La scappatella del Leone

La scappatella del Leone
(Trilussa pseudonimo di Carlo Alberto Salustri Roma 26/10/1871 – Roma 21/12/1950)

Una vorta er guardiano d’un serrajo
lassò per uno sbajo
uno sportello de la gabbia aperto.
– Giacché me se presenta l’occasione,
– disse er Re der Deserto – me la squajo1… –
– E zitto zitto escì da la priggione.

– Indove te ne vai? – chiese la Jena.
El Leone rispose: – Ar Colosseo,
a magnà li Cristiani ne l’Arena. –
La Jena disse: – Quanto me fai pena,
povero babbaleo2!
Che credi? De rifà la pantomima
de le bestie ch’esciveno de fôra3,
cór pasto de le berve come allora
e li martiri pronti come prima?
Nun hai saputo che, da un pezzo in qua,
è proibbito d’ammazzà la gente
senza er permesso de l’Autorità?
Tu rischi de restà senza lavoro;
da’ retta a me, collega mio, rimani:
e lassa che li poveri cristiani
se magnino fra loro.

(1: Me la svigno; 2: Minchione; 3: Fuori)

(da: La gente, 1927)

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Cocotte

Cocotte
(Guido Gozzano Torino 19/12/1883 – Torino 9/8/1916)

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto…

“Piccolino, che fai solo soletto?”
“Sto giocando al Diluvio Universale”
Accennai gli strumenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d’un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con le mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì… vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità…

“Una cocotte…”

“Che vuol dire mammina?”
“Vuol dire che è una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!”
Co-co-tte… La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’uovo e di gallina…

Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l’Isole Felici…
Co-co-tte… le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate…
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

Un giorno -giorni dopo- mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
“O piccolino, non mi vuoi più bene?”
“È vero che sei una cocotte?”
Perdutamente rise… E mi baciò
con le pupille di tristezza piene

Tra le gioie defunte e i disinganni
dopo vent’anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso… Dove sei, cattiva
signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Ohimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l’ultimo amante disertò l’alcova…
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d’un bacio e d’un confetto,
dopo vent’anni, oggi, ti ritrova

in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!
Da quel mattino dell’infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t’aspetta, o creatura!

Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
coma Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state…
Vedo la casa; ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia…
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fà che io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacerò: rifiorirà nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d’allora,
il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovane ancora.

Dello stesso autore: Le golosePasquaTotò Merùmeni

L’uomo

L’uomo
(Rocco Scotellaro Tricarico, MT 19/4/1923 – Portici, NA 15/12/1953)

L’uomo che vide suo padre calzare
gli uomini e farli camminare
imparò da quell’arte umile e felice
la meraviglia di servire l’uomo.
L’uomo che crebbe nell’esule villaggio
imparò il coraggio di farsi riconoscere
e di crescere non lontano dai potenti della terra.
L’uomo che seppe la guerra e le lotte degli uomini
imparò dal fascino della notte
il chiarore del giorno.
Quell’uomo muore. Attorno attorno
alla ceppaia gigantesca che è
agili frullano i vivai che piantò nel mondo.
Ogni uomo che dà agli uomini amore profondo
e il pane e le scarpe e le case e le macchine
può dire chi era Stalin e la ragione del mondo.
(Portici, 9 marzo 1953)

Dello stesso autore: I pezzentiNoi non ci bagneremo

Bambina alla finestra (Asunta)

Bambina alla finestra (Asunta)
(Vicente Aleixandre Siviglia, Spagna 26/4/1898 – Madrid, Spagna 14/12/1984 – Premio Nobel per la letteratura 1977)

Questa bambina ha visto
crescere, premere la notte, alzarsi il giorno.
La sua finestra si affaccia sul monte. Una cruna piccola,
un fiore, un profumo.
E al fondo l’alta sierra.
Ma immediata si vede
la terra incarnata, decisa a salire, falda che si sforza
verso l’aspra cresta.
Tutto un ammasso di macerie naturali, cadute:
una immensa sassaiola, mai vista, e immobile.
E lei, la bambina a stento, si affaccia quieta e guarda,
ogni mattina. C’è una verdezza nella fosca pietra.
Sono pietre separate, cumulo scuro,
dove non si conoscono. Lì caddero sole, spezzando il cielo
con il loro peso orribile.
E qui si elevano aride, senza più terra,
pietra giunta ad altra pietra, però mai legate.

La bambina guarda in alto.
Ha gli occhi chiari, con un riflesso intimo:
azzurro, azzurro senza cielo. La bocca seria e guarda
il monte o la parete che rapida ascende.
Così vicino! Troppo. Quasi può toccare il suo inizio tendendo il braccio.
Il villaggio – o ciò che è rimasto – è al suo margine. Forse questo ammasso
di pietra ingiusta
cadde da un cielo sfondato un giorno
e schiacciò il villaggio: è sotto. Immensa pietra funeraria, e un morto:
il villaggio intero.
Per questo ci sono alcune case, solo alcune case vicino alla fredda montagna:
rimasero fuori e vivono.
E questa bambina si affaccia. Può toccare i confini della scoscesa salita.
E si affaccia e vede solo questi confini.
E il villaggio morto giace
sotto, e questa bambina,
figlia e nipote del villaggio accaduto,
alla sua riva sopravvive, come altri prima, altri dopo,
e tocca gli ardui confini e mira il muro che si erge improvviso.
Orizzonte di pietra dove giunge il sospiro; muro o carcere.
E la bambina sta eretta.

(Traduzione: Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli)

Dello stesso autore: Si amavano

Il vento

Il vento
(Christina Rossetti Londra, Regno Unito 5/12/1830 – Londra, Regno Unito 29/12/1894)

Chi ha visto il vento?
né io né te;
ma quando le foglie tremano
è il vento che le attraversa

Chi ha visto il vento?
né tu né io;
ma quando gli alberi piegano la testa
è il vento che passa.

Della stessa autrice: MaggioRicordami