Felice nel suo grembo

  Giornata Internazionale di Solidarietà per il Popolo Palestinese

Felice nel suo grembo
(Fadwa Tuqan Nablus, Palestina 1/3/1917 – Nablus, Palestina 12/12/2003)

Sarò soddisfatta di morire
nel mio paese,
di essere sepolta e sciolta
sotto la mia terra.
Un giorno risorgerò sotto forma di un’erba
o di un fiore che verrà gentilmente carezzato
dalle manine di un bimbo della mia patria.
Sarò felice e soddisfatta di rimanere,
non importa se erba o fiore,
nel grembo benigno del mio paese!

Della stessa autrice: Desidero solo silenzio e quieteEternamente vivoHamzaSospiri davanti allo sportelloSulle onde

Ma se tu ora non mi abbracci

Ma se tu ora non mi abbracci
(Beatrice Niccolai n. a Borgo San Lorenzo, FI il 28/11/1967)

Stasera stringimi
non per il freddo, non per morsi di solitudine,
abbracciami e basta, senza dire niente
senza sciupare il bisogno di sognare,
tu avvicinati e abbracciami.
Sarà come catturare stelle
ai piedi del cedro
o correre sui fili di un ricordo
che potremmo costruire ora
da ricordare, di noi, in un giorno lontano
di quel bisogno che avevamo
di essere odore, mani, labbra e tenerezza
per i nostri timidi peccati.
Ma se tu ora non mi abbracci
e non mi scaldi
cosa ricorderò io di noi,
domani?

Della stessa autrice: c’est inutile

Lettere da “C’è modo e modo di sparire”

Lettere da “C’è modo e modo di sparire”
(Nina Cassian pseudonimo di Renée Annie Cassian-Mătăsaru Galați, Romania 27/11/1924 – New York, USA 15/4/2014)

Lettera n. 1

Ti avrei scritto molto tempo fa ma prima ho atteso
di essere fuori dalla solitudine
ovvero fuori da quella contrada dove gli alberi
stanno in posizione orante,
in se stessi inginocchiati,
e i fiumi scorrono in se stessi,
essendo a un tempo corpo e anima,
impossibili da distinguere; ho atteso
che se ne andasse anche il ragno che
con una punta d’argento si era disegnato sulla spalla
e ora eccomi pronta a dirti
che non ti amo.

Lettera n. 2

Sto su un tetto obliquo di lamiera verde,
in pieno sole; potrei scivolare
ma il cuneo del sole mi inchioda
e il cielo stesso dispone le nuvole perpendicolari a me,
tanto da incastonarmi nel suo ordine, e sono come un idolo
di oro verde, con un occhio più grande dell’altro
e un orecchio lungo — quelli che mi concepirono
erano asimmetrici — sto sul tetto inclinato
e ricordo la striscia obliqua dei capelli
sulla tua fronte, l’intera tua natura obliqua
in rapporto all’universo e a me,
l’angolo del tuo corpo che indicava un punto cardinale misterioso
— e dico che non ti amo.

Lettera n. 3

Sul tuo silenzio avrei potuto costruire una città.
Nulla si smuoveva, edifacavo a vuoto,
un vuoto scintillante di fulmini ispirati.
Una volta costruii perfino un pianeta
dai monti sericei, a forma di uccelli dormienti,
con tre cascate e in ognuna avevo confitto
sette pesci viola e da qualche parte, ricordo,
avevo sepolto in quel suolo inventato un oggetto
per noi, soltanto nostro,
ch’era l’essenza stessa del pianeta, la sua fonte di uranio. Oh
il tuo silenzio — ma forse ero io a non sentire,
forse in quel mentre tu cantavi o ridevi o urlavi
e il silenzio non era che una forma speciale
del tuo canto, del tuo riso, delle tue urla,
forse il tuo silenzio era in realtà quel pianeta sconosciuto, popoloso,
e io non costruivo in un vuoto scintillante
ma cercavo solo di proteggere qualcosa di esistente,
come si protegge un malato di malaria
con una coperta, con un’altra ancora, con il cappotto,
con quattro cuscini finché non scompare
— ma non ti amo.

