La trama delle lucciole ricordi

La trama delle lucciole ricordi
(Camillo Sbarbaro Santa Margherita Ligure, GE 12/1/1888 – Savona 31/10/1967)

La trama delle lucciole ricordi
sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(Trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore.)

Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non lo ricordo; e stillano in me dolci
parole che non sai d’aver dette.

Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.

Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.

Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.

Oh come poca cosa quel che fu
da quello che non fu divide!
                                          Meno
che la scia della nave acqua da acqua.

Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.

(Da: Versi a Dina)

Dello stesso autore: Adesso che placata è la lussuriaIl rapido passò…Ora che sei venuta…Padre, se anche tu non fossi il mioUna mortale pesantezza sul cuore

Da quando sono finito dentro

Da quando sono finito dentro
(Nazım Hikmet Salonicco, Grecia 20/11/1901 ma registrato all’anagrafe il 15/1/1902, che egli stesso indicava come data di nascita – Mosca, Russia 3/6/1963)

Il mondo ha fatto dieci giri intorno al sole da quando sono finito dentro
Se chiedete a lui: “Non se ne parla, è un periodo microscopico…”
Se chiedete a me: “Dieci anni della mia vita…”
Avevo una matita, l’anno in cui sono finito dentro
Si è esaurita a furia di scrivere in una settimana
Se chiedete a lei: “Una vita intera…”
Se chiedete a me: “Ma figurati, solo una settimana…”
Osman, dentro per omicidio da quando sono entrato io
E’ uscito dopo aver scontato sette anni e mezzo
Ha gironzolato per un po’
Poi è finito dentro per contrabbando, ha fatto sei mesi ed è uscito di nuovo
Ieri è arrivata una sua lettera: si è sposato, questa primavera nasce suo figlio…

Adesso hanno dieci anni, i bambini che sono caduti dal grembo materno quando sono finito dentro.
Ed i puledri nati quell’anno, con le lunghe gambe tremanti,
Sono ormai diventati docili cavalli, con groppe larghe.
Tuttavia gli alberelli di ulivo sono ancora degli alberelli, ancora bambini

Sono state inaugurate nuove piazze nella mia città lontana, da quando sono finito dentro…
E la gente del nostro palazzo adesso abita in una casa ed in una via che non conosco

Il pane era bianchissimo e come il cotone, l’anno in cui sono finito dentro
Poi lo si otteneva con i buoni
Da noi, qui dentro,
La gente si sparava per un pezzo di pane grande quanto un pugno e nerissimo
Adesso è di nuovo accessibile, però è nero e senza gusto

L’anno in cui sono finito dentro era appena iniziata la Seconda
I forni non erano ancora accesi nel campo di Dachau e ad Hiroshima non era ancora stata buttata la bomba atomica
Il tempo è fluito come il sangue di un ragazzo sgozzato
Poi quel periodo si è concluso, adesso il dollaro americano parla della Terza
Nonostante tutto, il giorno si è comunque illuminato, da quando sono finito dentro
Loro si sono raddrizzati fino a metà, schiacciando le mani pesanti sui marciapiedi passando dall’angolo dell’oscurità

Il mondo ha fatto dieci giri intorno al sole da quando sono finito dentro
E ripeto con la stessa passione ancora un’altra volta
Quello che ho scritto su di loro, l’anno in cui sono finito dentro:
“Loro sono tanti quanti le formiche sulla terra, i pesci nell’acqua e gli uccelli nell’aria.
Sono impauriti, coraggiosi, ignoranti, saggi, dei ragazzini.
E sono loro quelli che riducono in macerie e quelli che creano.
Nelle nostre leggende si parla solo delle loro avventure.

