Hotels

Hotels
(Primo Levi Torino 31/7/1919 – Torino 11/4/1987)

La camera è sola
Ognuno per sé
Presenza nuova
Si paga a mese

Il padrone dubita
Pagheranno
Giro per strada
Come una trottola

Il rumore delle carrozze
Il mio brutto vicino
Che fuma un acre
Tabacco inglese

O La Vallière
Che zoppica e ride
Delle mie preghiere
Tavolo da notte

E tutti insieme
In questo hotel
Sappiamo la lingua
Come a Babele

Serriamo le porte
A doppia mandata
Ognuno porta
Il suo solo amore

Dello stesso autore: Cercavo te nelle stelleCanto dei morti invanoCuore di legnoDateciIl superstiteL’approdoLa bambina di PompeiLe pratiche inevaseNulla rimane della scolara di HiroshimaSe questo è un uomo

Tutto tuo ancora sempre

Tutto tuo ancora sempre
(Dario Jaramillo Agudelo n. a Santa Rosa de Osos, Colombia il 28/7/1947)

Tuo tutto per sempre fino a oggi e dopo,
tuo sempre perché ne ho bisogno per essere,
sempre tutto tuo,
sempre anche se sempre non sarà mai,
tutto interamente tuo sempre e tuttora
più il seguente nuovo istante ogni volta.
Con tutto il tempo il mondo a portata di mano,
tutto il tempo del mondo che vuol dire la prossima notte,
tutto tuo sempre ancora.
Sicuro di sopravvivere domani tuo,
sempre tuo fin da oggi in ogni domani di domani.
Innamorato di te, sempre e adesso, senza ricordi,
in presente sempre amandoti,
eternamente tuo,
tutto tuo sempre ancora.

30 luglio 1981/2016 – 35 anni di matrimonio
L’amore ci ha chiamato e noi l’abbiamo seguito.

Sonetto XII

Sonetto XII
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Quando seguo l’ora che batte il passar del tempo
e vedo il luminoso giorno spento nella tetra notte,
quando scorgo la viola ormai priva di vita
e riccioli neri striati di bianco,
quando vedo privi di foglie gli alberi maestosi
che un dì protessero il gregge dal caldo
e l’erbe d’estate imprigionate in covoni
portate su carri irte di bianchi ed ispidi rovi,
allor, pensando alla tua bellezza, dubbio m’assale
che anche tu te ne andrai tra i resti del tempo,
perché grazie e bellezze si staccan dalla vita
e muoiono al rifiorir di altre primavere:
e nulla potrà salvarsi dalla lama del Tempo
se non un figlio che lo sfidi quand’ei ti falcerà.

Dello stesso autore: Sonetto XVIIISonetto XXIVSonetto XXVSonetto XXIXSonetto XXVIISonetto XXXSonetto LXIISonetto LXXSonetto XCIISonetto CXVISonetto CXLI

Eccetto lei

Eccetto lei
(Fahmida Riaz n. a Meerut, India il 28/7/1946, femminista pakistana)

Lei è un’impura donna
imprigionata dal proprio sangue fluente
in un ciclo di mesi e anni.
Consumata dalla propria ardente lussuria,
in cerca del suo proprio desiderio,
quest’amante del diavolo
ha seguito i suoi passi
verso una destinazione oscura
sconosciuta, inesplorata,
quell’unione di luce e fuoco
impossibile da trovare.
Nel calore della sua ribollente passione
i suoi seni si sono lacerati.
Da ogni spina lungo la via
ogni membrana del suo corpo è stata strappata.
Nessun velo di vergogna occulta il suo corpo.
Non vi è traccia di santità che esso porti.
Ma, o Dominatore della terra e degli oceani,
chi ha mai visto prima una cosa simile?
Ovunque il tuo comando è supremo
eccetto che su questa impura donna.
Nessuna preghiera incrocia le sue labbra,
nessuna umilità tocca la sua fronte.

Domenica dopo la guerra

Domenica dopo la guerra
(Vittorio Sereni Luino, VA 27/7/1913 – Milano 10/2/1983)

Per due che si ritrovano in una
domenica dopo la guerra
allora può
rifiorire il deserto del mare?

… amami – lui dice – di ritorno
amami a tutta forza con forza
di rivalsa per tutti questi anni.
Ma

… nei primi tempi di guerra
quando le domeniche non erano
che blanda disperazione, stordimento
di campane, rimasuglio
di fumo attardatosi al largo
dell’ultimo postale da Amsterdam…

E si divorano con gli occhi, si
cercano si tendono le mani
di nascosto sulla fiandra del tavolo.

… mare per anni solitario
di anni computabili in onde
braccio di mare divenuto attonito
di tempo pietrificato in spazio
di mutismo…
Rifiorire può dunque il deserto del mare?

Ma no che si annusano e studiano
gentili e teneri quasi
– britannico lui lei fiamminga –
e poi si buttano a trattare l’affare
oggi che nemmeno è domenica.

Dello stesso autore: Dall’Olanda: AmsterdamI versiIl grande amicoIn me il tuo ricordoPosto di lavoroQuei bambini che giocanoUn’altra estate

XXIX. Vergine Altera, Mia Compagna, t’arde

XXIX. Vergine Altera, Mia Compagna, t’arde
(Antonio Machado Siviglia, Spagna 26/7/1875 – Collioure, Francia 22/2/1939)

     Vergine altera, mia compagna, t’arde
un mistero negli occhi.
     Non so se odio o amore è questa luce
eterna della tua nera faretra.
     Con me verrai finché proietti un’ombra
il corpo e resti ai miei sandali arena.
     – La sete o l’acqua sei sul mio cammino?
Dimmi, vergine altera, mia compagna.

