Monotonia

Monotonia
(Konstantinos Kavafis Alessandria d’Egitto 29/4/1863 – Alessandria d’Egitto 29/4/1933)

Segue a un giorno monotono un nuovo
giorno, monotono, immutabile.
Accadranno le stesse cose, accadranno di nuovo
tutti i momenti uguali vengono, se ne vanno.

Un mese passa e un altro mese accompagna.
Ciò che viene s’immagina senza calcoli strani:
è l’ieri, con la nota noia stagna.
E il domani non sembra più domani.

Dello stesso autore: Aspettando i barbariBrameIl dicembre del 1903IonicaItacaLontanoPer quanto puoiS’è avvolto nelle tenebre il mondo…S’informava della qualitàTornaUna notte

La Domenica dell’Olivo

La Domenica dell’Olivo
(Giovanni Pascoli San Mauro di Romagna, FC 31/12/1855 – Bologna 6/4/1912)

Hanno compiuto in questo dì gli uccelli
il nido (oggi e la festa dell’olivo)
di foglie secche, radiche, fuscelli;

quel sul cipresso, questo su l’alloro,
al bosco, lungo il chioccolo d’un rivo,
nell’ombra mossa d’un tremolio d’oro.

E covano sul musco e sul lichene
fissando muti il cielo cristallino,
con improvvisi palpiti, se viene
un ronzio d’ape, un vol di maggiolino.

Dello stesso autore: A Roma eternaIo ti dirò che t’amo!La BefanaLa felicitàLa voce dei poveriNovembreNovembrePiantoSognoX agosto

Ti amo come se mangiassi il pane

Ti amo come se mangiassi il pane
(Nazım Hikmet Salonicco, Grecia 20/11/1901 ma registrato all’anagrafe il 15/1/1902, che egli stesso indicava come data di nascita – Mosca, Russia 3/6/1963)

Ti amo come se mangiassi il pane
spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi pieno di gioia
pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me quando il
crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.

Dello stesso autore: Addormentarsi adessoAlla vitaAmo in teAngina PectorisDon ChisciotteDurante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da meGuardo in ginocchio la terraHo sognato della mia bellaI tuoi occhiIl più bello dei mariLa bambina di HiroshimaNon vivere su questa terra come un inquilinoSei la mia schiavitù sei la mia libertà

Aut aut

Aut aut
(
Annie Vivanti Norwood, Regno Unito 7/4/1866 – Torino 20/2/1942)

Io voglio il sole, io voglio il sole ardente
Che l’ebbrezza mi dia del suo splendore,
O pur la buia notte ed il fragore
Forte de la tempesta alta e furente.
La grigia nebbia il core la detesta:
Datemi il cielo azzurro o la tempesta.

Voglio la libertà! la sconfinata
Intera libertà la voglio mia!
O pur la tetra e stretta prigionia
Di quattro travi e la cassa inchiodata.
Oh, se non m’è concesso l’infinito,
Ch’io, l’ali infrante, giaccia seppellito

E voglio l’amor tuo; l’intero ardente,
Illimitato amore, o l’odio intenso.
Ma sia l’odio o l’amor, lo voglio immenso!
Io non sopporto un guardo indifferente.
L’amor che tutto soffre e tutto dona
O l’odio che non piega e non perdona.

O tutto o nulla io voglio: il riso o il pianto,
Il sole d’oro o l’uragano nero,
la stretta bara o l’universo intero,
E dallo sguardo tuo martirio o incanto!
Tutti i tuoi baci dammi e tutto il core,
O la croce sublime del dolore!

Della stessa autrice: Quando sarò partita

Tu sei per me una creatura triste

Tu sei per me una creatura triste
(Cesare Pavese Santo Stefano Belbo, CN 9/9/1908 – Torino 27/8/1950)

Tu sei per me una creatura triste,
un fiore labile di poesia,
che, nell’istante stesso che lo godo
e tento inebriarmene,
sento fuggire lontano
tanto lontano,
per la miseria dell’anima mia,
la mia miseria triste.
Quando ti stringo pazzamente al cuore
e ti suggo la bocca,
a lungo, senza posa,
sono triste, bambina,
perché sento il mio cuore tanto stanco
di amarti cosí male.
Tu mi dài la tua bocca
e insieme ci sforziamo di godere
il nostro amore che sarà mai lieto
perché l’anima in noi è troppo stanca
dei sogni già sognati.
Ma sono io sono io il vile,
e tu sei tanto in alto
che, quando penso a te,
non mi resta che struggermi d’amore
per quel poco di gioia che mi dài,
non so se per capriccio o per pietà.
La tua bellezza è una bellezza triste
quale avrei mai osato di sognare,
ma, come tu mi hai detto, è solo un sogno.
Quando ti parlo le cose piú dolci
e ti stringo al mio cuore
e tu non pensi a me,
hai ragione, bambina:
io sono triste triste e tanto vile.
Ecco, tu sei per me
null’altro che una fragile illusione
dai grandi occhi di sogno,
che per un’ora mi si stringe al cuore
e mi ricolma tutto
di cose dolci, piene di rimpianto.
Cosí mi accade quando stancamente
mi struggo a infondere nei versi lievi
un mio spasimo triste.
Un fiore labile di poesia,
nulla di piú, mio amore.
Ma tu non sai, bambina,
e mai saprai ciò che mi fa soffrire.
Continuerò, piccolo fiore biondo,
che hai già tanto sofferto nella vita,
a contemplarti il viso che ti piange
anche quando sorride
– oh la dolcezza triste del tuo viso!
non saprai mai, bambina –
continuerò a adorare accanto a te
le tue piccole membra melodiose
che han la dolcezza della primavera
e son tanto struggenti e profumate
che io quasi impazzisco
al pensiero che un altro le amerà
stringendole al suo corpo.
Continuerò a adorarti,
e a baciarti e a soffrire,
finché tu un giorno mi dirai che tutto
dovrà essere finito.
E allora tu non sarai piú lontana
e non mi sentirò piú stanco il cuore,
ma urlerò dal dolore
e ribacerò in sogno
e mi stringerò al petto
l’illusione svanita.
E scriverò per te,
per il tuo ricordo straziante
pochi versi dolenti
che tu non leggerai piú.
Ma a me staranno atroci
inchiodati nel cuore
per sempre.

