Non ho mai saputo il tuo nome

Non ho mai saputo il tuo nome
(Maria do Rosário Pedreira n. a Lisbona, Portogallo il 21/9/1959)

Non ho mai saputo il tuo nome. Entrasti un pomeriggio,
per sbaglio, a domandare se io ero un’altra persona –
un sole che improvvisamente aggiungeva calce ai muri,
un incendio capace di divorare il cuore del mondo.

Non ti mentii; mi alzai e ti condussi alla porta giusta
come un veliero trascina i sogni in mare; ma,
prima di lasciarti, ti dissi ancora che in quel pomeriggio
mi sarebbe piaciuto molto chiamarmi un’altra cosa – o
essere un gatto, per poter avere più di una vita.

(Trad. di Mirella Abriani)

Gioco

Gioco
(Nuno Júdice n. a Mexilhoeira Grande, Portogallo il 29/4/1949)

Sapendo che ti amo,
e quanto sono difficili le cose dell’amore,
preparo in silenzio il tavolo
da gioco, colloco i pezzi
sulla scacchiera, dispongo i posti
necessari perché tutto
cominci: le sedie
una di fronte all’altra, sebbene sappia
che le mani non possono toccarsi,
e che al di là delle difficoltà,
esitazioni, arretramenti
o avanzamenti possibili, solo gli occhi
trasportano, forse, un’ipotesi
d’intendimento. È allora che arrivi,
è come se un vento di nord
entrasse da una finestra aperta,
tutto il gioco vola per aria,
il freddo ti riempie gli occhi di lacrime,
e mi spingi dentro, dove
il fuoco consuma quel che resta
del nostro rompicapo.

(Trad. di Giulia Lanciani)

L’ho sentito implorare con durezza

 Giornata mondiale per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro

L’ho sentito implorare con durezza
(Ferruccio Brugnaro n. a Mestre 18/8/1936)

L’aria oggi puzza di uova marce
è infetta
di tetraetile idrocaburi
catrami.
Ho raccolto dal cemento ora
un minuscolo uccello
rosso grigio
tutto tremante
ha gli occhi quasi chiusi
e il becco pieno
di schiuma verdastra.
Forse ha mangiato
qualche granulo
di zolfo
forse qualche altro veleno
terribile.
L’ho sentito implorare
la mia mano
con durezza
l’ho sentito piangere
a dirotto
come un cielo
scrosciante
senza nessuna
risposta.
Dentro la mia mano
ho toccato con ampiezza
in silenzio
tutto il dolore
lo spegnersi
e il vivere
straziante
inesorabile.
Mi è stata gettata nel profondo
oggi
una domanda d’amore
di luce
che non può essere
nascosta da nessuna
parte.
Ho scoperto oggi
tutto un mondo
di uomini fiori animali
ho scoperto
resistenze
tenacie
gioie segrete e pazze
che non si sottometteranno
neanche se bombe e missili
cadranno
da tutte le latitudini
più fitte
della neve
delle notti
d’inverno.

Dello stesso autore: Questo carico di morteSono sempre stato da una parte sola

Poesia XVII

Poesia XVII
(Dulce María Loynaz L’Avana, Cuba 10/12/1902 – L’Avana, Cuba 27/4/1997)

C’è qualcosa di molto sottile e profondo
nel voltarsi a guardare la strada percorsa…
La strada dove, senza lasciare traccia,
è rimasta la vita intera.

(Da: Poemas sin nombre, 1953)

Ti riconobbi

Ti riconobbi
(Juan Ramón Jiménez Moguer, Spagna 24/12/1881 – San Juan, Porto Rico 29/5/1958 – Premio Nobel per la letteratura 1956)

Ti riconobbi, perché
guardando l’orma
del tuo piede sul sentiero,
sentii dolore al cuore
che tu calpestasti.
Corsi follemente;
cercai per tutto il giorno,
come un cane senza padrone.
Te n’eri già andato!
E il tuo piede calpestava il mio cuore,
in una fuga senza fine,
come se quello
fosse il cammino
che ti portava via per sempre…

Dello stesso autore: A CarnevaleFusioneGioia del sognoLascia colare il tuo bacioRoseSpazio

Una volta che avevo diciassette anni

  25/4/1945 – 72º Anniversario della liberazione d’Italia

Una volta che avevo diciassette anni
(Giuseppe Colzani Sesto San Giovanni, MI 5/11/1911 – Rovetta, BS 22/8/1992)

Una volta che avevo diciassette anni ed ero quasi a forza partigiano
trovammo nel perlustrare una cantina due fascisti
Senza le armi son come scatole svuotate
e a noi due morti in più portavan niente
Così li aiutammo a sparire a calcinculo
Ma poi anni dopo uno lo incontrai che aveva una bambina
e mi guardò e mi disse
Ti devo la mia vita e lei
E io pensai che se avesse vinto lui la guerra
non ci saremmo stati né io né i miei due figli.

