Enigma

Enigma
(William Heyen n. a Brooklyn, New York, USA il 1/11/1940)

Da Bergen una cassa di denti d’oro,
Da Dachau una montagna di scarpe,
Da Auschwitz una lampada in pelle.
Chi ha ucciso gli ebrei?
Non io, esclama la dattilografa,
Non io, esclama l’ingegnere,
Non io, esclama Adolf Eichmann,
Non io, esclama Albert Speer.
Il mio amico Fritz Nova ha perduto il padre,
un sottufficiale dovette scegliere.
Il mio amico Lou Abrahms ha perduto il fratello.
Chi ha ucciso gli ebrei?
David Nova ingoiò il gas,
Hyman Abrahms fu picchiato e ucciso dalla fame.
Certi firmavano le carte,
e certuni stavano di guardia,
e certi li spingevano dentro,
e certuni versavano i cristalli
e certi spargevano le ceneri,
e certuni lavavano le pareti,
e certi seminavano il grano,
e certuni colavano l’acciaio,
e certi sgomberavano i binari,
e certuni allevavano il bestiame.
Certi sentirono l’odore del fumo,
certuni ne udirono solo parlare.
Erano tedeschi? Erano nazisti?
Erano uomini? Chi ha ucciso gli ebrei?
Le stelle ricorderanno l’oro,
il sole ricorderà le scarpe,
la luna ricorderà la pelle.
Ma chi ha ucciso gli ebrei?

Mare nero

Mare nero
(Mark Strand Summerside, Canada 11/4/1934 – Brooklyn, New York, USA 29/11/2014 – Premio Pulitzer per la poesia 1999)

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l’avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l’oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell’altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire…
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

(Da: Man and Camel, 2006)

Dello stesso autore: Cos’era

In alto ho guardato dal fondo della notte

In alto ho guardato dal fondo della notte
(Attila József Budapest, Ungheria 11/4/1905 – Balatonszárszó, Ungheria 3/12/1937)

In alto ho guardato dal fondo della notte,
verso le ruote dentate dei cieli:
coi fili lucenti del caso cieco
lassù il telaio del passato tesseva le sue leggi.
Al cielo ho rialzato gli occhi
attraverso le nebbie dei miei sogni
e ho visto che sempre si scuce in qualche punto
il tessuto della legge.

Batte l’una di notte, il silenzio è in ascolto.
Potresti ritrovare la tua gioventù,
potresti sognare un po’ di libertà
tra gli umidi muri di pietra. Così pensavo
ed ecco, appena mi alzo,
già vedo le stelle e le due Orse,
splendide lassù,
come le sbarre ferree di un carcere.

Ho sentito piangere il ferro
e ho sentito ridere la pioggia,
ho visto fendersi il passato
e ho capito che solo l’immagine
si può dimenticare. Io non so altro che amare
faticando sotto i pesi più gravi.
Oh, coscienza d’oro, perché
bisogna fare un’arma di te?

È un uomo maturo soltanto chi non ha
né padre né madre nel cuore; soltanto chi sa
che la vita ci è data in soprappiù
con la morte e che deve tenerla e restituirla
in qualsiasi momento come un oggetto
rinvenuto; soltanto chi non fa
né il Dio né il prete, né per sé né per gli altri.

(da Coscienza)

Dello stesso autore:
È tardi
Il dolore

Riva di pena, canale d’oblio

Riva di pena, canale d’oblio
(Diego Valeri Piove di Sacco, PD 25/1/1887 – Roma 27/11/1976)

Ora è la grande ombra d’autunno:
la fredda sera improvvisa calata
da tutto il cielo fumido oscuro
su l’acqua spenta, la pietra malata.

Ora è l’angoscia dei lumi radi,
gialli, sperduti per il nebbione,
l’uno dall’altro staccati, lontani,
chiuso ciascuno nel proprio alone.

