Essere poeta

Essere poeta
(
Jaroslav Seifert Praga, Cechia 23/9/1901 – Praga, Cechia 10/1/1986 – Premio Nobel per la letteratura 1984)

Da tempo la vita mi ha insegnato
che musica e poesia
sono al mondo le cose più belle
che la vita può darci.
Oltre all’amore, ovviamente.

In una vecchia crestomazia
stampata all’epoca dell’Imperialregia Libreria,
nell’epoca in cui moriva Vrchlický,
cercai una trattazione di poetica
e stili di poesia.

Poi misi una rosellina in un bicchiere,
accesi una candela
e cominciai a scrivere i primi versi miei.

Divampi pure la fiamma di parole
e arda,
magari mi bruci le dita!

Una sorprendente metafora val più
che anello d’oro al dito.
Ma nemmeno il Rimario di Puchmajer
a niente mi servì.

Invano raccolsi i pensieri
e spasmodicamente chiusi gli occhi
per udire il primo meraviglioso verso.
Nell’oscurità invece di parole
scorsi un sorriso di donna e una chioma
svolazzante nel vento.

Fu il mio destino.
Dietro di lui ho arrancato
senza respiro per tutta la vita.

Dello stesso autore:
Cos’è rimasto?
Domandate che sanno fare ancora le donne?
Ho veduto solo una volta
La tua pelle ha il candore dei bucaneve

Le tue mani esistevano

Le tue mani esistevano
(Antonio Gamoneda n. a Oviedo, Spagna il 30/5/1931)

Un giorno il mondo rimase in silenzio;
gli alberi, in alto, erano profondi e maestosi,
e noi sentivamo sotto la nostra pelle
il movimento della terra.

Soavi le tue mani nelle mie
e io sentii la gravezza e la luce
e tu che mi vivevi dentro il cuore.

Tutto era verità sotto gli alberi,
tutto era verità. Io capivo
tutte le cose come si capiscono
un frutto con la bocca, una luce con gli occhi.

Istanbul

28-30 maggio 2013 Battaglia di Taksim Gezi Park ad Istambul

Istanbul
(Erri De Luca n. a Napoli il 20/5/1950)

La battaglia d’Istanbul in difesa di seicento alberi,
novecento arresti, mille feriti, quattro accecati per sempre,
la battaglia d’Istanbul
è per gli innamorati a passeggio sui viali,
per i pensionati, per i cani,
per le radici, la linfa, i nidi sui rami,
per l’ombra d’estate e le tovaglie stese
coi cestini e i bambini,
la battaglia d’Istanbul è per allargare il respiro
e per la custodia del sorriso.

Dello stesso autore:
Due
Erri De Luca racconta l’immigrazione dal cimitero di Lampedusa
Figli dell’orizzonte
Il potere dichiara…
Mare nostro
Naufragi
Prontuario per il brindisi di capodanno
Sei voci
Tempo di pedoni
Valore

La vita non mi spaventa

La vita non mi spaventa
(Maya Angelou St. Louis, Missouri, USA 4/4/1928 – Winston-Salem, Carolina del Nord, USA 28/5/2014)

Ombre sul muro
Rumori lungo il corridoio
La vita non mi spaventa per niente
Cani infuriati che latrano
Enormi fantasmi in una nuvola
La vita non mi spaventa per niente

La vecchia cattiva Mamma Oca
I leoni in libertà
Non mi spaventano per niente
Draghi che sputano fiamme
Sul mio copriletto
Non mi spaventano per niente

Io faccio “buh”
Dico “pussa via”
Mi diverto
A vederli correre
Non piangerò
Così voleranno via
Mi basta sorridere
Per farli impazzire
La vita non mi spaventa per niente

Ragazzi violenti che fanno a botte
Tutta sola di notte
La vita non mi spaventa per niente
Pantere nel parco
Estranei al buio
No, non mi spaventano per niente

Quella nuova classe dove
Tutti i ragazzi mi tirano i capelli
(Ragazzine smorfiose
Dai capelli ricci)
Non mi spaventano affatto

Non mostratemi rane e serpenti
Aspettandovi che io urli
Se mi spavento
Lo faccio solo nei miei sogni

Ho un incantesimo
Nascosto nella manica,
Posso camminare sul fondo del mare
Senza bisogno di respirare

La vita non mi spaventa per niente
Per niente
Per niente
La vita non mi spaventa per niente

Della stessa autrice:
Ancora mi sollevo

Il tramonto

  27/5/1993 – 25º Anniversario della Strage di Via dei Georgofili

Il tramonto
(Nadia Nencioni Fiesole, FI 4/11/1984- Firenze 27/5/1993)

Nella notte fra il 26 e il 27 maggio del 1993, una bomba nascosta in una Fiat Fiorino squarciò la storica Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili. In quell’attentato mafioso morirono cinque persone: Dario Capolicchio, Angela Fiume, Fabrizio Nencioni, Caterina Nencioni e la sorella di nove anni, Nadia. Sull’ultima pagina del suo quaderno aveva scritto una poesia, bella e piena di presagi che leggiamo oggi incisa su una lapide.
questa nuda implorazione.

