Nulla

Nulla
(Cees Nooteboom n. a L’Aia, Paesi Bassi il 31/7/1933)

La vita
dovresti poterla
ricordare
come un viaggio all’estero

e con amici o con amiche
parlarne poi
e dire

è stata bella, no?
la vita,
e vedere frammenti di donne, segreti
e paesaggi

e lasciarsi poi ricadere soddisfatti
ma i morti non possono lasciarsi ricadere.
E nemmeno nient’altro possono fare.

(Trad. di Fulvio Ferrari)

L’amore non è pretendere, ma dare

L’amore non è pretendere, ma dare
(Ludwig van Beethoven Bonn, Germania 16/12/1770 – Vienna, Austria 26/3/1827)

L’amore non è pretendere, ma dare
è dimenticarsi, ma non dimenticare
è vivere fuori di sé, pur rimanendo in sé
è riservarsi le spine e offrire le rose.
L’amore chiede tutto e ha il diritto di farlo.

 

Dedicata alla mia Signora, che è sempre più bella ogni anno che passa
30 luglio 1981 – 30 luglio 2017: 36 anni di matrimonio

Romanzo realistico

Romanzo realistico
(Erich Kästner Dresda, Germania 23/2/1899 – Monaco di Baviera, Germania 29/7/1974)

Quando loro si conoscevano da 8 anni
(e bisogna dire che si conoscevano bene)
il loro amore andò perduto improvvisamente.
Come altre persone perdono un bastone o un cappello.

Erano tristi, si comportavano in modo allegro,
provavano a baciarsi, come se non ci fosse niente,
e si guardavano e non sapevano come andare avanti.
Allora lei pianse alla fine. E lui le stava accanto.

Dalla finestra si potevano salutare le barche.
Lui disse che erano già passate le quattro e un quarto
ed era arrivato il momento di andare a bere il caffè da qualche parte.
Nella casa accanto un uomo suonava il pianoforte.

Andarono nel più piccolo bar del luogo
e mescolarono nelle loro tazze.
Alla sera stavano seduti ancora li.
Sedevano da soli e non parlavano
e semplicemente non riuscivano a comprendere.

Dello stesso autore: Conosci il paese dove spuntano i cannoni?

Siena

Siena
(Paul Polansky n. a Mason City, Iowa, USA il 17/2/1942)

Giuseppe mi ha chiesto
Dove volessi mangiare:
in un posto popolare
o in un ristorante più esclusivo.

Speravo lui intendesse con “popolare”
Una taverna di lavoratori
Come nella vecchia Madrid
E non una catena di fast food
Come McDonald.
Gli ho detto che ho sempre trovato
idee migliori in fatto di poesia
nei vecchi bar e bistrot
Piuttosto che in salse raffinate.
Mi ha portato in un posto chiamato
Il Grattacielo,
un buco nel muro,
nel cuore del quartiere vecchio.
Dovevi tuffare in giù la testa
Per passare dall’uscio
E tenerla bassa all’interno
Nel caso tu fossi più alto
Di 1 metro e 80.
C’erano solo tre tavoli
E dodici sedie.
La prima portata era un assortimento
Di affettati misti di Toscana
Con grandi dosi di pepe, aglio
E pezzi di soffice lardo bianco.
L’unica portata calda del venerdì
Era merluzzo al forno
Ricoperto di peperoni arrosto.

Una caraffa di vino purpureo
È arrivata con del croccante
Pane fatto in casa.
Non ho potuto fare a meno di ascoltare
Le conversazioni ad alta voce
Che venivano dagli altri tavoli:
cavalli, politica e calcio.

Pettegolezzi sulla moglie di qualcuno,
o amante
e ancora ritornavano su tutti e tre.

Sulla parete dietro di me
C’era una copia autografata
Della maglia del capitano
Della locale squadra di calcio.
Sulle altre pareti
C’erano foto in bianco e nero
Delle annuali corse di cavalli
Di luglio e agosto
Intorno a Piazza del Campo.
Non c’erano manifesti
Di alcun partito politico.

Dopo pranzo Giuseppe suggerì
Un altro posto
Per il caffè.

Appena usciti,
Ho sentito dal tavolo accanto alla porta
Qualcuno lamentarsi
Del grande disonore
Arrecato alla memoria di Karl Marx
Dal fatto che molti Comunisti
Adesso sono soliti andare in chiesa a Siena.
Gettandomi uno sguardo
Un lavoratore con una tuta blu
Disse
Solo i turisti lasciano mance
Nei ristoranti italiani
E solo i Comunisti
In chiesa nel piatto delle collette.