Dello stesso autore: Avevo due paure

Domenica mattina ha traslocato la famiglia di bosniaci

Domenica mattina ha traslocato la famiglia di bosniaci
(Francesco Tomada n. a Udine nel 1966)

Domenica mattina ha traslocato la famiglia di bosniaci
che abitava qui di fronte

hanno ammassato su un furgone scoperto
tutte le loro cose
reti di letti mobili e giocattoli dei figli

la gente all’uscita di messa li guardava
senza capire come si potesse
spostare una casa intera in un solo viaggio

hanno salutato sorridendo come sempre
poi sono saliti
hanno messo in moto e sono andati via

l’ultima immagine che resta delle loro vite
è una scritta a pennarello nero sullo scatolone
caricato in fondo

Dello stesso autore: Tre diviso due

Ode al libro II

 Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore

Ode al libro II
(Pablo Neruda Parral, Cile 12/7/1904 – Santiago, Cile 23/9/1973 – Premio Nobel per la letteratura 1971)

Libro
bello,
libro,
minimo bosco,
foglio
dopo foglio,
odora la tua carta
di elemento,
sei
mattutino e notturno,
cereale,
oceanico,
nelle tue antiche pagine
cacciatori di orsi,
falò
vicino al Mississipi,
canoe
sulle isole,
più tardi
strade
e strade,
rivelazioni,
popoli
insorti,
Rimbaud come un ferito
pesce sanguinante
che palpita nella melma,
e la bellezza
della fratellanza,
pietra su pietra
si edifica il castello umano,
dolori che intessono
la fermezza,
azioni solidali,
libro
nascosto
di tasca
in tasca,
lampada
clandestina,
stella rossa.

Noi
poeti
erranti
esploriamo
il mondo,
e in ogni porta
ci ricevette la vita,
noi prendiamo parte
alla lotta sulla terra.
Quale fu la nostra vittoria?
Un libro,
un libro pieno
di contatti umani,
di camicie,
un libro che non conosce
la solitudine, con uomini
ed utensili,
un libro
è la vittoria.
Vive e cade
come tutti i frutti,
non soltanto ha luce,
non soltanto ha
ombra,
ma si spegne,
si sfoglia,
si perde
fra le strade,
crolla a terra.
Libro di poesia
del domani,
torna
ancora
ad avere neve o muschio
nelle tue pagine
perché le impronte
o gli occhi
lascino
tracce:
descrivici
di nuovo il mondo,
le sorgenti
nei folti boschi,
gli alti albereti,
i pianeti
polari,
e l’uomo
sui cammini,
sui nuovi cammini,
che avanza nella selva,
nell’acqua,
nel cielo,
nella nuda solitudine marina,
l’uomo
che scopre
gli ultimi segreti,
l’uomo
che ritorna
con un libro,
il cacciatore che ritorna
con un libro,
il contadino che ara
con un libro.

Dello stesso autore:
Acqua sessuale
Corpo di donna
Dietro di me sul ramo voglio vederti
Donna Completa – Sonetto XII
Dove sarà la Guglielmina?
Due amanti felici – Sonetto XLVIII
È il mattino pieno
Gente di terra italiana
Ho fame della tua bocca
Il bacio
Il figlio
Il silenzio
Il tuo sorriso
L’amore
L’esilio
La poesia
La povertà
Lo sciopero
Non t’amo come se fossi rosa di sale – Sonetto XVII
Non t’amo se non perché t’amo – Sonetto LXVI
Nuda – Sonetto XXVII
Ode al cane
Ode al fiore azzurro
Ode al giorno felice
Ode al primo giorno dell’anno
Ormai sei mia – Sonetto LXXXI
Per il mio cuore
Perché tu mi oda
Quando il riso ritira dalla terra
Qui stanno il pane, il vino, la tavola, la dimora
Se saprai starmi vicino
Spiego alcune cose
Tristissimo secolo
Un giorno, uomo o donna, viandante…

A tutti gli indignati della terra!