Il pomeriggio
se ne va
Il tramonto si avvicina
un momento stupendo
Il sole sta andando via (a letto)
È gia sera tutto è finito

Scirocco

Scirocco
(Lucio Piccolo Palermo 27/10/1901 – Capo d’Orlando, ME 26/5/1969)

E sovra i monti, lontano sugli orizzonti
è lunga striscia color zafferano:
irrompe la torma moresca dei venti,
d’assalto prende le porte grandi
gli osservatori sui tetti di smalto,
batte alle facciate da mezzogiorno,
agita cortine scarlatte, pennoni sanguigni, aquiloni,
schiarite apre azzurre, cupole, forme sognate,

i pergolati scuote, le tegole vive
ove acqua di sorgive posa in orci iridati,
polloni brucia, di virgulti fra sterpi,
in tromba cangia androni,
piomba su le crescenze incerte
dei giardini, ghermisce le foglie deserte
e i gelsomini puerili – poi vien più mite
batte tamburini; fiocchi nastri…

Ma quando ad occidente chiude l’ale
d’incendio il selvaggio pontificale
e l’ultima gora rossa si sfalda
d’ogni lato sale la notte calda in agguato.

(Da: Canti barocchi e altre liriche, 1956)

Frammenti

Frammenti
(Vladimir Vladimirovič Majakovskij Bagdadi, Georgia 7/7/1893 – Mosca, Russia 14/4/1930)

Io conosco la forza delle parole,
                                       conosco delle parole il suono a stormo.
Non di quelle
                che i palchi applaudiscono.
A tali parole
               le bare si slanciano
per camminare
                   sui propri
                                quattro piedini di quercia.
Sovente
          le buttano via,
                            senza strapparle, senza pubblicarle.
Ma la parola galoppa
                           con le cinghie tese,
tintinna per secoli,
                       e i treni strisciando s’appressano
a leccare
           le mani callose
                              della poesia.
Io conosco la forza delle parole.
                                        Parrebbe un’inezia.
Un petalo caduto
                     sotto i tacchi d’una danza.
Ma l’uomo
              con l’anima,
                              con le labbra,
                                              con lo scheletro…

Mi ama – non mi ama.
                           Io mi torco le mani
e sparpaglio
               le dita spezzate.
Così si colgono,
                   esprimendo un voto,
                                            così si gettano in maggio
corolle di margherite sui sentieri.
La rasatura
               e il taglio dei capelli
                                        svelino la canizie.
Tintinni a profusione
                          l’argento degli anni!
Spero,
        ho fiducia
                     che non verrà mai
da me
        l’ignominioso bonsenso.

Sono già le due.
                    Forse ti sei coricata.
Nella notte
              la Via Lattea
                               è come un’Oka¹ d’argento.
Io non m’affretto
                     e non ho ragione
di svegliarti
               e turbarti
                            coi lampi dei telegrammi.
Come suol dirsi,
                   l’incidente è chiuso.
La barca dell’amore
                          s’è infranta contro la vita.
Tu ed io
          siamo pari.²
                                            A che scopo riandare
afflizioni,
            sventure
                       ed offese reciproche.
Guarda
          che pace nel cosmo.
La notte
          ha imposto al cielo
                        un tributo di stelle.
In ore come questa
                       ci si leva
                                  e si parla
ai secoli,
          alla storia
                        e all’universo…

1930

¹ Oka, fiume russo.
² Nella lettera d’addio il poeta riportò questi versi con la sola variante «La vita ed io siamo pari».

Dello stesso autore:
All’amato me stesso
E così anche a me
Frammento
Il mare va a ritroso
Per noi
Marina da guerra in amore

‘O mare

‘O mare
(
Eduardo De Filippo Napoli 24/5/1900 – Roma 31/10/1984)

” ‘O mare fa paura”
Accussì dice ‘a ggente
guardanno ‘o mare calmo,
calmo cumme na tavula.
E dice ‘o stesso pure
dint’ ‘e gghiurnate ‘e vierno
quanno ‘o mare
s’aiza,
e l’onne saglieno
primm’ a palazz’ ‘e casa
e pò a muntagne.
Vergine santa…
scanza ‘e figlie ‘e mamma!