Lettera n. 4

Ti scrivo questa quarta lettera
in una stanza di legno, a un tavolo di legno,
legno dappertutto, incredibilmente tanto legno,
e dappertutto scritte, con l’inchiostro,
la matita chimica, la punta del coltello,
nomi, date, usignoli, treni,
chiavi. (Puoi aprire un
treno con la chiave e calpestare l’usignolo
intirizzito sui binari e apporre la tua firma con
tanto di data). Ho paura.
Oltre la cornice di legno della finestra
palpita la manica scura dell’abete
notturno; una notte
mi aspettavi, era estate, sul letto avevi messo i miei libri.
Quando entrai, vidi me stessa,
forse non dovevo rimpiazzare
il mio corpo di libri, di carta, di legno,
il mio corpo effimero, così la penso ora,
ora che non ti amo.

Lettera n. 5

Se tu cercassi di tirarmi addosso
il lunedì, il martedì, il mercoledì,
lunedì, martedì e mercoledì rimbalzerebbero
cadendo a terra senza suono,
giovedì e venerdì
non possono più ferirmi,
non possono lasciarmi neanche il segno
di un minuscolo ombrello giapponese, del vaccino,
giovedì e venerdì non hanno forze,
sabato non ha forze,
domenica — non so che cosa voglia dir domenica
— non ti amo.

Lettera n. 6

Ora sto qui e mi guardo allo specchio.
Posso ringiovanire e invecchiare a piacimento.
Se voglio, posso assomigliare a un animale
o a una pianta, o persino
al progetto di una macchina volante.
Sopra le mie sembianze come lava
vulcanica colasti tu una volta, ma io no, io non divenni pietra,
la prova è quanto accade nello specchio,
le sue stagioni in connubio,
le mutazioni, e soprattutto la mia mano
che sorreggeva un tempo i tuoi occhi
perché non cadessero dalle orbite, come due gocce immense,
quella stessa mano scrive ora che,
ecco, non ti amo.

Lettera n. 7

La settima lettera te la scrivo appoggiata a un muro grigio.
Ricordo la tua bocca obliqua,
il tuo abbraccio che mi soffocava,
tutto il fasto di quella sala da ballo
dove gli errori miei si innamorarono
a prima vista l’uno dell’altro,
il fatto che lasciasti cadere la clessidra e che, di colpo,
il tempo mi abbandonò,
e ricordo il gesto con il quale mi mandasti a morte.
Sono appoggiata al muro di un tribunale
ma dirò soltanto questo:
Non ti amo.
E ancora lo ripeterò: Non ti amo.
Solo questo. Non ti amo.
Non ti amo.

(Trad. di Anita Natascia Bernacchia)

L’Albatros

L’Albatros
(Alda Merini Milano 21/3/1931 – Milano 1/11/2009)

Io ero un uccello dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra non so.

Io ero un albatro grande e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.

Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore.

Della stessa autrice: A Eugenio MontaleA tutte le donneBambiniBancheBandoCavernicola come sono…Come tutti i poetiC’è un posto nel mondoDedicataE’ piu’ facile ancoraFarfalle libereIl grembiuleIl mio primo trafugamento di madreIl regno delle donneInno alla donnaIo canto le Donne prevaricate dai brutiIo non ho bisogno di denaroLa paceLa Terra SantaLirica AnticaNatale 1989Per Giovanni FalconeProfumata e fresca è la poesiaRagazza, tu che sfiori la mia mente…Solo una mano d’angeloSono folle di te amoreSono nata il 21 a PrimaveraUna volta sognai

Considerate che andavo al rogo


Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Considerate che andavo al rogo
(Vera D’Atri n. a Roma nel marzo 1948)

Considerate che andavo al rogo
per casa e chiesa messe nel braciere.
Considerate la mia voce di carbone, la pelle
insudiciata, i capelli rasi quando mascheravate
l’abiezione da processo. Quando di questo sesso
non riuscivate a spegnere il ridere flessuoso,
ad abbattere il nostro freddo stare in piedi
nell’inferno.

