Indizi

Indizi
(Marina Ivanovna Cvetaeva Mosca, Russia 8/10/1892 – Elabuga, Russia 31/8/1941)

Come spostando pietre

geme ogni giuntura! Riconosco
l’amore dal dolore
lungo tutto il corpo.

Come un immenso campo aperto
alle bufere. Riconosco
l’amore dal lontano
di chi mi è accanto.

Come se mi avessero scavato
dentro fino al midollo. Riconosco
l’amore dal pianto delle vene
lungo tutto il corpo.

Vandalo in un’aureola
di vento! Riconosco
l’amore dallo strappo
delle più fedeli corde
vocali: ruggine, crudo sale
nella strettoia della gola.

Riconosco l’amore dal boato
– dal trillo beato –
lungo tutto il corpo!

29 novembre 1924

Della stessa autrice:
Alla vita
Cammini, a me somigliante
I versi crescono
Il poeta
Indizi terrestri 1
Io sono la campagna, la terra nera…
Superficialità

Golpe del agua en la arena

Golpe del agua en la arena
(Alejo Urdaneta n. a Caracas,
Venezuela il 30/8/1944)

Tu dici:
“Mi penetri come ago
addolcito di miele
Entri senza cautela
con delirio”

E rispondo:
“Ero assetato delle tue acque, dei tuoi umori
ansioso di trovare la cadenza della tua riva
Raggiungere il porto ed entrare nella quieta darsena
impregnarti di catrame, nave impaziente
e lasciarti il gemito che non cessa”

tacendo ascolto il mare del tuo rumore, quando dici:
“Sentirai il polso della sabbia
vibrante pelle dorata, sfuggente forma bianca
Percepirai l’eco che lasci come onda
tra i sentieri segreti della mia spiaggia
Gli spasmi attrarranno la tua forza
E sarò prigione del veliero che arriva
Sarai schiavo del mio aroma
in umido baule di dolci lucentezze
e mi berrò il tuo muschio profumato
di fertile erba
Perditi nelle mie viscere e non ti trattenga
lo straripare dei colori
che è dipingere una tela di aurore
Il fiume che mi offri
cresce e cresce senza soffocamento
e orna di una dolce ambra
il cespuglio aperto del mio spazio”

E dopo un lungo silenzio,
ascolterai dalla mia ansietà:
“Rinasci al mio arrivo
col tremore della marea che ti sommerge.
So continua, ciclo che si ripete
tempo di schiuma viaggiatrice verso il sole
Mi avvicino al tuo centro
di geometrica armonia
e spruzzo col mio impeto
i petali granulosi
della tua profonda dimora.”

Sazietà:
Troveranno la medaglia di bianco fuoco
Intrisa della linfa marina
che un vascello fantasma abbandonò
Nient’altro.

Alle donne di Ravensbrück

Alle donne di Ravensbrück
(Anna Seghers Magonza, Germania 19/11/1900 – Berlino, Germania 1/6/1983)

Sono le madri e le sorelle di tutti noi.
Voi oggi non potreste studiare e giocare in libertà
e forse non sareste neppure nati, se queste donne,
con i loro corpi teneri e fragili,
non vi avessero protetto,
voi e il vostro avvenire,
come uno scudo di acciaio.

(Poesia dedicata alle donne del campo di concentramento femminile di Ravensbrück, incisa sulla stele all’ingresso del memoriale)

Io penso a te

Io penso a te
(Johann Wolfgang von Goethe Francoforte sul Meno, Germania 28/8/1749 – Weimar, Germania 22/3/1832)

Io penso a te quando dal seno del mare
il sole sorge e i suoi raggi dardeggia;
io penso a te quando al chiarore lunare
l’onda serena biancheggia.

Io penso a te quando sale la polvere
lungo il lontano sentiero,
e nella notte oscura, quando al passeggero
sul ponte il cuore balza di paura.

Quando l’onda s’innalza con sordo bisbiglio
posso ascoltare allora la tua voce;
o nel bosco tranquillo, dove spesso origlio,
e ogni cosa è silente in quella luce.

Io ti sono vicino e tu mi sei vicina,
pur sapendo che sei così remota.
Mentre il sole tramonta e sorgono le stelle.
Oh tu fossi con me, più bella fra le belle!

Dello stesso autore: Amore nuovo vita nuovaCerto me ne sarei andato già lontanoCupido, monello testardo!È l’anima che amaFesta di maggioNon ho fatto che correre

Sonetto LXXV

Sonetto LXXV
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Tu sei per la mia mente come il cibo per la vita,
Come le piogge di primavera sono per la terra;
E per goderti in pace combatto la stessa guerra
Che conduce un avaro per accumular ricchezza.

Prima orgoglioso di possedere e, subito dopo,
Roso dal dubbio che il tempo gli scippi il tesoro;
Prima voglioso di restare solo con te,
Poi orgoglioso che il mondo veda il mio piacere.

Talvolta sazio di banchettare del tuo sguardo,
Subito dopo affamato di una tua occhiata:
Non possiedo nè perseguo alcun piacere
Se non ciò che ho da te o da te io posso avere.

Così ogni giorno soffro di fame e sazietà,
Di tutto ghiotto e d’ogni cosa privo.

