I gatti come gli angeli

I gatti come gli angeli
(Marge Piercy n. a Detroit, Michigan, USA 31/3/1936)

I gatti come gli angeli dovrebbero essere magri;
i maiali e i cherubini dovrebbero essere grassi.
La gente sta di solito nel mezzo, un nodo
d’osso che spunta dal ginocchio che vorresti
imbottire, un rotolo di ciccia che penzola
dalla cintura. Ti autopunisci,
una di quelle palle di gomma che hanno i bambini
che rimbalzano sempre sulla
paletta, ripicchiando sulla stessa superficie.
Vorresti essere snella e liscia
come una saetta.
Quando ero giovane
amavo uomini spinosi con ghigni ascetici
tutti gomiti e parole e cartilagini
costoluti come chiglie grigio-nebbia sulla riva,
facce taglienti che accecano
come lame lucenti, il mento
rivolto al saccheggio come una prora egea.

Ora cerco uomini le cui pance serene
mostrano piacere per la carne e per la tavola,
uomini che vengono in cucina
e si siedono, che non pensano che a pelare patate
gli diventi piccolo; uomini con dita
larghe e testicoli violetti come fichi,
uomini con rughe gualcite e l’aspetto
stropicciato adatto ai letti recentemente
usati bene.
Non ci è richiesto
di sembrare quattordicenni malnutriti
malgrado quello che impone
la moda. Tu sei fatto per tirare un carro,
per sollevare un carico pesante e reggerlo,
e trascinarlo su per la salita, e sono così
anch’io, corpi contadini, rustici, solidi
belle pentole d’argilla scura che sanno
stare al fuoco. Quando mettiamo le pance
insieme non facciamo rumori metallici
rimbalziamo sulla buona imbottitura.

Della stessa autrice: Per donne fortiPoesia sconcia

Sonetto 29

Sonetto 29
(
Elizabeth Barrett Browning Durham, Regno Unito 6/3/1806 – Firenze 29/6/1861)

Io penso a te! I miei pensieri sbocciano
e si intrecciano su di te come viti selvagge intorno ad un albero
Distendono ampie foglie finché null’altro si vede
se non l’onda del verde che nasconde il tuo tronco.
Cerca di capire, o mio palmizio, non vorrei quei pensieri ma te
che mi sei tanto più caro. All’istante quindi
rinverdisci la tua presenza; come un albero forte
scrolla i tuoi rami e metti a nudo il tronco
lascia che cadano a terra ovunque, infrante, disperse dal vento,
le bende di questo fogliame che t’avvinghiano.
Poiché nella gioia profonda di vederti e di udirti,
di respirare all’ombra tua un’aria nuova
Io non ti penso più: ti son troppo vicina.

(Da: Sonetti dal Portoghese)

Della stessa autrice: In quanti modi ti amo?Se devi amarmiSonetto 12

Maria

Maria
(Miltos Sachtouris Atene, Grecia 19/7/1919 – Atene, Grecia 29/3/2005)

Pensosa Maria
si tolse le calze

Dal suo corpo giunsero
voci di altri
di un soldato che parlava come un uccello
di un malato che sarebbe morto del male delle pecore
e i pianti della nipotina di Maria
che nacque proprio in questi giorni

Maria pianse e pianse
e poi Maria rise
tese le sue braccia alla notte
rimase con le sue gambe in disparte

Poi i suoi occhi si oscurarono
neri neri confusi si oscurarono

La radio suonava
Maria pianse
Maria pianse
La radio suonava

Allora Maria
aprì lentamente le braccia
e cominciò a volare
attorno alla stanza

Addio a una vista

Addio a una vista
(Wisława Szymborska Kórnik, Polonia il 2/7/1923 – Cracovia, Polonia 1/2/2012; Premio Nobel per la letteratura 1996)

Non ce l’ho con la primavera
perché è tornata.
Non la incolpo
perché adempie come ogni anno
ai suoi doveri.

Capisco che la mia tristezza
non fermerà il verde.
Il filo d’erba, se oscilla,
è solo al vento.

Non mi fa soffrire
che gli isolotti di ontani sull’acqua
abbiano di nuovo con che stormire.

Prendo atto
che la riva d’un certo lago
è rimasta – come se tu vivessi ancora –
bella com’era.

Non ho rancore
contro la vista per la vista
sulla baia abbacinata dal sole.

Riesco perfino ad immaginare
che degli altri, non noi,
siedano in questo momento
su un tronco rovesciato di betulla.

Rispetto il loro diritto
a sussurrare, a ridere
e a tacere felici.

Suppongo perfino
che li unisca l’amore
e che lui la stringa
con il suo braccio vivo.

Qualche giovane ala
fruscia nei giuncheti.
Auguro loro sinceramente
di sentirla.

Non pretendo alcun cambiamento
dalle onde vicine alla riva,
ora leste, ora pigre
e non a me obbedienti.

Non pretendo nulla
dalle acque fonde accanto al bosco,
ora color smeraldo,
ora color zaffiro,
ora nere.