Il cacciatore di sogni

Il cacciatore di sogni
(Abner Rossi n. a Firenze il 24/11/1946)

Non chiedo spiegazioni, io cerco sogni.

Non darmi mai quello che non vuoi.
Non sei obbligata ad essere diversa
e non ti chiedo nessuna appartenenza,
non voglio darti un ruolo, definirti,
puoi essere te stessa ogni momento,
fare solo la tua vita, andare avanti
senza di me, senza condizioni.

Però, confesso, sono un po’ perplesso
mi sembra contro natura il tuo pensiero:
lo stare insieme senza investimenti,
lo stare insieme provvisoriamente,
senza intenzioni, come fosse niente.

Non vedo intorno a noi qualcosa
che possa vivere da solo, indipendente,
tutto si muove sempre in relazione:
le nuvole si muovono con il vento,
i fiori nascono quando è la stagione,
la notte appare quando parte il giorno,
la luna fa alzare le maree…

Insomma ritmi,
i ritmi di un’immensa relazione
di una interdipendenza musicale.

Perché l’amore, il nostro stare insieme,
essere coppia, scegliersi, vivere in due,
dovrebbe rispondere a dialettiche diverse?

Io non penso che l’amore sia fusione.

Penso che sia uno scorrere continuo,
un fluire reciproco e in ogni direzione,
emozioni che si trasmettono spontanee,
affinità in continua costruzione,
confini che si spostano nel tempo,
intimità, conoscenza, confidenza,
l’assenza di segreti, perenne invenzione.

Ma non posso pensare a noi
come parti diverse di diversi mondi,

come a due isole lontane, diversi continenti,
neppur bagnate dalle stesse acque.

Non penso ad una donna come cosa
e tanto meno a te come mia cosa.
Per me l’amore è altro, è più di questo,
parte della natura, del mondo, della vita,

possibilità che abbiamo sempre in mano,

il limite ultimo per due che stanno insieme,

l’unica verità tra due persone.

Non so come dirti

Non so come dirti
(Herberto Hélder Funchal, Portogallo 23/11/1930 – Cascais, Portogallo 23/3/2015)

Non so come dirti che ti cerca la mia voce
e l’attenzione comincia a fiorire, quando avanza
la notte splendida e vasta.
Non so cosa dire, quando a lungo i tuoi polsi
si riempiono di uno stupendo brillare
e ti scuoti come un pensiero appena sovvenuto.
Quando, all’inizio del campo, il grano acerbo
ondula toccato dal presentimento di un tempo distante,
e nella terra che lievita gli uomini intonano la vendemmia
– io non so come dirti che in me cento idee
ti cercano.

Quando le foglie della malinconia si raffreddano con astri
accanto allo spazio
e il cuore è un seme inventato
nel suo fondo buio e nel suo turbine di un solo giorno,
tu trascini i sentieri della mia solitudine
come se la casa intera ardesse poggiata sulla notte.
– E allora non so cosa dire
accanto alla tazza di pietra del tuo silenzio così giovane.
Quando le creature si svegliano nelle lune spaventate
che a volte precipitano in mezzo al tempo
– non so come dirti che in me la purezza
ti cerca.

Durante la primavera intera e i trifogli aperti,
l’acqua soprannaturale, il lieve e astratto
scorrere dello spazio –
e penso che dirò qualcosa pieno di ragione,
ma quando l’ombra cade dalla curva impaziente
delle mie labbra, sento che mi mancano
un girasole, una pietra, un uccello – un qualcosa di
straordinario.
Perché non so come dirti senza miracoli
che dentro me sono il sole, il frutto,
la creatura, l’acqua, il dio, il latte, la madre
l’amore,
che ti cercano.

