Siamo una sola anima

Siamo una sola anima
(Gialal al-Din Rumi Balkh, Persia 30/9/1207 – Konya, Turchia 17/12/1273)

In verità siamo una sola anima,
tu e io.
Appariamo e ci nascondiamo,
tu in me, io in te.

Ecco il significato profondo
della mia relazione con te.
Poiché fra te e me non esistono
né tu, né io.

Siamo al tempo stesso
lo specchio e il volto.
Siamo ebbri della coppa eterna.

Siamo il balsamo e la guarigione.
Siamo l’acqua di giovinezza
e colui che la versa.

Nel sognarti dormente

Nel sognarti dormente
(Miguel de Unamuno Bilbao, Spagna 29/9/1864 – Salamanca, Spagna 31/12/1936)

Nel sognarti dormente molte volte
come non mai t’ho vista,
la brama dei miei occhi tanto accresci
che mi scordo di te.
Ché sognandoti in intimo abbandono
non altro se non donna,
nel vederti caduta dal tuo trono,
soccombere ti vedo.
Dentro il lungo mio sguardo un lungo bacio,
ma un bacio ch’è di morte,
che ti strugga ed in grazia d’esso sento
quel che acquistai perdendoti.

Sogno

Sogno
(Boris Pasternak Mosca, Russia 10/2/1890 – Peredelkino, Russia 30/5/1960 – Premio Nobel per la letteratura 1958)

Ho sognato l’autunno nella penombra dei vetri,
gli amici e te nella loro burlesca schiera,
e come falco dal cielo, che sangue s’è procacciato,
picchiava il cuore sulla tua mano.

Ma il tempo trascorreva, e invecchiava e assordiva,
e di damasco inargentando gli infissi
l’aurora del giardino inzaccherava i vetri
delle sanguigne lacrime di settembre.
Ma il tempo trascorreva e invecchiava. E friabile
come ghiaccio si fendeva e fondeva la seta delle poltrone.
Di colpo tu, sonora, troncasti e ammutolisti,
e il sogno cessò, quale eco di campana.

Mi risvegliai. Come autunno era buio
l’albeggiare, e il vento, allontanandosi, portava
come dietro a un carro pioggia fuggente di pagliuzze,
una schiera di betulle fuggenti per il cielo.

Dello stesso autore: Essere rinomati non è belloFebbraioIn morte di MajakovskijNella nebbia e nel geloPrimaveraSulla strada di Betlemme

Posso solo restare immobile, osservare

Posso solo restare immobile, osservare
(Fabio Pusterla n. a Mendrisio, Svizzera il 3/5/1957)

Posso solo restare immobile, osservare
il movimento delicato delle foglie, dorate
prima, poi gelidamente verdazzurre,
con lo sparire del sole di settembre
(e l’apparire di fumiganti brume,
di umidi vapori); e i digradanti colori delle felci
dal giallo al bruno, con punte di rossastro;
o poco più in là l’arabesco
di foglie e ricci, col brulichio consueto di formiche
nel terriccio, attorno a vecce, chanterelles
e cortecce squamose, umidicce;
e ubriacarmi dell’odore di legna
nel profondo del bosco.

Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock

Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock
(Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

                                                                      S’i’ credesse che mia risposta fosse
                                                                      A persona che mai tornasse al mondo,
                                                                      Questa fiamma staria senza più scosse.
                                                                      Ma però che già mai di questo fondo
                                                                      Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
                                                                      Senza tema d’infamia ti rispondo.
                                                                      (Dante, Inferno, canto 27, vv. 61-66)

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come su un tavolo un paziente in preda alla narcosi;
Andiamo. Per certe semideserte strade,
Ritrovi mormoranti
Di chi passa notti agitate in alberghi da poco,
E restaurants sparsi di segatura e gusci d’ostrica;
Strade che si susseguono come un tedioso argomento
D’ingannevole intento
E c’inducono ad una domanda opprimente…
Oh, non chiedete: «Cos’è?».
Andiamo a far la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina il dorso sui vetri della finestra,
Il fumo giallo che strofina il muso sui vetri della finestra
Ha lambito con la lingua gli angoli della sera,
Ha esitato sulle pozze stagnanti dei gorelli,
S’è lasciato cadere sul dorso la fuliggine caduta dai camini,
E’ scivolato dalla terrazza, ha fatto un salto improvviso,
E vedendo che era una tenera sera d’ottobre
S’è inanellato intorno alla casa, e s’è assopito.

E invero ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scorre lungo la strada,
Strofinando il dorso sui vetri della finestra;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per preparare un viso per affrontar quelli che incontri;
Ci sarà tempo per assassinare e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni di mani
Che sul tuo piatto sollevino e lascino cadere una domanda;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un crostino e tè.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E infatti ci sarà tempo
Di chiedersi «Avrò il coraggio?» e «Avrò il coraggio?»
Tempo di tornare indietro e scendere la scala,
Con una piazza in mezzo ai miei capelli…
(Diranno: «Come gli si diradano i capelli!».)
Il mio abito da mattina, il colletto che saldo sale al mento,
La cravatta di buon gusto e modesta ma fatta valere da un semplice spillo…
(Diranno: «Come son magre le sue braccia e le sue gambe!».)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo rovescerà.