Una cosa soltanto non accetto.
Il mio ritorno là.
Il privilegio della presenza –
ci rinuncio.

Ti sono sopravvissuta solo
e soltanto quanto basta
per pensare da lontano.

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Perché la poesia per molti può essere difficile

Perché la poesia per molti può essere difficile
(Dorothea Lasky n. a Saint Louis, Missouri, USA il 27/3/1978)

Perché parlare ai morti non è cosa da fare
Quando hai da fare altro in giornata
Tipo portar via la spazzatura o passare l’aspirapolvere
Sul bordo fra i fornelli e la dispensa
Perchè il ratto è ovunque
Striscia dappertutto
O piuttosto cammina
Non ti nota nemmeno
Ha intenzioni tutte sue
E cerca quella busta perfetta di patatine
    come eri tu una volta
Perché la vita non è più importante del mangiare
O scopare
O convincere qualcuno a scopare
O convincere qualcuno a fare qualcosa
O dormire sodo e tranquilli
E sperare solo nella gente che ha messo in te tranquillità
O lasciarsi andare dignitosamente
Perché la poesia ti ricorda
Che non c’è dignità
Nel vivere
Si fa quel che si può e per che cosa
Jack Jack gli hai scritto
Hai scritto a tutti noi
Non ero neanche nata
Mi hai scritto
Una palla rossa e verde che muove scintille
Negli occhi dei miei genitori
Mi hai scritto e ho ascoltato
Ho ascoltato credimi ho ascoltato
E sono tornata
No
Per molti la poesia è difficile
Per il suono

(Traduzione: Antonella Francini)

Il senso giusto

 

Tutto quello che passa
per le tue mani
ha una dolce impronta
un senso giusto
un sapore di semi
si riscatta dall’onta
del suo essere plumbeo
ogni ruga si spiana
sull’arco della fronte
chi da te si diparte
a te ritorna
come un pane sparito
rifiorito nel forno.

— BARTOLO CATTAFI —

 

immagine dal web

Gelosia

Gelosia
(Roland Barthes Cherbourg, Francia 12/11/1915 – Parigi, Francia 26/3/1980)

Come geloso, io soffro quattro volte:
perché sono geloso,
perché mi rimprovero di esserlo,
perché temo che la mia gelosia finisca per ferire l’altro,
perché mi lascio soggiogare da una banalità:
soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri.

(Da: Frammenti di un discorso amoroso)

Il massacro dei trecentoventi

  Eccidio delle Fosse Ardeatine 1944 – 2017

Il massacro dei trecentoventi
(Anonimo laziale 1944 Questa canzone, scritta in un miscuglio di italiano e di qualche dialetto laziale rustico, circolava scritta a mano di foglietto in foglietto nella Roma del 1944, dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine.)

Padre Celeste, Iddio di tanto amore
d’una forza mia musa o gran sovrano,
un fatto orrendo che mi strazia il cuore
e mentre scrivo mi trema la mano.

Roma, giardino di rose e di fiori
sei comandata da un popolo strano
per dominare la nostra capitale
non spera bene chi ci portò il male.

Via Romagna, Via Tasso, principale
ventitrè marzo fu la ricorrenza
di chi ci fe’ passar tempi brutali
li tedeschi lo presero a avvertenza.

Misero gran pattuglia a ogni viale;
chi s’ha da vendicà, no ha più pazienza,
chi cui bombe a mano, chi cui rivultella:
tedeschi morti pe’ la via Rasella.

La notizia pe’ Roma non fu bella;
il Comando tedesco fa li piani:
“Ogni vittima nostra si cancella,
vale col prezzo di dieci romani.”

Presero chi già stava nella cella:
se l’avventorno peggio de li cani.
Il carro 99 s’incammina
chi è condannato pe’ la ghijottina.

Il ventiquattro marzo
alla mattina a Regina Coeli
presso le porte presero questa gente -poverina-
innocenti li portano alla morte

neanche se fosse carne selvaggina
-o gran Dio onnipotente, in te so’ forte-
parte l’autocolonna, si distese
giusto all’imbocco delle sette chiese.

Alle ore diciassette sono scesi,
le SS fecero un confino,
presso le grotte a squadre sono presi
pe’ fa rifugio a chi sfollò a Cassino.

Cu a fulla a falsità fu palese:
già stava pronto quel boia assassino
certo che il mastro giustiziere
finchè c’ha vita non potrà godere.

La gente in vista -dovete sapere-
raffiche di mitraglia udir si sente
-Dio dall’alto dei cieli stà a vedere,
abbi pietà di una misera gente.-

Trecentoventi restano a giacere
la tortura fu data “So’ innocente!”
po’ ‘e mine nelle grotte fe’ saltare
pe’ potere li morti seppellire.

La primavera

La primavera
(Grazia Deledda Nuoro 27/9/1871 – Roma 15/8/1936 – Premio Nobel per la letteratura 1926)

L’inverno aveva rinfrescato anche
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti, e tutto era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.

Della stessa autrice: America e Sardigna