Dello stesso autore: A un olmo seccoCante hondoDall’uscio di un sogno mi chiamarono
Era una mattina e rideva aprileMentre la neve si struggevaNotte d’estateNuda è la terra, e l’animaPasqua di resurrezioneRicordo infantileScioltasi la neveSolitudine

Piove nella conchiglia blu della città

Piove nella conchiglia blu della città
(Joyce Mansour Bowden, Inghilterra, Regno Unito 25/7/1928 – Parigi, Francia 27/8/1986)

Piove nella conchiglia blu della città
Piove e il mare si lamenta
I morti piangono senza tregua senza ragione senza fazzoletti
Gli alberi si stagliano contro il cielo viaggiatore
Esibendo i loro membri ispidi agli angeli e agli uccelli
Perché piove e il vento tace
Le gocce folli pennate di sporcizia
Scacciano i gatti nelle strade
E l’odore vischioso del tuo nome si sparge sul cemento dei marciapiedi
Piove mio amore sull’erba spinata
Dove i nostri corpi distesi hanno gioiosamente germogliato
Per tutta l’estate
Piove oh madre mia e anche tu non puoi farci niente
Perché l’inverno avanza solitario sulla distesa delle spiagge
e Dio ha dimenticato di chiudere il rubinetto

(Da: Lacerazioni)

Aida allo specchio

Aida allo specchio
(Ahmad Shamlu Teheran, Iran 12/12/1925 – Karaj, Iran 24/7/2000)

Le tue labbra,
Soavi come la poesia
Mutano il più sensuale dei baci
In tale pudore
Che un cavernicolo
Ne giova per divenire uomo.

E le tue guance,
Con due solchi obliqui
Che tracciano il tuo orgoglio
E il mio destino.
Io che sopportai la notte
Senza essere armato dell’attesa del mattino

E dai postriboli della compravendita
Riportai integra, una superba verginità.
Mai nessuno con tanta spietatezza
Si levò a uccidersi
Come io mi abbassai a vivere.

Il tuoi occhi, il segreto del fuoco
Il tuo amore,
Il trionfo dell’uomo
Quando si affretta a contrastare il destino.

Le tue braccia,
Un angolo dove vivere,
Un angolo dove morire,
Una fuga dalla città
Che con mille dita
Insulta volgarmente
Il candore del cielo.

La montagna nasce dalle prime pietre
E l’uomo dai primi dolori.

In me c’era un prigioniero tiranno
Che non si abituava al canto delle sue catene.
Io sono nato con il tuo primo sguardo.

Nelle tue maestose movenze
Le tempeste
Risuonano
Con la magnificenza di un flauto.

E la melodia delle tue vene
Fa sorgere il sole dell’eternità.

Lasciami ridestare dal sonno,
Che tutti i vicoli della città
Sappiano della mia presenza.

Le tue mani, la riconciliazione,
Compagne che aiutano
A cancellare l’ostilità dalla memoria.

La tua fronte, un grande specchio
Alta e radiosa
Dove le Pleiadi si riflettono
Per scoprire la loro bellezza.

Nel tuo petto due uccelli cantano inquieti.
Da quale via giungerà l’estate
Perché la sete renda più gradevole l’acqua?

Prima che tu apparissi nello specchio
Guardai dentro una lunga vita
Piansi paludi e mari.

Fata con sembianze umane
Il tuo corpo non brucia, se non nel vuoto dell’inganno!

La tua presenza è un paradiso
Che spiega la fuga dall’inferno,
Un mare che mi inghiotte
Fino a purificarmi di tutti i peccati e di tutte le menzogne.

E l’aurora si risveglia con le tue mani.

Dello stesso autore: Io non sono una storia che puoi raccontare

Cantilena per un suonatore cieco di flauto

Cantilena per un suonatore cieco di flauto
(Marguerite Yourcenar Bruxelles, Belgio 8/6/1903 – Northeast Harbor, Maine, Usa 17/12/1987)

Flauto solitario nella notte,
presenza liquida di un pianto,
tutti i silenzi della terra
sono petali del tuo fiore.

Spargi il tuo polline nell’ombra,
anima piangente, quasi senza rumore,
miele che cola da una bocca oscura,
come un bacio allungato alla notte.

E, siccome le tue lente cadenze
danno battito al polso delle sere d’estate,
facci credere che i cieli ballano
perché un cieco ha cantato

1933

Della stessa autrice: EroticaHospes comesqueI trentatré nomi di DioLa vita è qualcosa di più della poesiaNon saprai maiRagazzaUn epigramma amoroso ispirato da Djellal-Eddin-Roumi

Maniera in cui scoprii i due tipi di morte

Maniera in cui scoprii i due tipi di morte
(Cecilia Vicuña n. a Santiago del Cile il 22/7/1948)

da piccola avevo dei conigli e mi piacevano tanto
che non mi staccavo da loro durante tutto il giorno.
li guardavo senza sosta ma non mi venne mai in mente
che erano animali che mangiavano e fu cosi
che morirono. io non riuscivo a capire perché
era successo dato che loro «sapevano» che
io li amavo, per me esisteva solo un tipo
di morte ed era quella di dolore o tristezza.
poi, uno zio mi chiese che cosa davo da
mangiare ai conigli e io lo trovai molto strano.
gli dissi che non gli davo niente, chiesero ai
grandi e tutti risposero che essendo
miei gli animaletti si supponeva che li
alimentassi io. gran commozione per la morte dei conigli.
tutti considerarono che ero scema e snaturata.
a me non importò, ma pensai
che da allora in poi avrei dato da mangiare a
tutte le cose che mi piacevano perché voleva
dire che c’erano due tipi di morte: quella di
fame e quella di dolore.

Della stessa autrice: Sia come sia