I separati

I separati
(Marceline Desbordes-Valmore Douai, Francia 20/6/1786 – Parigi, Francia 23/7/1859)

Non scrivere. Sono triste, e vorrei spegnermi
Le belle estati senza di te, sono come una notte senza una luce
Ho richiuso le mie braccia, non possono raggiungerti,
e bussare al mio cuore è come bussare su una tomba.
Non scrivere!

Non scrivere. Impariamo a morire per noi stessi.
Non chiedo che a Dio, che a te, se ti amavo!
Nel profondo della tua assenza, ascoltare che tu mi ami
è comprendere il cielo senza mai salirci.
Non scrivere!

Non scrivere. Ho paura di te, ho paura della mia memoria:
ha conservato la tua voce che spesso mi chiama.
Non mostrare la acque di fonte a chi non la può bere.
Una cara scrittura è un ritratto vivente.
Non scrivere!

Non scrivere quelle dolci parole che non oso più leggere:
sembra che la tua voce le versi sul mio cuore;
che le veda bruciare attraverso il tuo sorriso;
sembra che un bacio le imprima sul mio cuore.
Non scrivere!

Della stessa autrice:
Il risveglio
Io non so più, io non voglio più
La memoria
Le rose di Saadi

La chimera

La chimera
(Dino Campana Marradi, FI 20/8/1885 – Scandicci, FI 1/3/1932)

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora1 de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi2 del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti3
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

1: suora: sorella
2: pelaghi: spazi immensi come mari
3: poggi algenti: gelide cime

(Da: Canti orfici – Notturni, 1913)

Dello stesso autore:
Donna genovese
O poesia poesia poesia
Vi amai

Dalla spiaggia

Dalla spiaggia
(Giovanni Pascoli San Mauro di Romagna, FC 31/12/1855 – Bologna 6/4/1912)

I

C’è sopra il mare tutto abbonacciato
il tremolare quasi d’una maglia:
in fondo in fondo un ermo colonnato,
nivee colonne d’un candor che abbaglia:

una rovina bianca e solitaria,
là dove azzurra è l’acqua come l’aria:

il mare nella calma dell’estate
ne canta tra le sue larghe sorsate.

II

O bianco tempio che credei vedere
nel chiaro giorno, dove sei vanito?
Due barche stanno immobilmente nere,
due barche in panna in mezzo all’infinito.

E le due barche sembrano due bare
smarrite in mezzo all’infinito mare;

e piano il mare scivola alla riva
e ne sospira nella calma estiva.

(Da: Myricae / Tristezze/XIII)

Dello stesso autore:
A Roma eterna
Io ti dirò che t’amo!
L’aquilone
La Befana
La Domenica dell’Olivo
La felicità
La voce dei poveri
Novembre
Novembre
Pianto
Sogno
X agosto

Tutto crolla, tranne noi

Tutto crolla, tranne noi
(Anonimo)

Derûa un pónte,
Derûa unn-a stradda,
Derûan i nervi de chi,
Segûo,
O pénsa:
Poéivo êse la.
Derûa unn-a çitæ,
Oua ciú izolà,
Derûa a sò economía,
Frágile e insegûa.
Derûa a fêde,
Ne-o çè,
Ne-o destìn,
Ne-a vitta.
Derûan e brássa
De chi o spála,
Derûa, pezánte,
O magón,
In sce nòstre spalle.
Tûtto derûa,
Fêua che noiâtri.
Génte dûa,
Inospitále,
Morciónna e
Con a tèsta cömme un mazabécco.
Pe chi o no ne conosce.
Génte che travaggia,
Camálli,
Portoâli,
Carbounée.
Artexánn-i,
Banchiêri,
Capitann-i e Mainè.
Villan in scie prie.
Superbi,
Òrgogliôzi.
Fêi!
Inscìste,
Inutilmente,
O çê,
In scia nóstra çitæ.
Che da ægua,
Brátta,
Róvinn-e e
Bombe,
A l’é sempre sciortìa.
E alua che l’inse,
Zena,
Domán ti saiè ancún ciú bella!