E il resto
Per esempio il fatto che io sia rimasto dentro per dieci anni
È tanto per parlare…

(Trad. di Murat Cinar)

Dello stesso autore: Addormentarsi adessoAlla vitaAmo in teAngina PectorisDon ChisciotteDurante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da meFoglie morteGuardo in ginocchio la terraHo sognato della mia bellaI tuoi occhiIl più bello dei mariLa bambina di HiroshimaNon vivere su questa terra come un inquilinoSei la mia schiavitù sei la mia libertàTi amo come se mangiassi il pane

La siesta del micio

La siesta del micio
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

E’ sereno. Ogni cosa
sembra velata di fatica.
Il pomeriggio è in panna
su l’antica Certosa.

Nel marciapiede suonano i miei passi.
Si pensa quasi che l’azzurro crepiti.
Dei pugnali di sole tiepidi
feriscono il cuore dei tassi.

Sopra un tetto s’illuminan dei coppi.
De le finestre sono infiorate.
Il vento pettina le sue chiome arruffate
nei lunghi pettini dei pioppi.

De le campane d’un convento vicino
spennellan l’aria d’una loro festa.
Sul davanzale un bianco micio fa la siesta
a gambe a l’aria come un maialino.

(Da: Armonia in grigio et in silenzio)

Dello stesso autore: CharlotCol bacio mi sembrò di berti l’animaNataleQuanto potè durare il tuo martirioSe una cava di rossa pozzolanaTu, Dio…

Il filosofo

Il filosofo
(Edna St. Vincent Millay Rockland, Maine, USA 22/2/1892 – Austerlitz, New York, USA 19/10/1950 – Premio Pulitzer per la poesia 1923)

E cosa sei mai tu che ti desidero
da rimanere sveglia tante notti
quanti i giorni che esistono
a piangere per causa tua?

E cosa sei mai tu che se ti perdessi,
nell’avanzare dei giorni
resterei ad ascoltare il vento
e a fissare la parete?

Conosco un uomo più bello
e altri venti ugualmente gentili.
E cosa sei mai tu da diventare
l’unico uomo del mio cuore?

Già, il fare delle donne è un fare sciocco
i saggi diranno certamente,
e cosa sono mai io, che dovrei amare
in modo giudizioso e conveniente?

Della stessa autrice: So quel che voglio e ho fatto la mia scelta

Questo pane che spezzo

Questo pane che spezzo
(Dylan Thomas Swansea, Regno Unito 27/10/1914 – New York, USA 9/11/1953)

Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
l’uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.

In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate
batteva nella carne che vestiva la vite;
un tempo, in questo pane,
il frumento era allegro in mezzo al vento;
l’uomo ha spezzato il sole e ha rovesciato il vento.

Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
devastare le vene, erano un tempo
frumento ed uva, nati
da radice e linfa sensuali.
È il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.

Dello stesso autore: Qui in primavera

Dopo lunga riflessione

Dopo lunga riflessione
(Muhammad al-Maghut Salamiyya, Siria nel 1934 – Damasco, Siria 3/4/2006)

Staccate pure l’asfalto
Tanto non ho più destinazioni
Ho vagato per tutte le strade d’Europa
dal mio letto.
Ho fatto l’amore con le più belle donne della storia
mentre me ne sto seduto a contemplare
in un caffè dell’angolo.

Dite alla mia piccola nazione, feroce come una tigre
che alzo la mano come uno studente
che chiede il permesso di uscire o morire.
Ma ora ho bisogno di quelle poche vecchie canzoni
a cui avevo fatto la guardia sin dall’infanzia.
Non prenderò commiato
né salirò su alcun treno fin quando il mio paese
non me le avrà restituite, parola per parola, verso per verso.
Se non vuole più vedermi,
se si rifiuta di litigare davanti ai passanti
fate che mi parli da dietro un muro
o che mi lasci le canzoni in un fagotto annodato sulla soglia.
Anche se me le lascia dietro a un albero,
mi affretterò ad agguantarle come un cane
fin tanto che la parola “libertà” nella mia lingua
prende la forma di una sedia elettrica.

