Poeti futuri

Poeti futuri
(Walt Whitman West Hills, New York, USA 31/5/1819 – Camden, New Jersey, USA 26/3/1892)

Poeti futuri! oratori, cantori, musicisti a venire!
L’oggi non può giustificarmi e chiarire che cosa sono,
ma voi, una nuova nidiata, nativa, atletica, continentale,
più grande di quelle conosciute prima,
sorgete! poiché voi dovete giustificarmi.

Per me io non scrivo che una o due parole indicative per
il futuro,
non faccio che avanzare un momento soltanto per
girarmi e affrettarmi nell’oscurità.

Sono un uomo che vagabonda senza mai davvero
fermarsi, getta uno sguardo casuale su di voi e poi
distoglie il suo volto,
lasciando a voi di provarlo, di definirlo,
attendendosi le cose più importanti da voi.

(Da: Foglie d’erba)

Dello stesso autore: Ahimè! Ah vita!ContinuitàDèiIl canto di me stessoO capitano! Mio capitano!

Quando ci abbracciavamo

Quando ci abbracciavamo
(Hermann Broch Vienna, Austria 1/11/1886 – New Haven, Connecticut, USA 30/5/1951)

Quando ci abbracciavamo,
trottavano, fuori, i cavalli dell’Apocalisse.
Non li abbiamo sentiti? Oh, sì,
li sentimmo, ma lo strepito era tanto lontano
che a noi parve solo un disagio,
un grosso titolo di giornale, una voce alla radio.

Alle calcagna li avevo già avuti una volta,
per miracolo gli ero sfuggito incolume,
incolume, sì,
e perciò non conta nulla la morte
che allora avevo ormai alla gola.
Io sono uno fra tanti.

Grossi titoli di giornali e notizie radio
formavano le pareti della caverna dove stavamo,
e il soffitto era rosso per le fiammate
delle città che bruciavano intorno.
Non ci piaceva vederle, ma quando alzavamo lo sguardo
le vedevamo per forza.

Non per viltà chiudevamo gli occhi
e non per indifferenza del dolore altrui
non volevamo ascoltare;
non per poter fuggire volevamo star soli,
ma forse perché ognuno deve cercare colui
cui vada un estremo pensiero
quando importa che la morte
non sia del tutto insensata.

Oh, non devo morir di morte assurda!
Molti son già guariti da grave malore
o sfuggiti altrimenti alla morte, ma soltanto
chi è stato davanti alla porta,
dietro alla quale uomini vengono bestialmente torturati,
sicché senza io debbano andar a morire,
solo costui sa che cosa sia l’assurdità.

Così tocco a me, e forse tu lo hai sospettato
quando mi stavi cercando.

Altrimenti non sarebbe stato possibile
che ci abbracciassimo, benché di fuori
trottassero i cavalli dell’Apocalisse,
e sapessimo che i loro zoccoli
spaccano crani come fossero noci.

Spazio

Spazio
(Juan Ramón Jiménez Moguer, Spagna 24/12/1881 – San Juan, Porto Rico 29/5/1958 – Premio Nobel per la letteratura 1956)

La tua forma si sfece. Sfacesti la tua forma.
Ma la coscienza tua resta diffusa, uguale, grande, immensa,
nella totalità.
E ti sentiamo
tutt’intorno, nell’atmosfera piena
di te, il tuo tu più grande.
Ci guardi
dal tutto, ci inabissi,
amica, in te, dal tutto, come in un vasto cielo,
un grande amore,
o un mare.

(Da: La stagione totale)

Dello stesso autore: A CarnevaleFusioneGioia del sognoLascia colare il tuo bacioRose

Ancora mi sollevo

Ancora mi sollevo
(Maya Angelou St. Louis, Missouri, USA 4/4/1928 – Winston-Salem, Carolina del Nord, USA 28/5/2014)

Puoi svalutarmi nella storia
Con le tue amare, contorte bugie;
Puoi schiacciarmi a fondo nello sporco
Ma ancora, come la polvere, mi solleverò

La mia presunzione ti infastidisce?
Perché sei così coperto di oscurità?
Perché io cammino come se avessi pozzi di petrolio
Che pompano nel mio soggiorno

Proprio come le lune e come i soli,
Con la certezza delle maree,
Proprio come le speranze che si librano alte,
Ancora mi solleverò

Volevi vedermi distrutta?
Testa china ed occhi bassi?
Con le spalle che cadono come lacrime,
Indebolita dai miei pianti di dolore?

La mia arroganza ti offende?
Non prenderla troppo male
Perché io rido come se avessi miniere d’oro
Scavate nel mio giardino

Puoi spararmi con le tue parole,
Puoi tagliarmi coi tuoi occhi,
Puoi uccidermi con il tuo odio,
Ma ancora, come l’aria, mi solleverò.