Dello stesso autore: Ho sentito chiamare

Con l’avallo delle nuvole

Con l’avallo delle nuvole
(Hilde Domin Colonia, Germania 27/7/1909 – Heidelberg, Germania 22/2/2006)

                                                              per Sabka

Ho nostalgia di una terra
in cui non sono mai stata,
dove tutti gli alberi e i fiori
mi conoscono,
dove non vado mai,
dove però le nuvole
si ricordano bene
di me,
straniera,
che non ha casa in cui piangere.

Vado
verso un’isola senza porto,
butto in mare le chiavi
già alla partenza.
Non arrivo da nessuna parte.
La mia tela è come una ragnatela al vento,
ma non si strappa.
E oltre l’orizzonte,
dove i grandi uccelli
asciugano le ali al sole
alla fine del volo,
c’è una terra
dove mi si deve accettare
senza passaporto,
con l’avallo delle nuvole.

Il pulsare delle cose

Il pulsare delle cose
(A'isha Arna'ut n. Damasco, Siria nel 1946, vive a Parigi)

1
I fulmini
che balenano nel mio corpo
non lasciano traccia nel tessuto della notte.

Durante la discesa un gregge di pecore incrocia il mio cammino
non lo seguo
e attraverso gli orizzonti.

2
La nebbia sale lentamente
per poi dileguarsi.

Tutto è al suo posto
ma è più brillante.

4
I raggi
trafiggono la superficie dell’acqua
leggermente obliqui

ma non la feriscono.

5
L’idea di scrittura pura
E’ la vana ricerca

di uno specchio liscio
la cui polvere sfiora la seta del cuore.

6
Ogni passo che compio
mi chiede
di abbandonare
ogni certezza.

7
Se dovessimo
dimorare nel passato

I nostri occhi
guarderebbero sempre
all’indietro.

8
La legna è bruciata
E’ diventata cenere.

La cenere non conosce la legna
e la legna non ha mai conosciuto la cenere.

(Da: "Non ho peccato abbastanza", antologia di poetesse arabe contemporanee)

Della stessa autrice: Il passaggio dei sensiSilenziosamente ha vissuto

Bere una coca con te

Bere una coca con te
(Frank O’Hara Baltimore, Maryland, USA 27/3/1926 – Fire Island, New York, USA 25/7/1966)

Bere una coca con te
è ancor più divertente che andare a San Sebastian, Irun, Hendaye, Biarritz, Bayonne
o star male di stomaco sulla Travesera de Gracia a Barcellona
un po’ perché con la tua camicia arancio sembri un più beato più felice San Sebastiano
un po’ per il mio amore per te, un po’ per il tuo amore per lo yogurt
un po’ per i tulipani arancio fluorescente attorno alle betulle
un po’ per la segretezza dei nostri sorrisi di fronte a persone e statuaria
è dura credere quando son con te che ci possa essere qualcosa di tanto statico
tanto solenne o spiacevolmente definitivo quanto la statuaria quando dritto davanti a questa
nella luce calda delle quattro di New York scivoliamo avanti e indietro
tra l’uno e l’altro alla deriva come un albero che respira dagli occhiali
e la mostra di ritratti sembra non aver neanche una faccia, solo pittura
che improvvisamente ti chiedi perché qualcuno al mondo li abbia mai fatti
guardo
te e preferisco guardar te che tutti i ritratti del mondo
eccetto eventualmente per il Cavaliere Polacco raramente e comunque sta al Frick
a cui grazie al cielo non sei già stato così ci possiamo andare assieme la prima volta
e il fatto che ti muovi così stupendamente più o meno mette a posto il Futurismo
giusto come a casa non penso mai al Nudo che Scende una Scala o
alle prove a un solo disegno di Leonardo o Michelangelo che una volta mi stendeva
e che bene gli fa tutta quella ricerca degli Impressionisti
quando non han mai preso la persona giusta per stare di fianco all’albero quando il sole calava
o se è per questo Marino Marini quando non ha scelto il cavaliere attentamente
quanto il cavallo
sembra che siano stati tutti deprivati di una qualche meravigliosa esperienza
che non andrà sprecata con me che è la ragione per cui te lo sto dicendo

Dello stesso autore: Perché non sono un pittore

Lettera per una nascita

Lettera per una nascita
(
Pierluigi Cappello n. a Gemona del Friuli, UD l’8/8/1967)

Scrivo per te parole senza diminutivi
senza nappe né nastri, Chiara.
Resto un uomo di montagna,
aperto alle ferite,
mi piace quando l’azzurro e le pietre si tengono
il suono dei “sì” pronunciati senza condizione,
dei “no” senza margini di dubbio;
penso che le parole rincorrano il silenzio
e che nel tuo odore di stagione buona
nel tuo sguardo più liscio dei sassi di fiume
esploda l’enigma del “sì” assordante che sei.

