La poesia attraversa la terra in solitudine

  Giornata Mondiale della Poesia

La poesia attraversa la terra in solitudine
(Eugenio Montejo Caracas, Venezuela 19/10/1938 – Valencia, Venezuela 5/6/2008)

La poesia attraversa la terra in solitudine,
appoggia la sua voce sul dolore del mondo
e niente chiede
– nemmeno parole.
Arriva da lontano e senza orario, non avverte mai;
ha la chiave della porta.
Entrando si sofferma sempre ad osservarci.
Poi apre la sua mano e ci offre
un fiore o un ciottolo, qualcosa di segreto,
ma tanto intenso che il cuore palpita
troppo veloce. E ci svegliamo.

Dello stesso autore: Credo nella vitaUna solitudine qualsiasi

La mia risata vola alta

   Giornata internazionale della felicità

La mia risata vola alta
(Joyce Mansour Bowden, Inghilterra, Regno Unito 25/7/1928 – Parigi, Francia 27/8/1986)

La mia risata vola alta
Più in alto dei cappelli cardinalizi
E della speranza.
I miei seni sorridono quando brilla il sole

Malgrado i miei abiti malgrado mio marito
Felice nell’essere così sporca
Perché gli avvoltoi mi amano
E anche Dio.

Della stessa autrice: Piove nella conchiglia blu della città

Alla fine della tristezza

Alla fine della tristezza
(Peter Turrini n. a St. Margarethen in Lavanttal, Austria il 26/9/1944)

Alla fine della tristezza e della rabbia
capisco mio padre.
Questo piccolo italiano
che trovò la neve troppo presto
e la lingua tedesca troppo tardi
aveva paura.

Intuiva
che per uno straniero
non c’era posto
al tavolo dell’osteria locale.

Per non dare nell’occhio
taceva e lavorava.
Imitò le virtù locali
Finché ne fu sotterrato.

Una volta
mi raccontò un mio fratellastro, anni dopo
voleva dar fuoco alla bottega
lasciare la famiglia
e ritornare al suo paese.

Mi dispiace
di non potergli più dire
quanto sarei andato volentieri
con lui
verso sud.

(Trad. di Mauro Ponzi)

Dello stesso autore: Perché ti lamenti

Noi opprimiamo la nostra natura

Noi opprimiamo la nostra natura
(Oscar Wilde Dublino, Irlanda 16/10/1854 – Parigi, Francia 30/11/1900)

Ma noi opprimiamo la nostra natura, affamati,
Nutrendoci di pentimenti vuoti
-Dio o destino nostri nemici.
Siamo nati troppo tardi, non possiamo
Trovare sollievo in un seme secco di papavero,
Noi, che in un solo battito di tempo
Costringiamo la gioia dell’amore infinito
e il dolce dolore feroce dell’infinito peccato.

Siamo stanchi di questo senso di colpa,
Stanchi della disperazione cruda del piacere,
Stanchi dei templi che abbiamo costruito
e delle preghiere giuste inascoltate.
L’uomo è debole, Dio dorme.
Il cielo è in alto. Una scintilla.
Grande Amore. Morte

Dello stesso autore: EndimioneGlykipikros ErosLa grazia in qualche modoLettera al mio adoratoQuei luoghi gentiliSe non avessimo amato

Gente di terra italiana

   1861 – 2017 Giornata dell’Unità d’Italia

Gente di terra italiana
(Pablo Neruda Parral, Cile 12/7/1904 – Santiago, Cile 23/9/1973 – Premio Nobel per la letteratura 1971)

Ho percorso le strade
sono andato per monti.
Le vigne m’hanno coperto
della lor tunica verde,
ho assaggiato il vino e l’acqua.

Tra le mie mani
è volata la farina,
è scivolato l’olio,
ma
è il popolo d’Italia
il prodotto più fine della terra.

Sono andato nelle fabbriche,
ho conversato con gli uomini,
conosco il sorriso
bianco dei volti anneriti,
ed è come una dura farina quel sorriso:
la terra aspra è il suo mulino.

Sono andato
tra i pescatori delle isole,
conosco il canto
di un uomo solo,
solo nelle pietrose solitudini,
ho ritirato le reti del pesce,
ho visto, sui declivi calcinati
del sud, raschiare le viscere
della terra più povera…

Italia, la misura
dell’uomo sempre innalzi
come il granaio il frumento,
accumulando granelli,
capitale, tesoro puro,
germinazione profonda
della delicatezza e della speranza.