Dello stesso autore: Hai un sangue, un respiroI mattini passano chiariIn the morning you always come backLa notteLuna d’AgostoMi strugge l’animaThe night you sleptTi ho sempre soltanto vedutaTu non sai le collineTu sei come una terraVerrà la morte e avrà i tuoi occhiVino triste

Del dolore e dell’amore

 

Una vita spesa
a bruciare i crocefissi
Nei giorni appesi ai chiodi.

È fobia di meschine carestie.
Sono legni di vetro e spine di riccio.

Non sono degna neppure
di una croce, quando le spalle
rinnegano scivolando.

È come Pietro la mia ira
una tempesta di fughe e viltà.

Troppe volte ho scritto
a nuovo
l’incipit della mia vita.

La mandibola si dilata rapace
e macera l’inquietudine.

Amo il doppio di Venere,
ma Giove e Marte
si contendono lo scudo.

Ho conosciuto
Sodoma e Gomorra,
non voglio perire
nelle macerie di Babele.

Rivendico il diritto di sognare.

— Adele Desideri —

 

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426 bambini…

426 bambini…
(Maria Grazia Palazzo n. a Martina Franca nel 1968)

426 bambini
la strage degli innocenti
si ripete ancora
dopo 2000 anni di storia

Siria piangi il tuo futuro
noi occidente il nostro presente
addormentato come Caino
sulle rive del Mediterraneo

Madre mediterranea
madre terra che nutri i tuoi figli
assicuri loro l’approdo
dal faticoso viaggio in mare

Madre del Soccorso
che cerchi i tuoi figli
li metti in salvo
dalle insidie del male

benedici ogni uomo ed ogni navigante
il nostro lavoro, la famiglia umana
benedici il profumo della tua terra il suo futuro
e l’uomo ospitale che ne riconosce il dono

Il corpo della Siria geme i dolori del parto
fa che questa notte non trascorra invano
fa che le stelle del cielo non si spengano
raccogli il dolore degli innocenti

Se camminando vado solitario

Se camminando vado solitario
(Carlo Michelstaedter Gorizia 3/6/1887 – Gorizia 17/10/1910)

Se camminando vado solitario
per campagne deserte e abbandonate
se parlo con gli amici, di risate
ebbri, e di vita,

se studio, o sogno, se lavoro o rido
o se uno slancio d’arte mi trasporta
se miro la natura ora risorta
a vita nuova,

Te sola, del mio cor dominatrice
te sola penso, a te freme ogni fibra
a te il pensiero unicamente vibra
a te adorata.

A te mi spinge con crescente furia
una forza che pria non m’era nota,
senza di te la vita mi par vuota
triste ed oscura.

Ogni energia latente in me si sveglia
all’appello possente dell’amore,
vorrei che tu vedessi entro al mio cuore
la fiamma ardente.

Vorrei levarmi verso l’infinito
etere e a lui gridar la mia passione,
vorrei comunicar la ribellione
all’universo.

Vorrei che la natura palpitasse
del palpito che l’animo mi scuote…
vorrei che nelle tue pupille immote
splendesse amore. –

Ma dimmi, perché sfuggi tu il mio sguardo
fanciulla? O tu non lo comprendi ancora
il fuoco che possente mi divora?…
e tu l’accendi…

Non trovo pace che se a te vicino:
io ti vorrei seguir per ogni dove
e bever l’aria che da te si muove
né mai lasciarti. –

31 marzo 1905

La nostra paura più grande

 

La nostra paura più profonda
non è quella di essere inadeguati.
La nostra paura più grande
è che noi siamo potenti al di là di ogni misura.
È la nostra luce, non il nostro buio
ciò che ci spaventa.
Ci domandiamo: "Chi sono io per essere brillante, magnifico, pieno di talento, favoloso?".
In realtà, chi sei tu per non esserlo?
Tu sei un figlio dell’Universo.
Il tuo giocare a sminuirti
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nel rimpicciolirsi in modo che gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Noi siamo fatti per risplendere,
come fanno i bambini.
Noi siamo fatti per rendere manifesta
la gloria dell’universo che è in noi.
Non solo in alcuni di noi,
è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, noi, inconsciamente, diamo
alle altre persone il permesso di fare la stessa cosa.
Quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

— Marianne Williamson —

 

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