Perché già tutte, ormai le ho conosciute, tutte le ho conosciute…
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiai da caffè;
Conosco le voci languenti con una cadenza languente
Sotto la musica che proviene da una stanza più lontana.
   Così che dovrei credere?

Ed ho conosciuto gli occhi, tutti li ho conosciuti…
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando son formulato, dibattendomi su uno spillo,
Quando son appuntato e mi contorco sul muro,
Allora come potrei cominciare
A sputar tutte le cicche dei miei giorni e delle mie abitudini?
   E che dovrei credere?

E conosciuto ho già tutte le braccia, le ho conosciute tutte…
Braccia adorne di braccialetti e bianche e nude
(Ma alla luce delle lampade, coperte di lanugini castane!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate lungo un tavolo, avvolte in uno scialle.
   E allora che dovrei credere?
   E come dovrei cominciare?
. . . . . . . . . . . .
Dirò, all’imbrunire ho vagato per strade strette
E ho guardato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini soli e scamiciati ai davanzali?…

Avrei dovuto esser due ruvide branche
In corsa sul fondo di mari silenziosi.
. . . . . . . . . . . . .
E il pomeriggio, la sera, dorme quieto così!
Lisciato da lunghe dita,
Addormentato… stanco… o malato immaginario
Sdraiato sul pavimento, qui accanto a te e a me.
Dovrei, dopo il tè, i gelati e i dolci
Aver la forza di spingere l’attimo alla sua crisi?
Ma sebbene abbia digiunato e pianto, pregato e pianto,
Sebbene abbia visto la mia testa (divenuta calva) portata su un vassoio,
lo non sono un profeta… e questo non m’importa;
Ho veduto il momento della mia grandezza vacillare,
Ho veduto l’eterno Valletto tenermi il soprabito e ghignare,
E in breve, ne ero spaventato.

E sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
Fra le porcellane, fra qualche chiacchiera tua e mia,
Sarebbe valsa la pena,
Di farla finita con un sorriso,
Di comprimer l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda opprimente,
E dir: «Son Lazzaro, venuto dai defunti,
Tornato a dirti tutto, e dirò tutto…».
Se uno, accomodandole il guanciale presso il capo,
   Dicesse: «Questo non è quello che intendevo.
   No, non così».

E sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti, i cortili e le strade spruzzate,
Dopo i romanzi, le tazze del tè, le sottane che frusciarono sul pavimento –
E questo, o molto più? –
È impossibile dire proprio quel che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse in disegni i nervi su uno schermo:
Sarebbe valsa la pena,

Se uno, aggiustando un guanciale o levandole uno scialle di dosso,
Volgendosi verso la finestra, dicesse:
   «No, non così,
   Questo non è quello che intendevo.»
. . . . . . . . . . . . .
No! Non sono il principe Amleto, né destinato ad esserlo;
Sono un cortigiano del seguito, uno che servirà
Per ingrossare un corteo, avviare una scena o due,
Consigliare il principe; senza dubbio, un docile strumento,
Ossequiente, contento d’esser utile,
Politicone, cauto e meticoloso;
Pieno di solenni sentenze, ma un po’ ottuso;
Quasi ridicolo, a volte, veramente,
E, quasi il Buffone, qualche volta.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i calzoni arrotolati in fondo

Dividerò i miei capelli sulla nuca? E a mangiare una pesca avrò coraggio?
Porterò calzoni di flanella bianca e a spasso andrò sulla marina.
Ho sentito cantare le sirene, l’una all’altra.

Io non credo che canteranno per me.
Le ho viste cavalcare l’onde verso il largo
Pettinando la bianca chioma dei flutti gonfi
Quando il vento gonfia l’acqua bianca e nera.

Nell’alcove del mare abbiam languito
Vicino alle sirene coronate d’alghe rosse e brune
Finché voci umane ci destano, e anneghiamo.

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Ambra

Ambra
(Eavan Boland n. a Dublino, Irlanda il 24/9/1944)

Che un tempo ci sia stato un grande dolore, non ha mai avuto importanza:
gli alberi sulle colline, nei boschetti, che piangono
un oro di plastica che cade

a terra per secoli e stagioni
fino ad ora.

In questo bel pomeriggio di settembre in cui tu non ci sei
tengo stretto, come se la mia mano lo potesse custodire,
un monile d’ambra

che mi hai donato un tempo.

La ragione dice questo:
i morti non possono vedere i vivi
i vivi non rivedranno più i morti.