Traduzione:

Crolla un ponte,
Crolla una strada,
Crollano i nervi di chi,
Consapevolmente,
Pensa:
Avrei potuto essere li.
Crolla una città,
Ora più isolata,
Crolla la sua economia,
Fragile ed insicura.
Crolla la fede
Nel cielo,
Nel destino,
Nella vita.
Crollano le braccia
Di chi sta spalando,
Crolla, pesante,
Lo sconforto
Sulle nostre spalle.
Tutto crolla,
Tranne noi.
Gente dura,
Inospitale,
Musoni e
Testardi.
Per chi non ci conosce…
Lavoratori,
Camalli,
Portuali,
Carbonai.
Artigiani,
Banchieri,
Capitani e Marinai.
Agricoltori sulle rocce.
Superbi,
Orgogliosi.
Fieri.
Insiste,
Inutilmente,
Il cielo
Sulla nostra città.
Che da acqua,
Fango,
Macerie e
Bombe,
Ne è sempre uscita.
E allora che cominci,
Genova,
Domani sarai ancor più bella.

La migliore furbizia è non essere furbi

La migliore furbizia è non essere furbi
(Alberto Moravia Roma 28/11/1907 – Roma 26/9/1990)

Gli altri si arrabattano con la furbizia, coi calcoli e con gli inganni, e alla fine, machiavellici come sono, si ritrovano tuttavia con un pugno di mosche. A me invece, che agisco sempre con sincerità e seguendo i miei migliori istinti, che odio l’inganno e il calcolo, a me, l’ingenuo, l’uomo che non sa vivere, tutto va di bene in meglio. Loro cercano di farsi largo a furia di imbrogli, e di malafede e non riescono ad uscire dal loro stato mediocre. Io invece, neppure mi curo di farmi avanti, bado soltanto a procurarmi degli amici, a creare dei legami di affetto, ad essere in buoni e veri rapporti con ogni persona che conosco, e mi ritrovo poi alla fine avvantaggiato, e quegli amici, quei legami d’affetto, quei rapporti, si rivelano come i migliori strumenti della mia fortuna. Tanto è vero che la migliore furbizia è non essere furbi.

(Da: Le ambizioni sbagliate, 1935)

La vita di Borodin

La vita di Borodin
(ispirata alla vita del compositore Aljexandr Boròdin)
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

La prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che era solo un farmacista
che scriveva musica per distrarsi;
la sua casa era piena di gente:
studenti, artisti, barboni, ubriaconi,
e lui non sapeva mai dire di no.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che sua moglie usava le sue composizioni
per foderare la cuccia del gatto
o coprire vasi di latte acido;
aveva l’asma e l’insonnia
e gli dava da mangiare uova à la coque
e quando lui voleva coprirsi la testa
per non sentire i rumori della casa
gli lasciava usare soltanto il lenzuolo;
per giunta c’era sempre qualcuno
nel suo letto
(dormivano separati quando proprio
dormivano)
e siccome tutte le sedie
erano sempre occupate
spesso lui dormiva sulle scale
avvolto in un vecchio scialle;
era lei a dirgli di tagliarsi le unghie,
di non cantare o fischiare
di non mettere troppo limone nel tè
di non schiacciarlo col cucchiaino;
Sinfonia n.2 in si minore
Il principe Igor
Nelle steppe dell’Asia centrale
riusciva a dormire solo mettendosi
un pezzo di stoffa scura sopra gli occhi;
nel 1887 partecipò a un ballo
all’Accademia di medicina
indossando un allegro costume nazionale;
sembrava finalmente di un’insolita gaiezza
e quando cadde sul pavimento,
pensarono che volesse fare il pagliaccio.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda…

Dello stesso autore:
Bacio della buonanotte ai vermi
Dinosauria
La donna ideale
L’uomo del Signore
Lancia il dado
Primo amore
Ragazza in minigonna che legge la bibbia davanti alla mia finestra
Sissignore!
Splash
Una per una vecchia dente-torto
Una poesia è una città
Voi sapete e io so e tu sai

Mentre passavano le stagioni

Mentre passavano le stagioni…
(Rabindranath Tagore Calcutta, India 7/5/1861 – Santiniketan, India 7/8/1941 – Premio Nobel per la letteratura 1913)

Mentre passavano le stagioni
e le api frequentavano i giardini estivi,
la luna sorrideva nella notte ai gigli,
i lampi dardeggiavano ardenti baci
alle nuvole e ridendo sparivano…

Il poeta se ne stava in un angolo,
quasi una cosa sola con gli alberi e le nuvole.
Tenne il cuore in silenzio come un fiore,
vegliò nei sogni come fa la luna crescente…

E se ne andò vagando come la brezza estiva,
senza meta alcuna.