La mia sensualità ti disturba?
Ti giunge come una sorpresa
Che io balli come se avessi diamanti
Al congiungersi delle mie cosce?

Fuori dalle capanne della vergogna della storia
Io mi sollevo
In alto, da un passato che ha radici nel dolore
Io mi sollevo
Io sono un oceano nero, agitato ed ampio,
Sgorgando e crescendo io genero nella marea.

Lasciando dietro notti di terrore e paura
Io mi sollevo
In un nuovo giorno che è meravigliosamente limpido
Io mi sollevo
Portando i doni giunti dai miei antenati,
Io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
Io mi sollevo
Io mi sollevo
Io mi sollevo

Il massimo traguardo

Il massimo traguardo
(Senofane Colofone, Ionia, attuale Turchia 570 a.C. – 475 a.C.)

La verità nessun uomo la conosce, nè mai potrà conoscere
le cose che io dico a parole sugli dèi e sul tutto.
La parola può forse avvicinarsi alla realtà,
ma non conoscerla: il massimo traguardo è l’opinione.

Finalmente

Finalmente
(Vittoria Aganoor Padova 26/5/1855 – Roma 8/5/1910)

Dunque domani! il bosco esulta al mite
sole. Ho da dirvi tante cose, tante
cose! Vi condurrò sotto le piante
alte, con me; solo con me! Venite!

Forse… – chi sa? – non vi potrò parlare
subito. Forse, finalmente sola
con voi, cercherò invano una parola.
Ebbene! Noi staremo ad ascoltare.

Staremo ad ascoltare i mormoranti
rami, nello spavento dell’ebbrezza;
senza uno sguardo, senza una carezza,
pallidi in volto come agonizzanti.

(Da Leggenda eterna)

Della stessa autrice: È nel mio sogno

A Leonor

A Leonor
(Amado Nervo Tepic, Messico 27/8/1870 – Montevideo, Uruguay 24/5/1919)

La tua chioma è nera come l’ala
del mistero; tanto nera come un lugubre
mai, come un addio, come un “chi sa!”
Ma c’è ancora qualcosa di più nero: i tuoi occhi!
I tuoi occhi sono due maghi pensosi,
due sfingi che dormono nell’ombra,
due enigmi molto belli… Ma c’è qualcosa,
ma c’è ancora qualcosa di più bello: la tua bocca.
La tua bocca, oh sì!. La tua bocca, fatta divinamente
per l’amore, per la calda
comunione dell’amore, la tua bocca giovane;
ma c’è ancora qualcosa di migliore: la tua anima!
La tua anima raccolta, silenziosa,
di pietà tanto profonda come il pelago,
di tenerezze tanto profonde…
Ma c’è qualcosa, ma c’è ancora qualcosa
di più profondo: il tuo sogno!

Dello stesso autore: In pace

Entra, e in breve parla

Entra, e in breve parla
(Jane Kenyon Ann Arbor, Michigan, USA 23/5/1947 – Wilmot, New Hampshire, USA 22/4/1995)

Io sono il boccio pressato in un libro,
ritrovato dopo duecento anni…

Sono l’artefice, l’amante, il guardiano…

Quando la giovinetta affamata
siede alla tavola
siede proprio accanto a me…

Sono cibo nel piatto del prigioniero…

Sono acqua che scorre veloce alla sorgente,
e riempie la brocca fino a che trabocca…

Sono il paziente giardiniere
di un arso e trascurato giardino…

Sono il gradino di pietra,
il chiavistello, e il cardine efficiente…

Sono il cuore contratto dalla gioia…
i capelli più lunghi, bianchi
prima del riposo…

Sono là, nel cesto di frutta
offerto in dono alla vedova…

Sono la rosa muschiata che s’apre
inattesa, la felce sulla cima paludosa…

Sono colei il cui amore
ti sovrasta e già ti è accanto
proprio quando tu pensi di chiamarmi…

Della stessa autrice: Il corteggiatoreRicordando i fioriTre piccole arance

La moglie

La moglie
(Robert Creeley Arlington, Massachusetts, USA 21/5/1926 – Odessa, Texas, USA 2/4/2005)

Conosco due donne
     e l’una
è sostanza tangibile,
     carne e ossa.

L’altra nella mia mente
     si ritrova.
Lì tiene la sua
     vera proporzione.

Ma come potrei propormi
     di vivere
con queste due creature
     nel mio letto –

o come potrà colui
     che ha una moglie
cedere due per una
     e osservare l’altra che muore.

Dello stesso autore: FelicitàIl mio amorePer amicizia