Libertà

Libertà
(Santino Spinelli n. a Pietrasanta, LU il 21/7/1964)

Ascolto in silenzio
il muto canto
dell’erba
che dondola l’anima al vento
disprezzando le vanità
e le ricchezze vane;
i sospiri degli abeti
che s’infrangono nei gelidi turbini;
gli umili pianti del salice
che non si sciolgono alle carezze della neve.
Adoro le solitarie danze del castagno
che trema le palmipedi foglie
come mani al cielo;
il sole che non si maschera per apparire;
la luna che non si trucca per ingannare.
Amo la nudità e il soave profumo
dell’eterna libertà.

Dello stesso autore:
Piccola poesia

Il pane quotidiano

Il pane quotidiano
(Thiago de Mello n. a Barreirinha, Amazonas, Brasile il 30/3/1926)

Che il pane trovi in bocca
l’abbraccio di una canzone
inventata nel lavoro
non la fame affaticata
di un sudore che scorre invano

Che il pane quotidiano non arrivi
conoscendo il resto della lotta
ed il trofeo dell’umiliazione,
che sia come fiore festosamente raccolto
per chi ha dato aiuto alla terra

Ma più che il fiore sia il frutto
nato puro e semplice
sempre a portata di mano
della mia e della tua

Sonetto XLVI e XLVII

Sonetto XLVI e XLVII
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Sonetto XLVI

   Cuore e occhi miei sono in mortale guerra
sul come dividere la conquista del tuo sembiante.
Gli occhi vorrebbero negare al cuore la tua immagine,
e il cuore contesta agli occhi una tale pretesa.
   Il mio cuore allega che tu riposi in lui,
scrigno mai violato da importuni sguardi;
gli avversari rifiutano l’asserto e dicono
che il tuo bel volto è riposto in loro.
   A dirimere la questione una giuria è convocata
di pensieri, che del cuore sono vassalli,
e col loro verdetto determinano la spettanza
degli occhi e del mio affettuoso cuore,
   Così: agli occhi la tua visibile sembianza,
e al cuore, per diritto, il tuo intimo segreto amore.

Sonetto XLVII

   Fra l’occhio e il cuore s’è stretta alleanza
adesso, e l’un rende l’altro servigi,
quando l’occhio mi ha fame di uno sguardo
o sfanno il cuor gli amorosi sospiri:
   del mio amore fa festa con l’immagine
l’occhio, e il cuor chiama al dipinto banchetto;
all’occhio ospite è il cuore in altri casi
e i pensieri d’amor con lui parteggia.
   Così, in immagine o nell’amor mio,
lontano, sei con me presente sempre:
Dei pensieri più in là non puoi fuggire
e sempre io son con loro e lor con te,
   o, se dormono, l’immagine appare
e il cuor risveglia, e il cuore e l’occhio affascina.

Dello stesso autore:
L’orrore del reale
Sonetto XII
Sonetto XVIII
Sonetto XXIV
Sonetto XXV
Sonetto XXIX
Sonetto XXVII
Sonetto XXX
Sonetto LXII
Sonetto LXX
Sonetto XCII
Sonetto CXVI
Sonetto CXLI

Non voglio altra luce che il tuo corpo avanti al mio

Non voglio altra luce che il tuo corpo avanti al mio
(Miguel Hernández Orihuela, Spagna 30/10/1910 – Alicante, Spagna 28/3/1942)

Non voglio altra luce che il tuo corpo avanti al mio:
assoluto chiarore, trasparenza completa.
Limpidezza il cui ventre, come il fondo del fiume,
con il tempo s’afferma, con il sangue s’affonda.

Che materie durevoli e lucenti t’hanno fatto,
cuore dell’aurora, carnagione mattutina?
Non voglio altro giorno di quello che esala il tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che non ha mai termine.

Non c’è altra luce o sole che il tuo corpo: tutto è tramonto.
Le cose non vedo che ad altra luce che alla tua fronte.
L’altra luce è un fantasma, nulla piú, del tuo passo.
Il tuo insondabile sguardo mai volge a ponente.

Chiarezza senza via di declino: essenza somma
del fulgore che non cede né lascia la cima.
Gioventú. Limpidezza. Chiarore. Trasparenza
che avvicina gli astri piú lontani nella luce.

