Scacco

Scacco
(Marin Sorescu Bulzești, Romania 29/2/1936 – Bucarest, Romania 8/12/1996)

Io muovo un giorno bianco,
Lui risponde con uno nero.
Io avanzo un sogno,
Lui me lo cattura da guerriero.
Mi attacca, Lui, i polmoni,
Io penso un anno intero in ospedale,
Faccio brillanti combinazioni
Ed elimino una giornata scura.
Lui spinge avanti una disgrazia feroce
E mi minaccia con “cancro matto”
(Che per ora avanza in forma di croce)
Ma io gli metto davanti un libro
E lo obbligo alla ritirata.
Gli vinco ancora qualche figura
Ma, guarda, la mia vita passata
E’ per metà fuori della scacchiera.
Mi dice Lui : “Caro mio
Ti do scacco e perderai l’ottimismo”.
“Mi fai un baffo – scherzo io –
Faccio l’arrocco dei sentimenti.
Alle mie spalle la moglie, i bambini,
Il sole, la luna e gli altri presenti
Tremano ogni volta che faccio una mossa.

Con una sigaretta fra le dita
Io continuo la partita.

(Traduzione: Luciano Morganti)

Pioggia in una notte d’inverno

Pioggia in una notte d’inverno
(Elena Bono Sonnino, LT 29/10/1921 – Lavagna, GE 26/2/2014)

Con grave abbandono la pioggia discende dal cielo,
avvolge le case le piante tutta la terra.
Per quanto è grande la notte, possiede lo spazio

e senza destare il silenzio, in esso fluisce:
liberazione di pene eternamente taciute.
Che nuovo incanto giacere al buio, senza timore
e nel tepore dei miei pensieri
stringermi tenacemente a me stessa
prima che il sonno me ne conduca lontano,
dove, così stranamente, è facile abbandonare ogni cosa
senza sapere di poterla mai ritrovare.

(Da: I Galli Notturni, 1952)

Sonetto X

Sonetto X
(Vittoria Colonna Marino, RM aprile 1490 – Roma 25/2/1547)

A che miseria Amor mio stato induce,
Che ’l proprio Sol ancor tenebre rende?
Non pria il veggio apparir, che mi raccende
Desio di riveder mia vaga luce.

Quanto più gemma, ed or tra noi riluce,
L’inferma vista mia più se n’offende;
E se dolce armonia l’orecchia intende,
Pianti e sospiri al fin nel cor produce.

S’io verde prato scorgo, trema l’alma
Priva di speme: e se fior varii miro,
Si rinverde il desio del mio bel frutto,

Che Morte svelse, ed a lui grave salma
Tolse in un breve e placido sospiro,
Coprendo il mondo, e me d’ eterno lutto.

In the morning you always come back

In the morning you always come back
(Cesare Pavese Santo Stefano Belbo, CN 9/9/1908 – Torino 27/8/1950)

Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre –
Sei la vita, il risveglio.

Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolìo della brezza,
tepore, respiro –
è finita la notte.

Sei la luce e il mattino.
(20 marzo 1950)

(Da: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”)

Dello stesso autore: Hai un sangue, un respiroI mattini passano chiariLa notteLuna d’AgostoMi strugge l’animaTi ho sempre soltanto vedutaTu non sai le collineTu sei come una terraVerrà la morte e avrà i tuoi occhiVino triste

 

Un altro tempo

Un altro tempo
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Per noi come per gli altri esiliati,
come per gli incontabili fiori che non sanno contare
e tutti gli animali che non devono ricordare,
è oggi che viviamo.
Tanti provano a dire Non Ora,
tutti hanno dimenticato come
si dice Io Sono, e si sarebbero
persi, se avessero potuto, nella storia.
Per esempio, chinandosi con grazia tanto antiquata
alla bandiera giusta nel posto giusto,
borbottando come vecchi mentre s’arrampicano per le scale
del Mio e del Suo o del Nostro e del Loro.
Proprio come se il tempo fosse quel che volevano
quando ancora era dato in dono e in possesso,
proprio come se avessero torto
a non desiderare più d’appartenere.
Nessuna meraviglia se tanti muoiono di dolore,
tanti sono così soli quando muoiono;
nessuno ha ancora creduto o gradito una bugia:
un altro tempo ha altre vite da vivere.

