Per quelli che giungono alle feste

Per quelli che giungono alle feste
(Rubén Bonifaz Nuño Córdoba, Messico 12/11/1923 – Città del Messico 31/1/2013)

Per quelli che giungono alle feste
avidi di tenere compagnie,
e incontrano coppie impenetrabili
e gentili ragazze sole che fanno paura
– poiché uno non sa ballare, ed è triste –;
quelli che si isolano con un bicchiere
di acquavite oscura e melanconica,
e odiano fino in fondo la propria miseria,
l’invidia che sentono, i desideri;

per quelli che sanno con amarezza
che della donna che bramano rimane loro
solamente un chiodo infisso nella spalla
e qualcosa di tenue ed acre, come l’aroma
che serba il rovescio di un guanto dimenticato;

per quelli che furono invitati
una volta; quelli che indossarono
il meno guasto dei loro due vestiti
e furono puntuali; e in una porta
già molto dopo l’arrivo di tutti
seppero che non si sarebbe compiuto
l’appuntamento, e tornarono disprezzandosi;

per quelli che guardano da fuori,
di notte, le case illuminate,
e a volte vorrebbero essere dentro:
dividere con qualcuno tavola e coperta,
vivere con figli felici;
e poi comprendono che è necessario
fare altre cose, e che vale
molto di più soffrire che essere vinto;

per quelli che vogliono muovere il mondo
con il loro cuore solitario,
che per le strade si affaticano
camminando, chiari di pensamenti;
per quelli che calpestano i propri fallimenti e seguono;
per quelli che soffrono con coscienza,
perché non saranno consolati
coloro che non avranno, coloro che non possono ascoltarmi;
per quelli che sono armati, scrivo.

Ode su un’Urna Greca

Ode su un’Urna Greca
(John Keats Londra, Regno Unito 31/10/1795 – Roma 23/2/1821)

I
Tu, della quiete sposa ancor intatta,
tu, pupilla del silenzio e delle ore lente,
narratrice silvana, che sai così narrare
un fiorito racconto con più dolcezza della nostra rima:
qual leggenda incorniciata di foglie abita sopra la tua forma,
di numi, o di mortali, o di mortali e numi,
in Tempe o nelle valli dell’Arcadia?
Che uomini o dei son questi? Quali vergini schive?
Qual folle inseguimento? Qual lotta per fuggire?
Quali zampogne e cembali? Qual estasi selvaggia?

II
Dolci son le melodie udite, ma quelle non udite
sono più dolci; perciò, molli zampogne, suonate ancora;
non per l’orecchio dei sensi, ma, ben più preziosi,
suonate per lo spirito canti senza suono;
bel giovinetto, là, sotto le piante, tu non puoi lasciare
il tuo canto, né possono mai quelle piante essere nude;
audace amante, giammai, giammai tu puoi baciare,
pur se la meta quasi tocchi – eppure non averne affanno;
ella non può appassire, pur se la gioia tua non hai,
tu per sempre amerai, ed ella sarà bella!

III
Ah! beati, beati rami! che spander non potete
le vostre foglie, né mai dire addio a Primavera;
e musico felice, che non sei mai stanco,
e sempre suoni canti sempre nuovi;
e più felice amore! più felice, felice amore!
Per sempre caldo, e ancora da godere,
per sempre palpitante, e per sempre giovane;
d’ogni spirante passione umana assai più in alto,
che lascia il cuore sazio e colmo d’alto affanno
fronte che arde, e lingua disseccata.

IV
Chi son costoro che vengono al sacrifizio?
A quale verde altare, o prete misterioso,
guidi quella giovenca mugghiante verso i cieli,
con i serici fianchi tutti di ghirlande adorni?
Qual piccola città, su un fiume o in riva al mare,
o costruita sui monti con pacifica acropoli,
si vuota di questo popolo, questa sacra mattina?
E tu, piccola città, le tue vie per sempre
saranno silenziose; e non un’anima che dica
perché deserta sei, potrà mai tornare.

V
O attica forma! Atteggiamento bello! da una stirpe
di uomini e fanciulle di marmo ricoperta,
di rami di foresta e calpestata erba;
tu, forma silente, ci costringi a uscire dal pensiero
come l’eternità: o fredda egloga!
Quando vecchiaia questa generazione avrà consunta,
tu rimarrai, in mezzo ad altro dolore
che non il nostro, amica all’uomo, a cui tu dici:
“Bellezza è verità, verità bellezza” – e questo è tutto
ciò che al mondo sapete, e tutto ciò che occorre che sappiate.