Dello stesso autore: Al chiar di lunaAl risveglioIo desidero te, soltanto teLe nuvole tramanoMaternitàPer molti giorniQuando mi passò accantoSulla spiaggia di mondi sconfinatiTalvolta la mia gioia

Non ho nulla contro di te Alessandro

Non ho nulla contro di te Alessandro
(Bertolt Brecht Augusta, Germania 10/2/1898 – Berlino, Germania 14/8/1956)

Timur, mi dicono, si prese la briga di conquistare tutta la terra.
Non riesco a capirlo:
un po’ di grappa e la terra è bell’e scordata.
Contro Alessandro non ho nulla da dire.
Solo
certa gente che ho visto,
era mirabile,
degno della vostra somma ammirazione,
il semplice fatto
che vivessero.
I grandi uomini secernono troppo sudore.
In tutto ciò vedo soltanto la prova
che non potevano essere soli
e bere
e fumare
eccetera.
E devono essere troppo meschini
perché gli basti
stare con una donna.

Dello stesso autore:
A mia madre
A quelli nati dopo di noi
Aria del dio della felicità
Chi sta in alto dice: pace e guerra
Contro la seduzione
Della corruzione
Difficoltà nel governare
Domande di un lettore operaio
Generale
Hollywood
I bambini giocano alla guerra
L’analfabeta politico
L’uomo che impara
La guerra che verrà
La maschera del cattivo
Le grucce
Lode del dubbio
Lode dell’imparare
Lode della dimenticanza
Prima vennero
Ricordo di Mary A.
Tempi brutti per la poesia

I figli della libertà

I figli della libertà
(Maram al-Masri n. a Latakia, Siria il 2/8/1962)

I figli della Libertà
non indossano abiti di cotone
la loro pelle presto si abitua alla ruvida stoffa.
I figli della Libertà
indossano abiti usati
e ai piedi scarpe troppo grandi
oppure nudità e ferite.
I figli della Libertà
non conoscono il sapore delle banane
né delle fragole
ma soltanto quello del pane duro
intriso con acqua di Pazienza.
La sera
i figli della Libertà
non fanno il bagno caldo
non giocano con le bolle di sapone
giocano con gli pneumatici
con i sassolini
e con i resti delle bombe.
Prima di andare a letto
i figli della Libertà
non lavano i denti
non ascoltano le favole
di principi e principesse.
Ascoltano il frastuono della paura e del freddo
sui marciapiedi
davanti alle porte delle loro case distrutte
negli accampamenti
o
nelle tombe.
I figli della Libertà
come tutti i bambini del mondo
aspettano
il ritorno della madre.

Della stessa autrice: Abbiamo visiHo faticato moltoLe donne come me

Era color del mare e dell’estate

Era color del mare e dell’estate
(Camillo Sbarbaro Santa Margherita Ligure, GE 12/1/1888 – Savona 31/10/1967)

Era color del mare e dell’estate
la strada fra le case e i muri d’orto
dove la prima volta ti cercai.
All’incredulo sguardo ti staccasti
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,
con la forza di chi s’attacca, il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.

Una macchina adesso mi portava,
procella appena dominata, verso
il luogo di quel primo appuntamento.

Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
(Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest’ansia
la parte, se già il male guadagni).

Il tempo di pensarti; ma nell’attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T’amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c’era qualcuno.

O strada tra le case, benedetta,
dove la prima volta nella vita
pietà d’altri che me mi strinse il cuore.

(Da: Versi a Dina)

Dello stesso autore:
Adesso che placata è la lussuria
Il rapido passò, dentro un barbaglio
La trama delle lucciole ricordi
Ora che sei venuta
Padre, se anche tu non fossi il mio
Svegliandomi il mattino, a volte provo
Una mortale pesantezza sul cuore