemporaneamente fa ruotare il tamburo,
che bascula in senso orario.

Io penso al cane che, giunto nel punto morto,
ovvero alla sua massima estensione,
si abbatte sull’innesco della cartuccia
e fa partire il colpo.

Io ho una tecnica.
Quando partecipo a una riunione,
mi siedo, tiro fuori la pistola e la poggio sul tavolo.

Ovviamente qualcuno potrebbe credere che,
nonostante queste mie regole,
l’attenzione nei miei confronti
derivi esclusivamente dalla pistola che metto in mostra,
che i miei interlocutori siano influenzati dalla pistola.

Allora per cancellare ogni dubbio
ho incominciato a tenerla in tasca.
Alcuni sanno della pistola,
ma col tempo incomincio a incontrare nuovi interlocutori
che ignorano la presenza della pistola.

La tecnica funziona lo stesso.
Ovviamente devo modificare la prima regola,
cioè non posso più estrarre la pistola
appena mi metto seduto.

Ma la prima regola non è stata completamente abolita.
Semplicemente, mi limito a pensare alla pistola
che ho nella tasca.

Dunque potrei dire che
ho una nuova tecnica.
Quando partecipo a una riunione,
mi siedo e penso alla pistola.

Il resto non cambia.

La possibilità di tenere la pistola in tasca
senza l’obbligo di estrarla,
per me è stata una rivoluzione.
Ora gli effetti benefici della pistola
possono essere sfruttati ovunque
e non soltanto durante una riunione.

Senza mai guardare la pistola,
senza parlarne e senza mostrarla,
posso pensarci costantemente.

Anche quando incontro per le scale il mio vicino di casa,
il colonnello in pensione,
o quando vado al bar a prendere un caffè,
o quando parlo con mia moglie.

Io mi confronto con l’umanità,
la guardo in faccia,
penso alla pistola
e accade una sorta di magia,
un cambiamento nella mia percezione del mondo.

Tutti gli esseri che mi circondano
si trasformano immediatamente in bersagli.
Non che io li colpisca davvero, io non sono un violento.
Ma la possibilità di farlo me li mostra come sagome.
Sagome immobili o in movimento,
sagome parlanti, ma comunque sagome.
Ognuna col suo bersaglio
disegnato sulla fronte o attorno al cuore.

Incontro il colonnello in pensione
che esce dall’ascensore con le sporte della spesa
«Al supermercato il mercoledì fino a mezzogiorno
c’è lo sconto per i pensionati»,
dice mostrandomi le porcherie che si compra.
Io lo aiuto a portare la spesa fino al portoncino blindato.
Penso alla pistola nella tasca,
guardo il bersaglio,
sorrido e auguro buona giornata.

Scendo a prendere un caffè,
il barista con le mani a mollo nell’acqua del lavandino
e una macchia marrone sulla camicia bianca
chiede «Cosa desidera?»
Io penso alla pistola nella tasca,
guardo il bersaglio,
sorrido e dico «Un caffè ristretto, grazie».

Mia moglie mi parla dell’estratto di corteccia di betulla
per combattere le smagliature sui glutei.
Io penso alla pistola nella tasca,
guardo il bersaglio,
sorrido e le massaggio il culo.

Se non estraggo la pistola e non colpisco il bersaglio
è solo per una mia scelta,
ma la possibilità di farlo mi dà un grande sollievo.

Avere l’alternativa!
L’alternativa di sparare sul colonnello in pensione
facendolo esplodere tra le sue porcherie a metà prezzo,
far saltare la testa al barista,
colpire il culo flaccido di mia moglie,
il culo unto di corteccia di betulla.

Io ho una tecnica.
Tengo sempre la pistola in tasca.
Non ne parlo, non la mostro,
ma ci penso costantemente.

Una volta ho fatto un esperimento.
Ho volutamente lasciato la pistola nel cassetto del comodino
e sono uscito di casa.

Sulle scale ho incontrato il colonnello in pensione.
Arrancava, con le sporte della spesa piene di porcherie.
«Si è rotto l’ascensore», ha detto, «proprio oggi
che è mercoledì e ho fatto la spesona».
Sudava.
Il sudore gli scendeva sulla faccia grassa,
la camicia era macchiata di sudore.
Due grosse macchie sotto le ascelle e una sulla pancia.
«Si è rotto l’ascensore!» diceva,
mentre io cercavo il bersaglio senza trovarlo.
Senza pistola non hai alternative,
devi fare conversazione.

Sono corso al bar,
ho pensato «mi prendo un caffè e mi passa l’agitazione».
Il barista stava con le mani a mollo nell’acqua sporca.
Quando mi ha visto entrare
si è asciugato sulla parannanza incrostata
e mi ha chiesto «Cosa desidera?»
«Un caffè?» ho risposto come se fosse una domanda,
come se fossi stato io a chiederlo a lui.
Ha spalancato la lavastoviglie
e ha tirato fuori un mucchio di tazzine bollenti.
Le ha accatastate sulla macchina del caffè,
gli ha fatto fare uno sbuffo di vapore
e con la mano ancora bagnata mi ha dato la tazzina.
Senza una pistola non hai alternative,
devi prendere un caffè.

Sono corso a casa.
Mia moglie ha aperto la porta con i capelli bagnati,
l’asciugamano sulle spalle e la tinta in mano.
«Si vede la ricrescita?»

ha chiesto mostrandomi i capelli grigi.
E io cercavo il bersaglio in quella testa mezza colorata,
ma c’erano solo i capelli ancora impastati di balsamo.
Senza una pistola non hai alternative,
devi guardare la ricrescita.
Così sono corso in camera
ho preso la pistola dal cassetto
l’ho stretta forte in mano considerando il freddo del ferro,
la pesantezza del pezzo.
Poi me la sono messa in tasca.