Dello stesso autore: Blues in memoriaFelice la lepre al mattinoLa verità, vi prego, sull’amore

Davanti San Guido

Davanti San Guido
(Giosuè Carducci Valdicastello di Pietrasanta, LU 27/7/1835 – Bologna, 16/2/1907; Premio Nobel per la letteratura 1906)

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.

Mi riconobbero, e — Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr’ me co ’l capo chino —
Perché non scendi? Perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh, non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui! —

— Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei —
Guardando io rispondeva — oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem’ ire:
Or non è piú quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!… via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú.

E massime a le piante. — Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò,
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
— Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ’l lor bianco velo;

E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà. —

Ed io — Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
La Titti — rispondea — ; lasciatem’ ire.
È la Titti come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio cipressi! addio, dolce mio piano! —

— Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? —
E fuggíano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giú de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia;

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sí sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co ’l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Pieno di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com’era bella
Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

— Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare. —

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero
Ove non penso di posarmi piú:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggía la vaporiera
Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.

(Da: Rime nuove)

Dello stesso autore: Ad AnniePianto antico

Io sono la tua indomita gazzella

Io sono la tua indomita gazzella
(Gioconda Belli n. a Managua, Nicaragua il 9/12/1948)

Io sono la tua indomita gazzella,
il tuono che rompe la luce sul tuo petto
Io sono il vento sfrenato sulla montagna
e il fulgore intenso del fuoco dell’ocote.
Io scaldo le tue notti,
accendendo vulcani nelle mie mani,
bagnandoti gli occhi col fumo dei miei crateri.
Io sono arrivata fino a te
vestita di pioggia e di ricordi,
ridendo la risata immutabile degli anni.
Io sono l’inesplorata strada,
la chiarezza che rompe la tenebra.
Io metto stelle tra la tua pelle e la mia
e ti percorro completamente,
sentiero dopo sentiero,
scalzando il mio amore,
denudando la mia paura.
Io sono un nome che canta e si innamora
dall’altro lato della luna,
sono il prolungamento
del tuo sorriso e del tuo corpo.
Io sono qualcosa che cresce,
qualcosa che ride e piange.
Io, quella che ti ama.

Della stessa autrice:
E Dio mi fece donnaLe profezie raccontanoNon mi pento di nienteRegole del gioco per gli uomini che vogliano amare donne donneSempreVoglio uno sciopero dove incontrarci tutti

(Un bacio alla mia Signora )

Una volta per errore

Una volta per errore
(Gianni Rodari Omegna, VB 23/10/1920 – Roma 14/4/1980)

Una volta per errore
un corridore ciclista
vinse una toppa
invece di una tappa:
Bel premio per un vincitore.
Alla vista di quello straccio
lui corre alla giuria:
Che cosa me ne faccio?
Una toppa è utilissima
gli fanno osservare,
puoi metterla sui gomiti,
sui ginocchi, dove ti pare.
Se poi vinci altre toppe
e le cuci per benino
avrai per Carnevale
un costume da Arlecchino.

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Trame lunari

Trame lunari
(
Giuseppe Ungaretti Alessandria d’Egitto 8/2/1888 – Milano 1/6/1970)

il suono attutito di perse
memorie riverbera

affiorano brividi d’ombra

da uno spiraglio repentino è desto
un corso d’acqua calmo e chiaro

svela ammutoliti giardini

e questo crucciato profugo è
riflesso in quel vago balocco

o gote rosee o tempie azzurrine
o dolcezza d’occhi senza pensieri

Roma 29 Giugno 1922

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