   22 aprile: Giornata Mondiale della Terra

A tutti gli indignati della terra!
(Ernest Pépin n. a Lamentin, Guadalupa il 25/9/1950)

Siamo gli indignati

Gli uomini e le donne della trance
Le reni contratte
Le mani aperte
Camminiamo sulle nuvole inquiete
Siamo le pietre ferite di un mondo smarrito
I martoriati dalla Borsa
I nostri occhi sono arance amare
Di vendemmie mai state
Conduciamo i nostri pensieri nel mondo ferito

Siamo gli indignati

Braci inestinguibili
E quando soffia il vento
La libertà c’infiamma gli occhi

Siamo gli indignati

I clandestini
Ammassi di vita in sospeso
Quelli a cui il mondo ha dato la condizionale
Siamo la fumata che dice di no
I popoli depredati e le donne violate
Il grido che scavalca le menzogne
Abbiamo eletto domicilio in strada
Perché solo la strada ascolta
Ci sono silenzi che danno il disgusto
Solitudini nate morte
Pianeti assassinati
E sotto le palpebre il sogno procreatore

Siamo gli indignati

Aggrappati alla tempesta
Intanati alla luce del giorno
Abbracciamo gli uccelli
Scaviamo nidi
Degli indomani al fresco in cisterne prosciugate
Tracce di scintille
Costruiamo
Ponti di erba matta
Palmizi saldati al cielo
Noi impastiamo un altro sole
Non sciupate le nostre preghiere
Anche le nostre ceneri rinascono ogni secolo
Avanziamo come la linfa
Goccia a goccia verso l’alba
Avanziamo come il mare
Onda dopo onda
Ma adoriamo la preghiera del vulcano
Sappiamo che la terra gira in attesa di giustizia
Sappiamo che i poeti hanno già seminato le parole
Vogliamo un mondo azzurro
L’azzurro assoluto di uomini e donne

Siamo gli indignati

Gli orologiai dell’arcobaleno
Scriviamo sulle righe della vita
Veneriamo la vita e affermiamo che è possibile
Che la luce partorisca la luce
E volteggi in tutti i colori del mondo
Magma del mondo
Carne del mondo
Ci ricordiamo della promessa delle stelle prima della caduta
Battito del mondo
Siamo qui

Siamo gli indignati

E piantati in mezzo alla piazza aspettiamo la cerimonia delle collere
Con la bassa marea la terra è un’isola
Un giardino contagioso che sta sulla mano
Gli alberi possono danzarci a volontà
Aprire i loro ombrelloni
Gli uccelli firmare nuovi contratti
Gli uomini prendere posto e spiccare il volo
Al tempo si rompono le acque
Raggiunge l’attimo prima del giorno
Getta nel mondo vapori di torrente
Parole elevate dall’incendio nomade
Scintilla del mondo
Ignoriamo l’ombra sorda che arrugginisce
Gli scali dove la paura fa rifornimento
L’osteria dove i filibustieri giocano col diavolo
Il mondo vira da una sponda all’altra
Il mondo spia in attesa di una radura d’isola
Un forse
Una carezza mattutina sui grappoli di rugiada
Un occhio che aspira i cicloni
Vortice
Vortice di lucciole che aspergono la valanga delle notti
Vortice solidale
Siamo gli indignati

Siamo il valore aggiunto al mondo

(Faugas/Lamentin, Le 14 Septembre 2011)

A Padron Marcello

  2770° Natale di Roma

A Padron Marcello
(Giuseppe Gioachino Belli Roma 7/9/1791 – Roma 21/12/1863)

Chi ha ffrabbicato(1) Roma, er Vaticano,
er Campidojjo, er Popolo,(2) er Castello?
Furno Romolo e Rmemolo, Marcello,
che ggnisun de li dua era romano.

Ma un e ll’antro(3) volenno esse(4) soprano(5)
de sto paese novo accusí bbello,
er fratello nimmico der fratello
vennero a ppatti cor cortello in mano.

Le cortellate aggnédero(6) a le stelle;
e Rroma addiventò ddar primo ggiorno
com’è oggi, una Torre-de-Bbabbelle.

De li sfrizzoli(7) oggnuno ebbe li sui:
e Rroma, quelli dua la liticorno,(8)
ma vvenne er Papa e sse la prese lui.

27 novembre 1833

(Da Sonetti romaneschi)

1. Fabbricato.
2. La Piazza e il Rione del Popolo.
3. Uno e l’altro.
4. Volendo essere.
5. Sovrano.
6. Andarono.
7. Dei colpi.
8. Litigarono.

Dello stesso autore: Er caffettiere filosofoEr calloEr confessoreEr frutto de la predicaEr giorno der giudizzioL’amore de li mortiL’istateLa creazzione der MonnoLa Messa de San LorenzoLi du’ ggener’umaniPasqua Bbefania