Scriverti è facile; e se potessi verserei
la conoscenza tutta intera delle nuvole
la punteggiatura del cosmo
la forza dei sette mari, i sette mari in te
nel bicchiere dei tuoi giorni incorrotti.

Ma non sono che un uomo, e quest’uomo
ti scrive da un tavolo ingombro
e piove, oggi, e anche la pioggia ha le sue beatitudini
sulla casa dalle grondaie rotte
quando quest’uomo ti pensa e fra tutte le parole da scegliere
non sa che l’inciampo nel dire come si resta
e come si preme
nel mistero del giorno nuovo in te
che prima non c’era
adesso c’è.

dedicata alla nipotina Chiara
(Da: Mandate a dire all’imperatore)

Dello stesso autore: GericoParole povere

La memoria

La memoria
(Marceline Desbordes-Valmore Douai, Francia 20/6/1786 – Parigi, Francia 23/7/1859)

Taci, sorella, ché il passato brucia.
Taci il suo nome, ché il suo nome è lui.
Ostinarsi sui beni perduti
è come andar con l’onda che ripiega.
Quel nome che mi è ardore e mi è dolcezza
quel nome, quando appena ora mi tocca,
come un fuoco mi avvampa nella bocca.
Sorella, non parlare.

Vedi, da donna, un cuore di donna
in fondo ai nostri occhi costernati:
a spegnersi alla fine condannati,
troppa febbre la fiamma se ne porta.
Di questo male la tortura forte
inflessibile l’uomo a lungo regge,
e se ci vieta, con spietata legge,
la sofferenza, ci concede morte.

Come conosce, lui, l’amara scienza
di offrir menzogne anche al suo stesso amore;
quanta furia lo nutre, e che rancore
contro il suo antico idolo s’inventa.
Come c’investe, a volte, l’aspro fiato
del suo odio… se nel suo delirio,
perché non me ne offrisse Dio vendetta,
ad alta voce non l’ho mai gridato.

Ché per lui verso, inesaurita fonte,
un pianto che somiglia a una preghiera;
in essa amore a carità si fonde
che dell’amore è la radice vera.
Che fede ti vibrava nell’accento,
giovane voce subito spergiura!
Ne parlo a Dio e taccio il tradimento
perché ti ami quanto t’amo io.

La fresca impronta m’è rimasta in cuore
di ciò che il suo candore un tempo è stato.
E quando Dio peserà il mio cuore
quel vuoto eterno, insieme, avrà pesato.
Non è più lui, nemmeno ai propri occhi,
e chi ha avuto il suo omaggio s’è ingannato.
Lo compiango: ma solo un giorno, in cielo,
gli ridarò il bel viso ritrovato.

Della stessa autrice: Il risveglioIo non so più, io non voglio piùLe rose di Saadi

Dionisiaca

Dionisiaca
(Marko Kravos Poeta e scrittore sloveno n. a Montecalvo Irpino, AV il 16/5/1943, dove i suoi erano confinati durante il fascismo, vive a Trieste)

In fin dei conti
proprio grazie alla mia scarsa importanza
mi rifiuto a ogni saggia devozione.
Per le membra lo spazio lì è troppo angusto
e i miei cinque sensi
proprio vorrebbero farsi due salti.
Tento e ritento di trovarmi a mio agio
sulle mie gambe, sugli occhi e gli orecchi.
Quando inspiro è tra sogni azzurrini,
se espiro alito via tutto il passato.
Non mi preoccupano più bontà e apparenza.
I giorni sono mosci, ma stellate
le notturne bevute di vino.
Mai più uomo a una sola dimensione,
schiacciato dalla luce: in me ci sono
due generi più uno terzo:
il maschile, il femminile e l’infantile!
Con sé il tempo si accoppia e prolifica.
La mia agile esiguità mi entusiasma
E questo delizioso esser da poco.
Non credo più in fedeltà presuntuose
(non esiste l’eterno) e rinnego il dio
cui manchi il dono leggero del riso.

(Trad. di Arnaldo Bressan)

Dello stesso autore: Il mio corpo