Riva di pena, canale d’oblio…
Non una voce dentro il cuor morto.
Solo quegli urli straziati d’addio
dei bastimenti che lasciano il porto.

(Da: Poesie vecchie e nuove)

Dello stesso autore:
lo credo all’uccellino batticoda
Ottobre a Venezia
Poi che la sera
Primavera sulla montagna
Tempo veneziano
Venezia

Il mondo è stupido, il modo è cieco

Il mondo è stupido, il modo è cieco
(Heinrich Heine Düsseldorf, Germania 13/12/1797 – Parigi, Francia 17/2/1856)

Il modo è stupido, il modo è cieco,
e ogni giorno diventa più insulso!
Dice di Te o mia bella bambina
che un buon carattere certo non hai.

Il mondo è stupido, il mondo è cieco,
e mai riuscirà a capirti;
non sa come son dolci i tuoi baci,
e come sono beatamente ardenti.

Dello stesso autore:
Come un’orma sulla sabbia
Se ti guardo negli occhi
Tutti m’hanno tormentato

Poesia sullo stupro a Missoula


Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Poesia sullo stupro a Missoula
(Marge Piercy n. a Detroit, Michigan, USA 31/3/1936)

Non c’è differenza tra l’essere stuprata
e scaraventata giù da una rampa di scale
tranne che le ferite sanguinano anche dentro.

Non c’è differenza tra l’essere stuprata
ed essere investita da un camion
tranne che dopo gli uomini ti chiedono se ti è piaciuto.

Non c’è differenza tra l’essere stuprata
e perdere una mano in una falciatrice
se non che i dottori non vogliono essere coinvolti,
la polizia sfoggia un ghigno d’intesa
e nei piccoli centri diventi una puttana patentata.

Non c’è differenza tra l’essere stuprata
ed essere morsa da un serpente a sonagli
se non che la gente domanda se la tua gonna era corta
e perché tu comunque eri fuori.

Non c’è differenza tra l’essere stuprata
e andare a sbattere dritta contro il parabrezza
tranne il fatto che dopo tu non hai paura delle auto
ma di metà del genere umano.

La paura dello stupro è un vento freddo che soffia ininterrotto
sulla schiena incurvata di una donna.
Mai girare da sola in una strada sabbiosa
In mezzo a una pineta;
mai salire su un sentiero che attraversa una montagna brulla
senza quell’alluminio nella bocca
vedendo un uomo arrampicarmisi vicino.

Mai aprire la porta a chi bussa
senza un rasoio che escoria appena la gola.
La paura del lato in ombra delle siepi,
del sedile posteriore dell’auto,
della casa vuota che fa tintinnare le chiavi
come un avvertimento di serpente.
La paura dell’uomo che sorride
con un coltello nella tasca.
La paura dell’uomo contegnoso
nel cui pugno c’è astio sottochiave.

Della stessa autrice:
I gatti come gli angeli
Per donne forti
Poesia sconcia


Notturno

Dimmi, t’è mai successo?
Via solitaria a tarda sera,
trentatré passi appena al cancello,
li hai contati. I sensi inquieti. La porta richiusa, resti tesa.
Penombra concava, paura,
silhouette scura – il sangue
trattiene il fiato, una pietra in gola,
cuore di preda tambura
danza di morte nel petto.
Nella nuca pulsano
oracoli di madre: Non dovresti la sera
uscire sola.
Dimmi, t’è capitato mai
di giocare a dadi con la morte,
quando rientri che è già notte?
Settimana del turno serale.
No, non potevi rifiutare.
Nel silenzio, scalpiccio
vicino, mi volto di scatto –
ho sentito i tuoi tacchi
e non ti vedo. Il buio respira
con affanno. Martellano alle tempie
rimproveri di madre: Non dovevi
uscire sola.
Dimmi, allora, t’è mai successo,
uomo, di avere paura di uno come te?

— GIOVANNA ZUNICA —

immagine dal web

.La litania.

