Il vestito di Arlecchino

Il vestito di Arlecchino
(Gianni Rodari Omegna, VB 23/10/1920 – Roma 14/4/1980)

Per fare un vestito ad Arlecchino
ci mise una toppa Meneghino,
ne mise un’altra Pulcinella,
una Gianduia, una Brighella.
Pantalone, vecchio pidocchio,
ci mise uno strappo sul ginocchio,
e Stenterello, largo di mano
qualche macchia di vino toscano.
Colombina che lo cucì
fece un vestito stretto così.
Arlecchino lo mise lo stesso
ma ci stava un tantino perplesso.
Disse allora Balanzone,
bolognese dottorone:
"Ti assicuro e te lo giuro
che ti andrà bene li mese venturo
se osserverai la mia ricetta:
un giorno digiuno e l’altro bolletta!".

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Allo specchietto retrovisore

Allo specchietto retrovisore
(José García Nieto Oviedo, Spagna 6/7/1914 – Madrid, Spagna 27/2/2001)

Tu sei il cuore con il vissuto,
in te c’è quello che ci lasciamo dietro,
quello che abbiamo amato con passione,
definitivamente ormai perduto,
in te vediamo le grazie trascorse,
i paesaggi e il cielo di ieri,
quando le cose che ancora ricordi
galleggiano sulle acque dell’oblio,
però vivi ed esisti, piccolo e luminoso,
guardi quei prati, quel sogno così lontano,
le rose di quel giorno,
credi di potere cambiare la sorte e,
se anche andiamo verso la morte,
vivi comunque del passato.

(Da: Juego de los doce espejos, 1951)

Sono un nero Pierrot

Sono un nero Pierrot
(
Langston Hughes Joplin, Missouri, USA 1/2/1902 – New York, USA 22/5/1967)

Sono un nero Pierrot:
lei non mi amava,
così io mi tuffai dentro la notte,
e la notte era nera, anche la notte.

Sono un nero Pierrot:
lei non mi amava,
così io piansi fin quando fu l’alba
e insanguinò le colline ad oriente
e il cuore, anche il mio cuore sanguinava.

Sono un nero Pierrot:
lei non mi amava,
così con l’anima un tempo a colori
come un pallone sgonfiato grinzosa,
me ne andai via nella mattina in cerca
d’un altro amore bruno.

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Il ritmo del cuore

Il ritmo del cuore
(Umberto Kühtz Padova 29/6/1929 – Bitonto,  BA 10/1/2016)

Abbiamo avuto in dono
un viaggio senza soste
e senza ritorni.
Nessun istante
si ripete,
nessuna immagine,
nessuna visione.

Ma non possiamo
perdere il ritmo del nostro cuore,
il nostro sangue
deve scorrere
all’unisono col tempo.

La luna si rinnova
e il sole e il campo di grano
e l’acqua che scorre
nelle vene della terra.

E se non percorriamo
nuovi ad ogni aurora
luoghi dello spirito,
avremo finito
di vivere.

La sorgente

Luna dell’alpe, gioventù del cielo,
al rameggio silente d’ogni stilla
un virgulto di nuvola dal gelo
della tua notte scioglie la tranquilla

profondità dell’aria. Nella chiara
sorgente della voce non ha vólto,
veste non ha quel lievito di rara
esilità tremante.

E la montagna che risalta al diedro
del suo bilico fermo incrina appena
la gramolata pallida di vetro
dei suoi ghiacci lunari nella vena

di quel canto di sete che non sbocca.
Com’è fragile il soffio dell’amore
che gela nella morte appena tocca
la sua purezza, ogni sorgente muore
della sua sete nel vedere l’onda..

— ALFONSO GATTO —

 

immagine dal web

Baghdad

Baghdad
(May Mudhafar Nasiri poetessa e saggista n. a Baghdad nel 1940)

La sera Baghdad è un porto
da cui nessuna nave salpa
la mano dell’universo si allunga prepotente
strappa il calore dal cuore della città
mentre le case ferite risuonano lamenti.

Baghdad…

perla che giace sommersa:
c’è forse un innamorato
c’è forse un mago
che possano tuffarsi nelle ceneri
per riportarla
alla luce?

Ai poeti tra le nuvole

Ai poeti tra le nuvole
(Mauro Macario n. a Santa Margherita Ligure, GE il 21/2/1947)

Non perdere la tua indignazione
dietro versi tranquilli e insensati
che ignorano
l’architettura delle stragi
il palinsesto delle carestie
la cerimonia democratica
di una siringa letale
perché il braccio della morte
è anche il tuo
quando intingi la penna
in quel calamaio di sangue
che tanto ti ripugna
tu che nel sublime
vaneggi ricami barocchi
e sciacqui la coscienza
nel bidè dello stile
ricorda gli ultimi
che affollano la tua soglia
rovescia il calamaio
del salasso mondiale
in faccia ai monsignori
della poesia celeste
sporcati le mani
dentro le discariche abusive
della globalizzazione
dove s’ammucchiano le etnie minori
trucidate dal regresso
e che siano i tuoi versi
pelle e ossa
come gli infanti anoressici
per costrizione
afflitti da quel male che si chiama
Presidente
e spolpati dalla tua omertà
abbellita dalla forma
perché hai perso la tua indignazione
e giochi sordomuto
all’enigmistica poetica
tra le salme del Capitale

(Da: Il destino di essere altrove)

Volersi bene, nel tempo e nel freddo

Volersi bene, nel tempo e nel freddo
(Julio Cortázar Bruxelles, Belgio 26/8/1914 – Parigi, Francia 12/2/1984)

Amo ogni tuo ciglio, ogni tuo capello, ti combatto in candidi corridoi
dove si giocano le fonti della luce,
ti discuto in ogni nome, ti strappo con delicatezza di cicatrice,
a poco a poco ti metto nei capelli cenere di lampo e nastri
assopiti nella pioggia.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia esattamente
quello che viene dietro la tua mano,
perché l’acqua, pensa all’acqua, e ai leoni quando si
sciolgono nello zucchero della fiaba,
e ai gesti, architettura del nulla,
le loro lampade accese a metà dell’incontro.
Ogni domani è l’ardesia su cui ti invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, non sei così, neppure con quei capelli lisci,
quel sorriso.
Cerco la tua somma, il bordo del bicchiere in cui il vino si fa
luna e specchio,
cerco quella linea che fa tremare un uomo
nella sala di un museo.
E poi ti voglio bene, nel tempo e nel freddo.