Sono io

Sono io
(Gabriel Mariano Ribeira Grande, Capo Verde 18/5/1928 – Lisbona, Portogallo 18/2/2002)

Sono io che rinascerò
dalla morte più scarnita
dal dolore più dolente
dalla più nera disperazione.

Io.

E poi nessuno mi accusi
d’aver fatto il misterioso…
Mi son tenuto soltanto
la calma verde del mondo
e il ripetersi sicuro
delle albe senza padrone…

Il gatto

Il gatto
(Nuno Júdice n. a Mexilhoeira Grande, Portogallo il 29/4/1949)

Un gatto, in casa, solitario, sale
sulla finestra perché dalla strada
lo vedano.

Il sole batte nel vetro
e riscalda il gatto che, immobile
sembra un oggetto.

Sta lì perché
lo invidino indifferente
a chi lo chiama.

Per non so quale privilegio,
i gatti conoscono
l’eternità.

Dello stesso autore:
Gioco
Un’ipotesi d’amore

Traversando la maremma toscana

Traversando la maremma toscana
(Giosuè Carducci Valdicastello di Pietrasanta, LU 27/7/1835 – Bologna, 16/2/1907; Premio Nobel per la letteratura 1906)

Dolce paese, onde portai conforme
L’abito fiero e lo sdegnoso canto
E il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,
Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme
Con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,
E in quelle seguo de’ miei sogni l’orme
Erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
E dimani cadrò. Ma di lontano

Pace dicono al cuor le tue colline
Con le nebbie sfumanti e il verde piano
Ridente ne le pioggie mattutine.

(Da: Rime nuove)

Dello stesso autore:
Ad Annie
Davanti San Guido
Pianto antico

Al mio amante che torna da sua moglie

Al mio amante che torna da sua moglie
(Anne Sexton Newton, Massachusetts, USA 9/11/1928 – Weston, Massachusetts, USA 4/10/1974 – Premio Pulitzer per la poesia 1967)

Lei è tutta là.
Per te con maestria fu fusa e fu colata,
per te forgiata fin dalla tua infanzia,
con le tue cento biglie predilette fu costruita.

Lei è sempre stata là, mio caro.
Infatti è deliziosa.
Fuochi d’artificio in un febbraio uggioso,
e concreta come pentola di ghisa.

Diciamocelo, sono stata di passaggio.
Un lusso. Una scialuppa rosso fuoco nella cala.
Mi svolazzano i capelli dal finestrino.
Son fumo, cozze fuori stagione.

Lei è molto di più. Lei ti è dovuta,
t’incrementa le crescite usuali e tropicali.
Questo non è un esperimento. Lei è tutta armonia.
S’occupa lei dei remi e degli scalmi del canotto,

ha messo fiorellini sul davanzale a colazione,
s’è seduta a tornire stoviglie a mezzogiorno,
ha esposto tre bambini al plenilunio,
tre puttini disegnati da Michelangelo,

l’ha fatto a gambe spalancate
nei mesi faticosi alla cappella.
Se dai un’occhiata, i bambini sono lassù
sospesi alla volta come delicati palloncini.

Lei li ha anche portati a nanna dopo cena,
e loro tutt’e tre a testa bassa,
piccati sulle gambette, lamentosi e riluttanti,
e la sua faccia avvampa neniando il loro poco sonno.

Ti restituisco il cuore.
Ti dò libero accesso:

al fusibile che in lei rabbiosamente pulsa,
alla cagna che in lei tramesta nella sozzura,
e alla sua ferita sepolta
– alla sepoltura viva della sua piccola ferita rossa –

al pallido bagliore tremolante sotto le costole,
al marinaio sbronzo in aspettativa nel polso sinistro,
alle sue ginocchia materne, alle calze,
alla giarrettiera – per il richiamo –

lo strano richiamo
quando annaspi tra braccia e poppe
e dai uno strattone al suo nastro arancione
rispondendo al richiamo, lo strano richiamo.

Lei è così nuda, è unica.
È la somma di te e dei tuoi sogni.
Montala come un monumento, gradino per gradino.
Lei è solida.

Quanto a me, io sono un acquerello.
Mi dissolvo.

(Da: Poesie d’amore)

Della stessa autrice:
Ballata della masturbatrice solitaria
Il bacio
La casalinga
La terra
Magia nera
Ragazza ignota in reparto maternità

Sonetto VIII

Sonetto VIII
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Quante maschere e sottomaschere noi indossiamo
Sul nostro contenitore dell’anima, così quando,
Se per un mero gioco, l’anima stessa si smaschera,
Sa d’aver tolto l’ultima e aver mostrato il volto?
La stessa maschera non si sente come una maschera
Ma guarda di fuori di sé con gli occhi mascherati.
Qualunque sia la coscenza che inizi l’opera
Sua, fatale e accettata sorte è l’ottundimento.
Come un bimbo impaurito dall’immagine allo specchio
Le nostre anime, fanciulle, rimangono disattente,
Cambiano i loro volti conosciuti, e un mondo intero
Creano su quella loro dimenticata causa;
E, quando un pensiero rivela l’anima mascherata
Esso stesso non va a smascherare da smascherato.

