Poesia 1948

Poesia 1948
(Nikos Engonopoulos Atene, Grecia 21/10/1907 – Atene, Grecia 31/10/1985)

quest’età
della lacerazione civile
non è un’età
per la poesia
e simili:
appena qualcosa sta
per essere scritto
è
come se
fosse scritto
sul retro
di necrologi

per questo anche
le mie poesie
sono così amare
(e quando mai – del resto – non lo
 sono state?)
e sono
– soprattutto –
anche
così
poche

(Da: Eleusi, 1948)

Come puoi scappare

Come puoi scappare
(James Laughlin Pittsburgh, Pennsylvania, USA 30/10/1914 – Norfolk, Connecticut, USA 12/11/1997)

Come puoi scappare

dal tuo corpo bellissimo
tutta la vita ti ha pun-

ito (dalla tenuta nell’Iowa
fino a Park Avenue) non

ha mai permesso si vedesse
te ma solo il tuo corpo bel-

lissimo per comprarlo e tor-
mentare e inseguire mai te.

(Trad. di Mary de Rachewiltz)

Dalla betulla si effonde

Dalla betulla si effonde
(Elena Bono Sonnino, LT 29/10/1921 – Lavagna, GE 26/2/2014)

Dalla betulla si effonde oscurità nel cielo e sulla terra.
Forse la sera vi è rimasta tutto il giorno nascosta
per sfuggire alla luce
aprendo gli occhi, invano, a vedere se stessa,
spaurita e percossa da un rombo sconosciuto:
la voce del fiume o il vento tra le montagne o il suo cuore.
Ma a poco a poco ciò che si ignora non fa più male;
così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare.
Il tempo che lacerava il suo cuore è ora un immobile
sogno ed ha un attimo solo.

(Da: I Galli Notturni, 1952)

Della stessa autrice: Pioggia in una notte d’inverno

Canzone d’amore

Canzone d’amore
(Ted Hughes Mytholmroyd, Regno Unito 17/8/1930 – Londra, Regno Unito 28/10/1998)

Lui la amava e lei lo amava
e i suoi baci le suggevan via l’intero passato e futuro o così tentavano
lui non aveva altro appetito
lei lo mordeva lei lo morsicava lei suggeva
lo voleva completamente dentro di sé
sano e salvo per sempre e poi sempre
le loro piccole urla svolazzavano nelle tende

gli occhi di lei volevano che nulla si perdesse
gli sguardi di lei gli inchiodavano polsi mani gomiti
lui la avvinghiava stretta così che la vita
non la trascinasse via da quel momento
lui voleva che tutto il futuro cessasse
lui voleva buttarsi con le sue braccia intorno a lei
dall’orlo di quel momento e nel nulla
o durevole o quel che ci fosse
l’abbraccio di lei era un torchio immenso
a stamparselo nelle sue ossa
i sorrisi di lui erano soffitte d’un palazzo incantato
ove non vi giungerebbe mai il mondo reale
i sorrisi di lei erano morsi di ragno
così lui giacerebbe immoto fino a che lei non si sentisse affamata
le parole di lui erano esercizi d’occupazione
le risate di lei erano tentativi d’assassino
gli sguardi di lui erano proiettili pugnali di vendetta
le occhiate di lei erano spettri nell’angolo con orribili segreti
i sussurri di lui erano fruste e stivali
i baci di lei erano avvocati che non smettevano di scrivere
le carezze di lui erano gli ultimi ami di un naugrago
i trucchi d’amore di lei erano frantumazione di legami
e i loro gemiti profondi strisciavano sul pavimento
un animale trascinante una grossa trappola
le promesse di lui erano il bavaglio del chirurgo
le promesse di lei scoperchiavano il teschio
lei se ne farebbe fare una spilla
i giuramenti di lei gli mettevano gli occhi in formalina
sul fondo del suo cassetto segreto
le loro urla si appiccicavano alla parete

le loro teste si staccavano nel sonno come le due metà
d’un melone spaccato, ma è duro da smettere l’amore

nel loro sonno intrecciato si scambiavano braccia e gambe
nei loro sogni i loro cervelli prendevano l’un l’altro a ostaggio

il mattino portavano l’uno il viso dell’altro

(1970)

Lettera d’amore

Lettera d’amore
(
Sylvia Plath Boston, Massachusetts, USA 27/10/1932 – Londra, Regno Unito 11/2/1963 – Premio Pulitzer per la poesia 1982)

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no –
e a lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.

Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra sassi neri
nel bianco iato dell’inverno –
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.

E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti, tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive.
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante.
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.

Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in alto.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. È un dono.