Certo,
pè chi se trova
cu nu mare ntempesta
e perde ‘a vita,
fa pena.
E ssongo ‘o primmo
a penzà ncapo a me:
“Che brutta morte ha fatto
stu pover’ommo,
e che mumento triste c’ha passato”.
Ma nun è muorto acciso.
È muorto a mmare.
‘O mare nuna cide.
‘O mare è mmare,
e nun ‘o sape ca te fa paura.

Io quanno ‘o sento…
specialmente ‘e notte
quanno vatte ‘a scugliera
e caccia ‘e mmane…
migliara ‘e mane
e braccia
e ggamme
e spalle…

arraggiuso cumm’è
nun se ne mporta
ca c’ ‘e straccia ‘a scugliera
e vveco ca s’ ‘e ttira
e se schiaffea
e caparbio,
mperruso,
cucciuto,

‘e caccia n’ata vota
e s’aiuta c’ ‘a capa
‘e spalle
‘e bracce
ch’ ‘e piede
e cu ‘e ddenocchie
e ride
e chiagne
e pecché vulesse ‘o spazio pè sfucà…
Io quanno ‘o sento,
specialmente ‘e notte,
cumme stevo dicenno,
nun è ca dico:
“‘O mare fa paura”,
ma dico:
“‘O mare sta facenno ‘o mare”.

1968

Traduzione

Il mare

“Il mare fa paura”
Così dice la gente
guardando il mare calmo,
calmo come una tavola.
E dice lo stesso pure
nelle giornate invernali
quando il mare
si solleva
e le onde salgono
prima fino ai tetti delle case
e poi fino alle montagne
Vergine santa,
libera i nostri figli!
Certo,
se qualcuno chi si trova
in mezzo a un mare in tempesta
e perde la vita,
fa pena.
E sono il primo
a pensare fra me e me:
Che brutta morte ha fatto
questo pover uomo,
e che momento triste ha passato”.
Ma non è stato ucciso.
È morto a mare.
Il mare non uccide,
il mare è mare
e non sa che ti fa paura.
Io, quando lo sento,
specialmente di notte
quando batte la scogliera
e caccia le mani,
migliaia di mani
e braccia
e gambe
e spalle…
rabbioso com’è
non se ne importa
se straccia la scogliera
e vedo che le ritira
e si schiaffeggia
e caparbio
puntiglioso,
cocciuto,
le ricaccia un’altra volta
e si aiuta con la testa
le spalle
le braccia
con i piedi
e con le ginocchia
e ride
e piange
perché vorrebbe spazio per sfogarsi…
Io, quando lo sento,
specialmente di notte,
come stavo dicendo,
non dico:
“Il mare fa paura”,
ma dico:
“Il mare sta facendo il mare”.

Dello stesso autore:
‘a fenesta
È notte
‘O culore d’e pparole

Noi Palermitani

26° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI CAPACI

Noi Palermitani
(Sara Favarò n. a Vicari, PA nel 1954)

Noi che abbiamo visto la Sicilia
madre gravida di forza e volontà
sventrata in autostrada
come carne macellata.

Noi che con la gola e le narici attanagliate
dal fetore della carne bruciata viva
abbiamo frenato la voglia di vomitare
davanti a tizzoni accesi e pezzettini informi
di ciò che solo un attimo prima erano
sentimenti, emozioni, gioventù, voglia di vivere.

Noi che abbiamo visto bestie feroci
strappare con denti aguzzi ed unghie acuminate
dal vocabolario degli onesti parole
come giustizia, libertà e dignità.

Noi che abbiamo visto la speranza
suicidata dal balcone della capitale
da noi tanto lontana.

Noi che abbiamo stampato degli occhi e nel cuore
il sorriso sornione di Giovanni Falcone
che continua a farsi beffa di chi lo volle morto.

Noi che abbiamo visto Paolo Borsellino
rimettere al loro posto le parole giuste
in quel vocabolario spezzato e lacerato.

Noi che percorriamo le strade della nostra terra
con la paura di confondere il rosso dei papaveri
con il rosso del sangue delle vittime immolate.

Noi non ci inginocchieremo
noi non dimenticheremo
noi continueremo ad andare avanti
ed a testa alta al mondo grideremo:
NOI SIAMO PALERMITANI

Viale del Lussemburgo

Viale del Lussemburgo
(Gérard de Nerval Parigi, Francia 22/5/1808 – Parigi, Francia 26/1/1855)

E’ passata la gaia ragazza,
svelta e vispa come un fringuello:
con in mano una rosa di guazza,
ed in bocca un suo fresco stornello.

Ella è forse la sola nel mondo
che darebbe il suo cuore al mio cuore:
e che il buio in cui vivo, profondo,
con un bacio farebbe splendore.

Ma la mia giovinezza è già via…,
Ti saluto, miraggio fugace!
Oh! Profumo, fanciulla, armonia,
non son più che un ricordo mendace.