1918

(Da Trentacinque sonetti)

Dello stesso autore:
Amo tutto ciò che è stato
Apri a chi non bussa alla tua porta
Campana del mio villaggio
Gli dèi sono felici
Il mio sguardo è nitido come un girasole
Il ragazzo che ride nella via…
Isole fortunate
La stanchezza
Metafisica
Natale
Non sono nulla
Non sto pensando a niente
Ode alla notte
Sensazione
Sonetto 1
Tabaccheria
Tutte le lettere d’amore sono ridicole
Voglio, avrò
XLII

Gli amanti

Gli amanti
(Julio Cortázar Bruxelles, Belgio 26/8/1914 – Parigi, Francia 12/2/1984)

E chi li vede che se ne vanno per la città
se tutti sono ciechi?
Loro, si prendono per mano: qualcosa parla
fra le dita, dolci lingue lambiscono
l’umido palmo, corrono per le falangi,
e sopra sta la notte piena d’occhi.

Sono gli amanti, la loro isola fluttua alla deriva
verso morti di cespuglio, verso porti
che fra lenzuola si aprono.
Si disordina tutto attraverso gli amanti,
tutto trova la sua cifra giocata;
loro, però, neppure sanno che
mentre rotolano nell’amara arena
che è loro c’è una pausa nell’opera del nulla,
e che il tigre è un giardino che gioca.

Albeggia nei carri dell’immondizia,
cominciano a uscire i ciechi,
il ministero apre i suoi portoni.
Gli amanti arresi si guardano e si toccano
una volta di più prima di fiutare il giorno.
E già sono vestiti, già se ne vanno per la strada.
Ed è solo allora
quando sono morti, quando sono vestiti,
che la città li recupera ipocrita
e gli impone i doveri quotidiani.

(Da: Le ragioni della collera)

Dello stesso autore:
Happy new year
Volersi bene, nel tempo e nel freddo

Viva i coriandoli di Carnevale

Viva i coriandoli di Carnevale
(Gianni Rodari Omegna, VB 23/10/1920 – Roma 14/4/1980)

Viva i coriandoli di Carnevale,
bombe di carta che non fan male!

Van per le strade in gaia compagnia
i guerrieri dell’allegria:

si sparano in faccia risate
scacciapensieri,
si fanno prigionieri
con le stelle filanti colorate.

Non servono infermieri
perchè i feriti guariscono
con una caramella.

Guida l’assalto, a passo di tarantella,
il generale in capo Pulcinella.

Cessata la battaglia, tutti a nanna.
Sul guanciale
spicca come una medaglia
un coriandolo di Carnevale.

Dello stesso autore: Alla BefanaAutunnoDall’uovo di PasquaFilastrocca dell’amiciziaFilastrocca di capodannoFilastrocca di ferragostoIl giornalistaIl mago di NataleIl vestito di ArlecchinoL’anno nuovoLa luna di KievLo zampognaroPromemoriaUn bambino al mareUna volta per errore

Consigli a un amante abbandonato

Consigli a un amante abbandonato
(Fleur Adcock n. a Auckland, Nuova Zelanda il 10/2/1934)

Prova a pensarci: se trovassi un uccello morto,
non solo morto, non solo caduto,
ma pieno di vermi: proveresti
più pena o più disgusto?

La pena è per il momento della morte,
e per quelli successivi. Si trasforma
con la decomposizione, col fetore insinuante
e i vermi saprofaghi che ingrassano e si dimenano.

Se torni più tardi, invece, troverai
una figurina d’ossa linde, alcune penne,
simbolo inoffensivo di ciò
che un tempo visse. Niente di raccapricciante.

Ti è chiaro adesso? Ma forse trovi
che l’analogia che ho scelto
per la nostra storia finita sia piuttosto macabra –
un paragone spiacevole.

L’ho scelto apposta. In te
vedo i bachi vicino alla superficie

sei divorato dal vittimismo
e strisci sgradevole e patetico.

Se ti toccassi sentirei sotto le dita
pelle di verme grassa e umidiccia.
Non chiedermi pietà adesso:
sta’ lontano finché le tue ossa non sono pulite.

È pieno inverno

È pieno inverno
(Oscar Wilde Dublino, Irlanda 16/10/1854 – Parigi, Francia 30/11/1900)

È pieno inverno, sono nudi gli alberi
Tranne là dove si rifugia il gregge
Stringendosi sotto il pino.
Belano le pecore nella neve fangosa
Addossate al recinto. La stalla è chiusa
Ma strisciando i cani tremanti escono fuori,
Scendono al ruscello gelato. Per ritornare
Sconsolati indietro. Avvolti in un sospiro
Sembrano i rumori dei carri, le grida dei pastori.
Le cornacchie stridono in cerchi indifferenti
Intorno al pagliaio gelato. O si acquattano
Sui rami sgocciolanti. Si rompe il ghiaccio
Tra le canne dello stagno dove sbatte le ali il tarabuso
e allungando il collo schiamazza alla luna.
Saltella sui prati una povera lepre,
Piccola macchia scura impaurita
e un gabbiano sperso, come una folata improvvisa
Di neve, si mette a gridare contro il cielo.

Dello stesso autore:
Endimione
Glykipikros Eros
La grazia in qualche modo
Lettera al mio adorato
Noi opprimiamo la nostra natura
Quei luoghi gentili
Se non avessimo amato