.La litania.
(Benny Nonasky n. a Siderno, RC il 22/7/1987)

Brulica la terra di fermenti attivi
come sangue sul fuoco, e niente:
i pedoni proseguono ad ignorare le
strisce; i bambini a gettare le
carte di caramelle dappertutto; gli
assassini ad utilizzare sacchetti di
plastica per soffocare la vittima.

Che però un qualcosa stia accadendo
è chiaro.
E a saperlo sono soprattutto le api.

Muoiono a catena –
nei fluttui rabbuffanti del sistema Natura –
con passaggi scanditi da tappe
prestabilite, non elencabili, ma
con imprescindibile unità di arrivo.

C’è chi sperimenta i bordi dei
giardini chiedendo una monetina.
C’è chi ruba o uccide per un pò di
polline. Ma la pratica più vagliata
è la roulette russa.
                           Un’agonia.
E non per chi si spappola le cervella.

Descrivo:
tutti seduti intorno ad un tavolo, gira
la pistola, bum! e fine della storia.
Addio
      debiti,             rimorsi,
            pignoramenti,       umiliazione.
Il prossimo giro: il giorno che verrà.
Un’agonia.
Un’agonia per il giorno da vivere,
quello dell’isotermo confronto
         debiti,             rimorsi,
               pignoramenti,       umiliazione.

Il fiore è il premio proibito –
non fattibile in base alle leggi
del mercato delle tarantole.

           “È opportuno fare i compiti a casa!
            Dobbiamo restare uniti!”,
            impone la Regina formica.

            Ma andrebbe per le lunghe.
Ormai è una missione radicale,
radicalizzata.

I calabroni consigliano illusioni
atmosferiche per governare l’ansia.
Le talpe propongono testi
sul Paleozoico e sulla prima
Rivoluzione Industriale.
C’è chi propone il Gioco dei Pacchi
e chi annuncia viaggi interstellari
senza una direzione precisa.

Sì: nessuno fa i conti con i bordi
       dei giardini né con la polvere
       annidata sulle maniglie delle
librerie.

          Andrebbe per le lunghe.
Più decoroso un rapido giro di roulette,
con sottofondo una litania.

Canta la cicala:
“Giro giro tondo, casca il mondo…”
undsoweiter,
undsoweiter.*

*Eccetera in tedesco

Dello stesso autore: .Cecenia.

Cosa ti regalo per la festa?

Cosa ti regalo per la festa?
(Elia Abu Madi al-Muhayditha, Libano 15/5/1890 – New York, USA 23/11/1957)

Mio angelo,
cosa ti offrirò in dono
per la festa
se possiedi già tutto?
Un braccialetto d’oro puro?
No, non voglio incatenarti i polsi.
Vino?
No, non c’è vino migliore sulla terra
Di quello che sgorga dai tuoi occhi.
Fiori?
I fiori più belli
Li ho annusati sulle tue guance.
Corniole, ardenti come il mio cuore?
Le tue labbra sono le corniole più preziose.
Non ho niente di più caro della mia anima.
Prendila, la lascio in pegno nelle tue mani.

Lei si sente a volte

Lei si sente a volte
(Alaíde Foppa Barcellona, Spagna 3/12/1914 – Città del Guatemala, Guatemala 19/12/1980)

Lei si sente a volte
come una cosa dimenticata
nell’angolo più buio della
casa
come un frutto divorato
dagli uccelli rapaci,
come un’ombra senza volto
e senza peso.
La sua presenza è a stento
una leggera vibrazione
nell’aria immobile.
Sente che la attraversano
gli sguardi
e che diventa nebbia
tra le braccia goffe
che provano a circondarla.

Vorrebbe essere piuttosto
un’arancia succosa
nella mano di un bimbo
– non vuota scorza –
un’immagine che brilla
nello specchio
– non un’ombra che sfuma –
e una voce distinta
– non un gravoso silenzio –
mai ascoltata.

(Da: La sin ventura, 1955)