Sul declino degli oracoli

Sul declino degli oracoli
(
Sylvia Plath Boston, Massachusetts, USA 27/10/1932 – Londra, Regno Unito 11/2/1963 – Premio Pulitzer per la poesia 1982)

Accanto a due reggilibri in bronzo a forma di veliero
mio padre conservava una conchiglia;
ascoltavo agitarsi i suoi denti freddi
col suono di quell’ambiguo mare
di cui il vecchio Böcklin sentiva il vuoto quando
da una conchiglia ascoltava il mare che non poteva udire.
Lui sapeva cosa diceva al suo orecchio interiore
la conchiglia, non lo sa il contadino.

Mio padre morì, lasciò dietro di sé
i libri, la conchiglia.
I libri bruciarono, la conchiglia la riprese il mare,
ma io, io conservo le voci che lui
ripose nel mio orecchio, nei miei occhi
la vista delle onde azzurre che non vedevo,
che il fantasma di Böcklin rimpiange.
I contadini fanno festa e si moltiplicano.

Non vedo un cigno spavaldo né una stella lucente
a eclissare un bue trafitto,
stemmi di una più schietta era,
ma tre uomini che entrano in giardino,
e salgono le scale.
Il loro aspetto di pettegoli perdigiorno
invade l’occhio claustrale, come
pagine di un volgare fumetto, e verso

l’accadimento di questo evento
ora gira la terra. Tra mezz’ora
scenderò la scala consumata e incontrerò
quei tre che salgono. Un futuro che vale
meno del presente, meno del passato.
È senza valore quella vista per occhi divenuti deboli
che pure una volta videro di lontano cadere le torri di Troia,
il pericolo irrompere dal nord.

(1957)

(Da: La luna e il tasso)

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