(Trad. di Domenico Arturo Ingenito)

Canta il sogno del mondo

Canta il sogno del mondo
(David Maria Turoldo Coderno, UD 22/11/1916 – Milano 6/2/1992)

Ama
saluta la gente
dona
perdona
ama ancora e saluta
(nessuno saluta
del condominio,
ma neppure per via).

Dai la mano
aiuta
comprendi
dimentica
e ricorda
solo il bene.

E del bene degli altri
godi e fai
godere.

Godi del nulla che hai
del poco che basta
giorno dopo giorno:
e pure quel poco
– se necessario –
dividi.

E vai,
vai leggero
dietro il vento
e il sole
e canta.

Vai di paese in paese
e saluta
saluta tutti
il nero, l’olivastro
e perfino il bianco.

Canta il sogno del mondo:
che tutti i paesi si contendano
d’averti generato.

Dello stesso autore: MemoriaPovera che dorme entro giornali

For Sweet Honey in the Rock

For Sweet Honey in the Rock
(Sonia Sanchez n. a Birmingham, Alabama, USA il 9/9/1934)

Starò su questo campo di battaglia
Starò su questo campo di battaglia
Starò su questo campo di battaglia finché vivo
Starò su questo campo di battaglia
Starò su questo campo di battaglia
Starò su questo campo di battaglia finché vivo.

ero venuta in città portando la vita negli occhi
tra sussurri di morte,
urlando a tutti quelli che volevano ascoltare
è tempo di entrare tutti in un altro secolo
tempo per la libertà e la giustizia razziale e sessuale
tempo per le donne e i bambini e gli uomini tempo per le mani slegate
ero venuta in città portando seni pacifici
e gli spazi tra di noi sorridevano
ero venuta in città portando la vita negli occhi.
ero venuta in città portando la vita negli occhi.

E ci seguirono nelle macchine coi loro computer
e le loro lingue strisciavano coi caterpillar
e ci spinsero fuori dalla strada ci rovesciarono le macchine,
e ci bombardarono le case uccidendo i nostri bambini,
e spararono ai dottori che si occupavano dei nostri corpi,
e le loro corti si trasformarono in confessionali
ma continuammo ad organizzarci continuammo a insegnare e a credere
a amare a fare cose sante spostandoci su un terreno più alto
anche se le nostre mani erano piene di denti spaccati
ma alzavamo gli occhi deliranti di grazia.
ma alzavamo gli occhi deliranti di grazia.

Voglio trattare tutti con giustizia
Voglio trattare tutti con giustizia
Voglio trattare tutti con giustizia finché vivo.
Voglio trattare tutti con giustizia
Voglio trattare tutti con giustizia
Voglio trattare tutti con giustizia finché vivo.

venite. vi dico venite, voi che state seduti tra i batteri domestici
venite. vi dico venite, voi che state in piedi nelle mattine col doppiopetto
venite. vi dico venite, e tornate a lottare.
questa lotta per la nostra terra
questa lotta per i nostri figli
questa lotta per la nostra vita
abbiamo bisogno delle vostre voci di uragano
abbiamo bisogno delle vostre mani sacre

vi dico, venite, sorella, fratello al campo di battaglia
venite nelle foreste pluviali
venite nel ghetto
venite nel barrio
venite nelle scuole
venite nelle cliniche degli aborti
venite nelle prigioni
venite a carezzarci la schiena

vi dico venite, avvolgete i piedi intorno alla giustizia
vi dico venite, avvolgete la lingua intorno alla verità
vi dico venite, avvolgete le mani con opere e preghiere
voi marroni
voi gialli
voi neri
voi gay
voi bianchi
voi lesbiche
Venitevenitevenitevenitevenite in questo campo di battaglia
chiamato vita, chiamato vita, chiamato vita.

Starò su questo campo di battaglia
Starò su questo campo di battaglia
Starò su questo campo di battaglia finché vivo.
Starò su questo campo di battaglia
Starò su questo campo di battaglia
Starò su questo campo di battaglia finché vivo.