Dite a questa bara che si allunga fino all’Oceano Atlantico
che non possiedo nemmeno il prezzo di un fazzoletto
per piangerla.
Dalle piazze di pietra della Mecca
alle sale da ballo di Granada
ci sono ferite con impigliati dentro peli del petto
e medaglie sulle quali rimane solo la spilla
Ora i deserti sono privi di corvi
e i giardini spogli di fiori.
Le prigioni sono vuote di sospiri di sollievo
e i vicoli vuoti di persone.
Non c’è altro che polvere
che s’alza e ricade come il petto di un lottatore ansimante
Allora fuggite nuvole-
l’asfalto del mio paese
non merita neanche il fango.

Dello stesso autore: Quel che inquieta il postino

Silenzio dentro me

Silenzio dentro me
(Bo Carpelan Helsinki, Finlandia 25/10/1926 – Espoo, Finlandia 11/2/2011)

Io credevo di udire il silenzio,
era il silenzio dentro di me a struggersi
per l’eco di una sola voce,
per un muoversi di foglie
e il lento mare che volta
la schiena scintillante
e si riaddormenta a bocca aperta.

Insegnami l’arte dei piccoli passi

Insegnami l’arte dei piccoli passi
(Antoine de Saint-Exupéry Lione, Francia 29/6/1900 – Marsiglia, Francia 31/7/1944)

Non ti chiedo né miracoli né visioni
ma solo la forza necessaria per questo giorno!
Rendimi attento e inventivo per scegliere
al momento giusto
le conoscenze ed esperienze
che mi toccano particolarmente.

Rendi più consapevoli le mie scelte
nell’uso del mio tempo.
Donami di capire ciò che è essenziale
e ciò che è soltanto secondario.
Io ti chiedo la forza, l’autocontrollo e la misura:
che non mi lasci, semplicemente,
portare dalla vita
ma organizzi con sapienza
lo svolgimento della giornata.

Aiutami a far fronte,
il meglio possibile,
all’immediato
e a riconoscere l’ora presente
come la più importante.
Dammi di riconoscere
con lucidità
che le difficoltà e i fallimenti
che accompagnano la vita
sono occasione di crescita e maturazione.

Fa’ di me un uomo capace di raggiungere
coloro che hanno perso la speranza.
E dammi non quello che io desidero
ma solo ciò di cui ho davvero bisogno.
Signore, insegnami l’arte dei piccoli passi.

Autunno

Autunno
(Gianni Rodari Omegna, VB 23/10/1920 – Roma 14/4/1980)

Il gatto rincorre le foglie
secche sul marciapiede.
Le contende (vive le crede)
alla scopa che le raccoglie.
Quelle che da rami alti
scendono rosse e gialle
sono certo farfalle
che sfidano i suoi salti.
La lenta morte dell’anno
non è per lui che un bel gioco,
e per gli uomini che ne fanno
al tramonto un lieto fuoco.

Dello stesso autore: Alla BefanaDall’uovo di PasquaFilastrocca dell’amiciziaFilastrocca di capodannoFilastrocca di ferragostoIl giornalistaIl mago di NataleIl vestito di ArlecchinoL’anno nuovoLa luna di KievLo zampognaroPromemoriaUn bambino al mareUna volta per errore

Perchè restare

Perchè restare
(
Giorgio Caproni Livorno 7/1/1912 – Roma 22/1/1990)

Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l’altro, tutti han preso la stessa via.
Ora non c’è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io bada
prima che me ne vada anch’io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l’erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch’essa
da un pezzo – già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L’acqua,
da quanti milioni d’anni, l’acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d’altro buio.
Il trifoglio
della città è troppo
fitto. Io son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. Io
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d’un frastuono senz’ombra
d’anima. Di parole
senza più anima.

Dello stesso autore: AlbaCongedo del viaggiatore cerimoniosoFurtoIl mare brucia le maschere…IncontroLitanìaLo stravoltoMarzoMio nome avvicinatiPensiero pioPer leiPreghieraPreghiera d’esortazione o di incoraggiamentoSei ricordo d’estateSotto le stelle