Mia moglie mi ha raggiunto.
Con i capelli gocciolanti sapone sulle orecchie
ha detto «Cos’hai?»

Io l’ho guardata pensando
alle camere cilindriche che alloggiano le cartucce,
alla pressione sul grilletto che inarca il cane
e contemporaneamente fa ruotare il tamburo,
che bascula in senso orario.
Pensavo al cane che, giunto nel punto morto,
ovvero alla sua massima estensione,
si abbatte sull’innesco della cartuccia
e fa partire il colpo.

Ho risposto «Niente cara, ora sto meglio»,
e sulla sua fronte è ricomparso il bersaglio,
il cerchietto colorato con un pallino nel centro.

Io vi vedo in televisione,
vi leggo sui giornali,
politici, banchieri, presidenti di consigli d’amministrazione.
Io so perfettamente a cosa state pensando.

Qualsiasi discorso facciate, dalla giustizia all’immigrazione,
dall’economia alla costituzione,
voi pensate sempre alla stessa cosa:
alla pistola che tenete in tasca.

È per questo motivo
che ci guardate come un mucchio di sagome.
È per questo motivo che fate discorsi a mano armata.

(Da: Io cammino in fila indiana, 2011)

Fosforo bianco

Fosforo bianco
(Denise Levertov Ilford, Inghilterra, Regno Unito 24/10/1923 – Seattle, Washington, USA 20/12/1997)

Sentito per caso nel sud-est asiatico
“Fosforo bianco, fosforo bianco,
Neve meccanica,
Dove cadi?

Cado senza particolarità su strade e tetti
Nel folto dei bambù, sulle persone
Il mio nome richiama mari copiosi nelle serate di pioggia
Ogni goccia che colpisce la superficie suscita
Il responso luminoso di milioni di alghe.
Il mio nome è un sussurro di lustrini. Giusto!
Ognuno di essi è un disco di fuoco
Sono la neve che arde.

Cado
Ovunque gli uomini mi mandano a cadere
Ma io preferisco la carne, bella liscia e compatta:
la decoro di nero e vado alla ricerca
dell’osso.”

(Da: Footprints, 1972)

Della stessa autrice:
Parlando al dolore

Tutto il mondo è un palcoscenico

Tutto il mondo è un palcoscenico
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Jacques:
Tutto il mondo è palcoscenico. E tutti gli uomini e tutte le donne non sono che attori… con le loro entrate, le loro uscite… Ciascuno nella vita recita varie parti… i suoi atti essendo sette età. Il primo è l’infante che vagisce e sbava in braccio alla nutrice. Poi il piagnucolante scolaro… con la sua cartella e il viso fresco e mattutino… che striscia con passo di lumaca verso la deprecate scuola. E poi l’innamorato… sospiroso come una fornace… con la sua melanconica ballata. Gloria delle ciglia della sua bella. Poi, il soldato. Facile alla bestemmia straniera e barbuto come un leopardo. Puntiglioso sull’onore. Pronto e violento alla lite. Sempre in caccia di una gloria vana fin sulla bocca d’un Cannone. Poi il giudice… con la sua rotonda pancia sazia di un buon cappone, sguardo severo… barba ben tagliata. Sempre pieno di sagge massime e di luoghi comuni. E così recita la sua parte. La sesta età lo muta nel magro e squallido Pantalone… con gli occhiali sul naso, e la borsa al fianco… e le sue calze della Gioventù ben conservate sono troppo larghe per le sue gambe scheletrite. E la voce un tempo robusta… è tornata al falsetto dell’infanzia… e sibila e geme. L’ultima scena di tutte… la fine di questa strana e avventurosa storia è la seconda infanzia e il totale oblio… senza più vista… senza più denti… senza gusto… senza niente.

(Da: “Come vi piace” atto II, scena VII)

Dello stesso autore:
L’orrore del reale
Sonetto XII
Sonetto XVIII
Sonetto XXIV
Sonetto XXV
Sonetto XXVII
Sonetto XXIX
Sonetto XXX
Sonetto XLVI e XLVII
Sonetto LXII
Sonetto LXX
Sonetto LXXV
Sonetto XCII
Sonetto CXVI
Sonetto CXXVIII
Sonetto CXLI

Una favola

Una favola
(Doris Lessing Kermanshah, Iran 22/10/1919 – Londra, Regno Unito 17/11/2013 – Premio Nobel per la letteratura 2007)

Quando mi guardo indietro mi sembra di ricordare un canto. Eppure c’era sempre silenzio in quella lunga camera calda.

Impenetrabili, quelle pareti, pensavamo,
scurite da scudi antichi. La luce
brillava sulla testa di una ragazza o di giovani membra
distese con noncuranza. E le voci basse
si levavano nel silenzio e si perdevano come nell’acqua.

Ma, nonostante tutto fosse tranquillo e caldo come una carezza,
Se uno di noi avesse tirato le tende
Una pioggia filettata cadeva indifferente, là fuori.
A volte un venticello si insinuava, disturbando le fiamme,
E creava ombre striscianti sui muri
O un lupo ululava nella lunga notte,

e, rabbrividendo, ci facevamo più vicini.
Ma per un po’ la danza continuava –
O almeno così mi sembra ora:
figure lente si muovevano calme attraverso
laghi di luce simili ad una rete dorata sul pavimento.
Sarebbe potuto continuare, come in un sogno, per sempre.

Ma tra un anno e l’altro – soffiava un vento diverso?
La pioggia aveva rovinato le pareti finalmente?
Musi di lupi si infiltrarono tra le travi cadute?

E’ tanto tempo fa.
Ma a volte mi torna alla mente la stanza con le tende
E sento quelle lontane voci giovani che cantano.

(1959)