Dello stesso autore: All’AutunnoChe mi ami tu lo diciLe stagioni umaneSenza di teSonetto XVISulla GloriaVoglio una coppa piena fino all’orlo

Non sono tua

Non sono tua
(Sara Teasdale St. Louis, Missouri, USA 8/8/1884 – St. Louis, Missouri, USA 29/1/1933)

Non sono tua, tu non mi sai annullare,
anche se a questo il mio essere anela:
perdermi come fuoco di candela
a mezzogiorno accesa, o neve in mare.

Tu m’ami, certo, e ancora mi seduce
il tuo spirito ardente, vivo sole;
pure, io resto io, colei che vuole
perdersi come lume in pura luce.

Oh, nell’amore fammi sprofondare,
strazia i miei sensi, fammi diventare
sorda e cieca in tempesta di tormenti,
tenue fiaccola tra maligni venti.

Della stessa autrice: Quelli che amanoVerranno le dolci piogge

Chìnati

Chìnati
(Iosif Aleksandrovič Brodskij Leningrado, Russia 24/5/1940 – New York, USA 28/1/1996 – Premio Nobel per la letteratura 1987)

XII

Chìnati, Ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia rètina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

(Da: Elegie romane)

Dello stesso autore: E’ stata pronunciata la parola?Lettera a A.D.

Difficile da riconoscere, ma era qui

27 gennaio: Il Giorno della Memoria

Difficile da riconoscere, ma era qui
(Claude Lanzmann n. a Bois-Colombes, Francia il 27/11/1925)

Difficile da riconoscere, ma era qui.
Qui bruciavano la gente.
Molta gente è stata bruciata qui.
Si, questo è il luogo.
Nessuno ripartiva mai di qui.
I camion a gas arrivavano là…
C’erano due immensi forni…
e dopo, gettavano i corpi in quei forni,
e le fiamme salivano fino al cielo.
Fino al cielo?
Si.
Era terribile.
Questo non si può raccontare.
Nessuno può immaginare quello che è successo qui.
Impossibile. E nessuno può capirlo.
e anche io, oggi…
Non posso credere di essere qui.
No, questo non posso crederlo.
Qui era sempre così tranquillo. Sempre.
Quando bruciavano ogni giorno duemila persone, ebrei,
era altrettanto tranquillo.
Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro.
Era silenzioso. Calmo.
Come ora.

Io odoro di te

Io odoro di te
(Darío Jaramillo Agudelo n. a Santa Rosa de Osos, Colombia il 28/7/1947)

Io odoro di te.

Mi perseguita il tuo odore, mi insegue e mi possiede.
Questo odore non è un profumo sovrapposto su di te,
non è l’aroma che porti come un ornamento in più:
è il tuo odore essenziale, il tuo alone unico.
E quando, assente, il mio vuoto ti convoca,
una raffica di quell’alito mi arriva dal punto più dolce della notte.
Io odoro di te
e il tuo odore mi impregna dopo che siamo stati insieme a letto,
e quell’aroma sottile mi alimenta,
e quell’alito essenziale mi sostituisce.
Io odoro di te.

Dello stesso autore: Tutto tuo ancora sempre

Il pugno

Il pugno
(Derek Walcott n. a Castries, Saint Lucia il 23/1/1930 – Premio Nobel per la letteratura 1992)

Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme
di nuovo. Quando mai non ho amato
la pena d’amore? Ma questa si è spinta

oltre l’amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell’abisso.

Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.

Dello stesso autore: Amore dopo amoreEpiloghiMigrantiUve di mare

Al Barbaro

Al Barbaro
(Else Lasker-Schüler Elberfeld, Germania 11/2/1869 – Gerusalemme, Israele 22/1/1945)

Io riposo le notti
sopra il tuo volto.

Sulla steppa del tuo corpo
pianto mandorli e cedri.

Nel tuo petto instancabile cerco
le gioie d’oro di Faraone.

Ma son dure le tue labbra
irrimediabili ai miei prodigi.

Togli allora i tuoi cieli di neve
dalla mia anima –

I tuoi sogni di diamante
mi tagliano le vene.

Io sono Giuseppe e sulla pelle dipinta
porto una cintura di dolcezze.

Tu godi al mormorare spaurito
delle mie conchiglie.

Ma il tuo cuore non lascia più entrare
alcun mare – Oh tu!