Dello stesso autore:
L’orrore del reale
Sonetto XII
Sonetto XVIII
Sonetto XXIV
Sonetto XXV
Sonetto XXVII
Sonetto XXIX
Sonetto XXX
Sonetto XLVI e XLVII
Sonetto LXII
Sonetto LXX
Sonetto XCII
Sonetto CXVI
Sonetto CXXVIII
Sonetto CXLI

Ti ho scritto al chiaro di luna

Ti ho scritto al chiaro di luna
(Cécile Sauvage La Roche-sur-Yon, Francia 20/7/1883 – Parigi, Francia 26/8/1927)

Ti ho scritto al chiaro di luna
Sul tavolinetto ovale,
Con una scrittura pallidissima,
Parole tremolanti, a pena tinte d’arcobaleno
E che disegnano baci.

Perché per te voglio dei baci
Muti come l’ombra e leggeri
E che ci sia il chiaro di luna
E il rumore dei rami che poggiano
Su questa pagina staccata.

La mia donna: capelli di fuoco di legna

La mia donna: capelli di fuoco di legna
(André Breton Tinchebray, Francia 19/2/1896 – Parigi, Francia 28/9/1966)

La mia donna: capelli di fuoco di legna
Pensieri di lampi di calore
Vita di clessidra
La mia donna: vita di lontra tra i denti della tigre
La mia donna: bocca da coccarda e fascio di stelle
di ultima grandezza
Denti a impronta di topo bianco sulla terra bianca
Lingua d’ambra e vetro lucidati
La mia donna: lingua d’ostia trafitta
Lingua di bambola che apre e chiude gli occhi
Lingua di pietra incredibile
La mia donna: ciglia di aste di scrittura infantile
Sopracciglia a bordo di nido di rondine
La mia donna: tempie d’ardesia di tetto di serra
Vapore sui vetri
La mia donna: spalle di champagne
Fontana con teste di delfini sotto ghiaccio
La mia donna: polsi di fiammiferi
La mia donna: dita d’azzardo e d’asso di cuori
Dita di fieno tagliato
La mia donna: ascelle di martora e faggiola
Notte di San Giovanni
Ligustro e nido di scalari
Braccia di schiuma marina e di chiusa
Miscuglio di grano e mulino
La mia donna: gambe di missile
Movimenti d’orologeria e disperazione
La mia donna: polpacci di midollo di sambuco
La mia donna: piedi a iniziale
Piedi a mazzi di chiavi, piedi di calafati che bevono
La mia donna: collo d’orzo imperlato
La mia donna: gola di Val d’Or
Appuntamenti persino nel letto del torrente
Seni notturni
La mia donna: seni di monticelli di talpa marina
La mia donna: seni di crogiolo di rubini
Seni di spettro della rosa rugiadosa
La mia donna: ventre spiegato di ventaglio dei giorni
Ventre d’artiglio gigante
La mia donna: schiena d’uccello che fugge verticale
Schiena d’argento vivo
Schiena di luce
Nuca a sasso levigato e gesso bagnato
Caduta di bicchiere nel quale si è bevuto
La mia donna: anche di navicella
Anche a lampadario e penne di freccia
Nervature di piume di pavone bianco
Bilancia insensibile
La mia donna: natica di arenaria e amianto
La mia donna: natica a dorso di cigno
La mia donna: natica primaverile
Sesso di gladiolo
La mia donna: sesso di giacimento aurifero e di ornitorinco
La mia donna: sesso d’alga e vecchie caramelle
La mia donna: sesso di specchio
La mia donna: occhi pieni di lacrime
Occhi di panoplia violetta e ago magnetizzato
La mia donna: occhi di savana
La mia donna: occhi d’acqua da bere in prigione
La mia donna: occhi di legno sempre sotto l’ascia
Occhi dei livelli d’acqua d’aria di terra e fuoco

(Da: I surrealisti francesi – Poesia e delirio)

So che l’amore è come le dighe

So che l’amore è come le dighe
(Paulo Coelho n. a Rio de Janeiro, Brasile il 24/8/1947)

So che l’amore è come le dighe: se lasci una breccia dove possa infiltrarsi un filo d’acqua, a poco a poco questo fa saltare le barriere. E arriva un momento in cui nessuno riesce più a controllare la forza della corrente.
Se le barriere crollano, l’amore si impossessa di tutto. E non importa più ciò che è possibile o impossibile, non importa se possiamo continuare ad avere la persona amata accanto a noi: amare significa perdere il controllo.

(Da: Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto)

Dello stesso autore:
C’è un tempo per tutte le cose
Il gioco degli dei
Le cose che ho imparato nella vita
Sei tu

Fantasma

Fantasma
(Gyula Illyés Sárszentlőrinc, Ungheria 2/11/1902 – Budapest, Ungheria 15/4/1983)

Stamani, l’aria è di vetro:
stupito, cammino attraverso un muro di cristallo
e un altro muro,
perché tu veda – anche se
di sera il mio cuore si incrina –
com’è semplice
vivere un miracolo
vivere ancora.

La libertà

La libertà
(Ignazio Silone Pescina, AQ 1/5/1900 – Ginevra, Svizzera 22/8/1978)

«La libertà non è una cosa che si possa ricevere in regalo» disse Pietro. «Si può vivere anche in paese di dittatura ed essere libero, a una semplice condizione, basta lottare contro la dittatura. L’uomo che pensa con la propria testa e conserva il suo cuore incorrotto, è libero. L’uomo che lotta per ciò che egli ritiene giusto, è libero. Per contro, si può vivere nel paese più democratico della terra, ma se si è interiormente pigri, ottusi, servili, non si è liberi; malgrado l’assenza di ogni coercizione violenta, si è schiavi. Questo è il male, non bisogna implorare la propria libertà dagli altri. La libertà bisogna prendersela, ognuno la porzione che può.»

(Da: Vino e pane)