L’aria chiara di cui abbiamo bisogno per ritrovarci è
svanita per sempre, eppure

questa resina un tempo
ha raccolto semi, foglie e perfino piccole piume mentre cadeva
e cadeva

e ora in un’atmosfera solare sembrano vivi
come non mai
come se il passato fosse presente e il ricordo stesso
un miele baltico

uno sfregamento agli orli del visibile, un’esibizione solo di quanto

si possa conservare

dentro un’imperfetta traslucenza.

(Da: Domestic violence)

Ho veduto solo una volta

Ho veduto solo una volta
(
Jaroslav Seifert Praga, Cechia 23/9/1901 – Praga, Cechia 10/1/1986 – Premio Nobel per la letteratura 1984)

Ho veduto solo una volta
un sole così insanguinato.
E poi mai più.
Scendeva funesto sull’orizzonte
e sembrava
che qualcuno avesse sfondato la porta dell’inferno.
Ho domandato alla specola
e ora so il perché.

L’inferno lo conosciamo, è dappertutto
e cammina su due gambe.
Ma il paradiso?
Può darsi che il paradiso non sia null’altro
che un sorriso
atteso per lungo tempo,
e labbra
che bisbigliano il nostro nome.
E poi quel breve vertiginoso momento
quando ci è concesso di dimenticare velocemente
quell’inferno.

(Da: Vestita di luce)

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Autunno veneziano

Autunno veneziano
(Vincenzo Cardarelli Corneto Tarquinia, VT 1/5/1887 – Roma 18/6/1959)

L’alito freddo e umido m’assale
di Venezia autunnale,
Adesso che l’estate,
sudaticcia e sciroccosa,
d’incanto se n’è andata,
una rigida luna settembrina
risplende, piena di funesti presagi,
sulla città d’acque e di pietre
che rivela il suo volto di medusa
contagiosa e malefica.
Morto è il silenzio dei canali fetidi,
sotto la luna acquosa,
in ciascuno dei quali
par che dorma il cadavere d’Ofelia:
tombe sparse di fiori
marci e d’altre immondizie vegetali,
dove passa sciacquando
il fantasma del gondoliere.
O notti veneziane,
senza canto di galli,
senza voci di fontane,
tetre notti lagunari
cui nessun tenero bisbiglio anima,
case torve, gelose,
a picco sui canali,
dormenti senza respiro,
io v’ho sul cuore adesso più che mai.
Qui non i venti impetuosi e funebri
del settembre montanino,
non odor di vendemmia, non lavacri
di piogge lacrimose,
non fragore di foglie che cadono.
Un ciuffo d’erba che ingiallisce e muore
su un davanzale
è tutto l’autunno veneziano.

Così a Venezia le stagioni delirano.

Pei suoi campi di marmo e i suoi canali
non son che luci smarrite,
luci che sognano la buona terra
odorosa e fruttifera.
Solo il naufragio invernale conviene
a questa città che non vive,
che non fiorisce,
se non quale una nave in fondo al mare.

Dello stesso autore: Alla derivaAlla morteAttesaAutunnoFebbraioGabbianiLargo seraleMarzo

Un giorno vedrai queste porte bruciare

 Giornata Internazionale della Pace

Un giorno vedrai queste porte bruciare
(Giacomo Sferlazzo n. ad Anzio, RM il 20/5/1980)

Una poesia per Riace, Lampedusa e loro porte.

Un giorno vedrai queste porte bruciare

Un giorno vedrai queste porte a terra in frantumi,
Donne e uomini di ogni dove, fare festa sui cocci e sui legni rimasti.
Le nazioni saranno un ricordo odioso
Ed anche ciò che chiamiamo “Mio e tuo”.

Sei venuta col capo chino e il ventre gonfio d’Africa
Le vesti di un colore sconosciuto,
Con il dolore di tutto l’universo,
Con la gioia piccola di essere ancora vivi.
Sei scesa da una barca e ti hanno accolta divise e telecamere,
Prima un isola figlia di due madri,
Poi un altra porta calabra piena di amore.

Un giorno vedrai queste porte bruciare sotto il fuoco della rivoluzione.
Sono i segni migliori che non avranno più senso.
Una porta segna un altrove, un luogo da varcare e un confine.
Quando sarà, avranno perso ogni funzione, anzi le vedrai come minacce,
Invece oggi è tempo di edificarle per aprire queste cerniere di egoismo.
Attraversiamo tutti una sola strada colma di mistero e non sappiamo
Niente di niente , madre africana, queste porte che un giorno
Abbatteremo insieme al resto, oggi sono : gesti d’amore e mani tese e
Pugni in faccia ad un Europa piena di leggi e carte scritte e trattati vuoti
E paure e ingiustizie e tutto quello che imparerai presto, sorella africana.
Un giorno vedrai queste porte bruciare, donna d’Africa, ma oggi canta
Insieme a me, perché queste porte significano salvezza,
Speranza di un giorno abbatterle.