Chiaro corpo, bruno di calore fecondante.
Erba nera l’origine; erba nera le tempie.
Nera sorsata gli occhi, lo sguardo distaccato.
Giorno azzurro. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.

Non voglio altra luce che la tua ombra dorata,
da cui scaturiscono anelli d’un’erba oscura.
Nel mio sangue, fedelmente dal tuo corpo acceso,
per sempre c’è la notte: per sempre c’è il giorno.

Mattina e ingresso

Mattina e ingresso
(Tomas Tranströmer Stoccolma, Svezia 15/4/1931 – Stoccolma, Svezia 26/3/2015 – Premio Nobel per la letteratura 2011)

Percorre il suo cammino
Il grande gabbiano dal dorso nero,
Timoniere del sole.
Sotto di lui, l’acqua.
Adesso il mondo sonnecchia ancora
Come nell’acqua una pietra variopinta.
Giorno indecifrato. Giorni –
Come caratteri aztechi!

Musica. E io resto imprigionato
In questo arazzo.
Le braccia sollevate – come una figura
D’arte rurale.

(Da: 17 dikter, 1954)

Notte di marzo

Notte di marzo
(Giuseppe Ungaretti Alessandria d’Egitto 8/2/1888 – Milano 1/6/1970)

Luna impudica, al tuo improvviso lume,
Torna, quell’ombra dove Apollo dorme,
A trasparenze incerte.

Il sogno riapre i suoi occhi incantevoli,
Splende ad un’alta finestra.

Gli voli un desiderio,
Quando toccato avrà la terra,
Incarnerà la sofferenza.

(1927)

(Da: Sentimento del Tempo)

Dello stesso autore: Di luglioFratelliGrecia 1970Il lampo della boccaIn memoriaMattinaNataleNon gridate piùOgni anno, mentre scopro che FebbraioScoperta della donnaSegreto del poetaSoldatiSono una creaturaTrame lunariUna donna s’alza e canta

Se la tipografia del destino

Se la tipografia del destino
(Valentino Zeichen Fiume, Croazia 24/3/1938 – Roma 5/7/2016)

Se la tipografia del destino
mi avesse impresso
sul tuo corpo con tecnica
d’indelebile tatuaggio e
non quale labile decalcomania,
ti sarei rimasto addosso.

Malgrado il nostro patto
di sbiadire accoppiati,
ho sorpreso il tempo
che stinge di nascosto.
Non sarà che ti lavi troppo?

(1987)

Dello stesso autore:
Bar Navona

L’aquilone

L’aquilone
(Giovanni Pascoli San Mauro di Romagna, FC 31/12/1855 – Bologna 6/4/1912)

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…

sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla,
lassù lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto… — Chi strilla?

Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.

Si: dissi sopra te l’orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle,
là dove dormi placido e soletto…

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda

tua madre… adagio, per non farti male.

(Da: Primi poemetti, 1907)

Dello stesso autore:
A Roma eterna
Io ti dirò che t’amo!
La Befana
La Domenica dell’Olivo
La felicità
La voce dei poveri
Novembre
Novembre
Pianto
Sogno
X agosto

Il futuro

Il futuro
(Billy Collins n. a New York, USA il 22/3/1941)

Quando alla fine ci arriverò –
e ci vorranno molti giorni e molte notti –
mi piace pensare che ci saranno altri in attesa
e che vorranno perfino sapere com’era.

E così mi abbandonerò al ricordo di un cielo particolare
o di una donna con un accappatoio bianco
o della volta in cui ho visto uno stretto molto angusto
dove si era svolta una famosa battaglia navale.

Poi squadernerò su un tavolo
una grande mappa del mio mondo
e spiegherò al popolo del futuro
dagli abiti sbiaditi com’era –

come le montagne si alzavano tra le valli
e questa era detta geografia,
come le navi cariche di merci percorrevano i fiumi
e questo era detto commercio,

come il popolo di questa zona rosa
si spostava in questa zona verde chiaro
e come incendiava e uccideva chiunque trovasse
e questa era detta storia –

e loro ascolteranno, con lo sguardo gentile e in silenzio,
mentre altri arriveranno a unirsi al cerchio,
come onde che non si allontanano,
ma si muovono verso un sasso lanciato in uno stagno.

Dello stesso autore:
I morti ci guardano sempre dall’alto
Liu Yung