Nel mattino
la più antica
delle donne, grigia color ulivo,
mi portava
fiori di roccia, rose strappate
al difficile profilo dei pendii.

Rose e olio verde, erano i doni
che io raccolsi, ma
soprattutto
saggezza e canto
ho appreso dalle tue isole.

Dovunque vado porterò nelle mie mani
come fosse il tatto
di un legno puro,
musicale e fragrante
che le mie dita conservino,
il passo degli esseri,
la voce e la sostanza,
la lotta e il sorriso,
le rose e l’olio,
la terra, l’acqua, il vino
della tua terra e del tuo popolo.

Dello stesso autore: Acqua sessualeCorpo di donnaDietro di me sul ramo voglio vedertiDonna Completa – Sonetto XIIDove sarà la Guglielmina?Due amanti felici – Sonetto XLVIIIÈ il mattino pienoHo fame della tua boccaIl bacioIl figlioIl silenzioIl tuo sorrisoL’amoreL’esilioLa poesiaLa povertàLo scioperoNon t’amo come se fossi rosa di sale – Sonetto XVIINon t’amo se non perché t’amo – Sonetto LXVINuda – Sonetto XXVIIOde al caneOde al fiore azzurroOde al giorno feliceOde al primo giorno dell’annoOrmai sei mia – Sonetto LXXXIPer il mio cuorePerché tu mi odaQuando il riso ritira dalla terraQui stanno il pane, il vino, la tavola, la dimoraSe saprai starmi vicinoSpiego alcune coseTristissimo secoloUn giorno, uomo o donna, viandante…

Un uomo passa

Un uomo passa
(César Vallejo Santiago de Chuco, Perù 16/3/1892 – Parigi, Francia 15/4/1938)

Un uomo passa con un pane a spalla.
Posso scrivere dopo sul mio sosia?

Un altro si siede, si gratta, estrae un pidocchio dall’ascella, lo ammazza.
Con che coraggio parlare di psicanalisi?

Un altro mi è entrato nel petto con un palo in mano.
Parlare poi di Socrate col medico?

Passa uno zoppo che dà il braccio a un bimbo.
Posso leggere, dopo, André Breton?

Un altro ha freddo, tossisce, sputa sangue.
È ancor lecito un cenno all’Io profondo?

Un altro cerca nel fango bucce, nòccioli.
Come scrivere poi sull’infinito?

Un muratore cade da un tetto, muore e non desina più.
Innovare poi il tropo, la metafora?

Un commerciante ruba un grammo sul peso ad un cliente.
Parlare poi di quarta dimensione?

Un banchiere falsifica il bilancio.
Con che faccia poi piangere a teatro?

Un paria dorme col piede sul groppone.
Parlare poi a qualcuno di Picasso?

C’è chi singhiozza dentro un funerale.
Come accedere dopo all’Accademia?

C’è chi in cucina spolvera un fucile.
Con che ardire parlar dell’aldilà?

Chi passando fa i conti sulle dita.
Parlerò senza un grido del non-io?

Dello stesso autore: Gli araldi neriPietra nera su una pietra bianca

Poesia illegittima

Poesia illegittima
(Vivian Lamarque n. a Tesero, TN il 19/4/1946)

Quella sera che ho fatto l’amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po’ mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.

Della stessa autrice: A PasoliniLa notte scendeLa signora dei baciLa signora dell’ultima voltaLa signora della paura

La nostra terra è chiusa, tutta monti…

La nostra terra è chiusa, tutta monti…
(Giorgos Seferis Urla, Turchia 13/3/1900 – Atene, Grecia 20/9/1971; Premio Nobel per la letteratura 1963)

La nostra terra è chiusa,
tutta monti, notte e giorno per tetto cieli bassi.
Non abbiamo né fiumi né pozzi né sorgenti:
poche cisterne vuote, sonanti, venerate.
Suono stagnante e vano, pari al nostro deserto,
al nostro amore, pari ai nostri corpi.
Così strano ci pare d’aver saputo un tempo edificare
case, capanne, stazzi.
E le nozze, le fresche corone, le dita…
enimmi inestricati al nostro cuore.
Come nacquero i figli? Come crebbero?
La nostra terra è chiusa. Chiusa
dalle nere Simplègadi. Nei porti,
la domenica, quando scendiamo a prendere un po’ d’aria,
vediamo rischiarirsi nel crepuscolo
legni rotti da viaggi interminati,
corpi che più non sanno come amare.