Della stessa autrice: Ardente meriggio nei pratiIo sono verticaleOrloPapaveri a luglioPungiglioniSpecchioSul declino degli oracoli

Di sera

Di sera
(
Contessa Lara pseudonimo di Evelina Cattermole Firenze 26/10/1849 – Roma 30/11/1896)

Ed eccomi qui sola, a udir ancora
il lieve brontolìo de’ tizzi ardenti;
eccomi ad aspettarlo: è uscito or ora
canticchiando, col sigaro tra i denti.

Gravi faccende lo chiaman fuora;
gli amici al giuoco de le carte intenti,
od un soprano che di vezzi infiora
d’una storpiata melodìa gli accenti.

E per questo riman da me diviso
fin che la mezzanotte o il tocco suona
a l’orologio d’una chiesa accanto.

Poi torna allegro, m’accarezza il viso,
e mi domanda se son stata buona,
senza nemmeno sospettar che ho pianto.

Contessa Lara

Della stessa autrice: Aspettando

miti mi guardano i tuoi occhi

miti mi guardano i tuoi occhi
(John Berryman McAlester, Oklahoma, USA 25/10/1914 – Minneapolis, Minnesota, USA 7/1/1972 – Premio Pulitzer per la poesia 1965)

miti mi guardano i tuoi occhi. Di grano e aria
è fatto il tuo corpo, muove. Lo evoco, vedi,
d’oltre i secoli.
Penso non resterai. Come indugiamo,
sminuiti, nell’aria fra chi ci ama, implausibilmente
visibili, per chi, un anno, anni, ad intervalli
di tempo: o no; per uno
a lungo estraneo: o no; baluginiamo, e scompariamo.

Il calice dell’amore

Il calice dell’amore
(Delmira Agustini Montevideo, Uruguay 24/10/1886 – Montevideo, Uruguay 6/7/1914)

Inebriamoci, uniti nell’insigne calice!
Raro liquore in offerta alle nostre anime,
rivelino le mie rose la regia frescura
all’ombra indelebile dei tuoi palmi!

Fosti tu, nella silente tomba delle ore
a destare la mia anima assopita;
a te il primo sangue della mia vita,
nelle coppe di luce delle mie aurore!

Ah! La tua voce, a ornare d’oro
i miei tenebrosi silenzi; tu rompesti
il gran filo di perle del mio pianto,
all’alba dischiudesti il mio orizzonte.

Per te, nel mio levante oscuro, l’aurora
distese il rosato fremito del suo tulle,
tanto che ora, nelle ombre della vita,
spalanco l’anima come un cielo azzurro.

Ah, mi sento aprire come una rosa!
Vieni a suggere i miei regali mieli:
sono, dell’amor, la coppa sfarzosa
che si poserà tra le tue divine mani.

Il calice innalza il suo splendore di fiamma…
Che sortilegio nelle tue mani sarebbe!
La sua misteriosa delicatezza reclama
dita di fantasia e labbra di armonia.

Prendilo, che nella gloria s’indori
l’idillio di luce delle nostre anime;
le rose della mia aurora si velano
all’ombra indelebile dei tuoi palmi!

Siamo come una rete

Siamo come una rete
(Jorge Debravo Turrialba, Costa Rica 31/1/1938 – San José, Costa Rica 4/8/1967)

Siamo come una rete. Si avvicinano
vivi pesci di fuoco
e noi
      – addormentati –
non li vediamo.

Qualche volta crediamo
di sentir piangere un pesce. Ci sorprendiamo,
guardiamo il nostro sangue e sentiamo soltanto
il silenzio del vento.

E siamo reti un’altra volta e ancora.
Abbacinate, vuote reti, tremando
tra un pesce di fuoco che ci cerca
e un pesce di fuoco che uscì volando.

Dello stesso autore: Resurrezione

Quando vado in bianco

Quando vado in bianco
(Lisa Glatt poeta americana, insegna alla California State University, Long Beach)

Quando vado in bianco
troppo a lungo
le mie poesie
come me
non vengono
e ci vuole un certo
quantitativo di nudo, morte, cipolle,
o malattie
per indurmi a
una poesia
e giovedì sera
un uomo del tutto improbabile
ha fatto proprio questo; mi ha indotto
a uscire dal bar dei poeti per entrare
nel suo salotto, a uscire dalla
mia gonna e dagli stivali neri per entrare
nelle sue lenzuola, nel lavandino e nei suoi Levis ed ora
è già domenica sera
e non ha ancora chiamato.
Entro lunedì lo odierò
ed esaurirò la vena
e se nessuno muore o s’ammala
le poesie finiranno
ma oggi
ne ho già scritte quattro.
Woow, che uomo!