L’autunno

L’autunno
(Abbas Kiarostami n. a Teheran, Iran il 22/6/1940)

Al primo assalto del tempo autunnale
una schiera di foglie
si è rifugiata in camera mia.

Faccio un sogno
sono sepolto
sotto foglie autunnali
e il mio corpo germoglia.

Ho acceso
un sigaro
il primo giorno d’autunno.

Due foglie autunnali
si sono nascoste
nella manica della mia camicia
sul filo della biancheria.

Con il primo vento autunnale
è giunta in camera mia una piccola foglia
che non conoscevo.

Un mulinello di polvere
accompagna
una foglia di pioppo
fino al settimo cielo.

Un ombrello
sfasciato dal vento
sul selciato della strada
in un giorno di pioggia.

Tengo stretto il cappello con le mani
all’inizio dell’autunno
il vento ci porterà con sè?

(Da “Un lupo in agguato”)

Dello stesso autore: La lucciola

Filastrocca dell’amicizia

Filastrocca dell’amicizia
(Gianni Rodari Omegna, VB 23/10/1920 – Roma 14/4/1980)

Dice un proverbio dei tempi andati:
“Meglio soli che male accompagnati”.
Io ne so uno più bello assai:
“In compagnia lontano vai”.
Dice un proverbio, chissà perché,
“Chi fa da sé, fa per tre”.
Da questo orecchio io non ci sento:
“Chi ha cento amici, fa per cento”.
Dice un proverbio con la muffa:
“Chi sta da solo non fa baruffa”.
Questa io dico, è una bugia:
“Se siamo in tanti, si fa allegria”.

Dello stesso autore: Filastrocca di capodannoFilastrocca di ferragostoIl giornalistaIl mago di NataleL’anno nuovoLa luna di KievPromemoria

Conversazione

Conversazione
(Charles Baudelaire Parigi, Francia 9/4/1821 – Parigi, Francia 31/8/1867)

Tu sei un bel cielo d’autunno, chiaro e rosa! Ma la tristezza
monta in me come il mare e lascia, rifluendo, sul mio
labbro corrucciato, il ricordo cocente del suo fango amaro.

– La tua mano scivola invano sul mio petto che si strugge;
ciò che cerca, amica, è un luogo devastato dall’unghia
e dal dente feroce della donna – Non cercare più il mio cuore: le belve l’hanno divorato.

Il mio cuore è un palazzo lordato dalla folla: ci si ubriaca,
ci si ammazza, ci si tira per i capelli. Un profumo
ondeggia attorno al tuo seno nudo.

Beltà, dura frusta delle anime, tu lo vuoi! Con i tuoi
occhi di fuoco, splendenti come feste, tu bruci i brandelli
che le belve han risparmiato.

Dello stesso autore: CorrispondenzeElevazioneIl rinnegamento di San PietroLa musicaUn emisfero in una chiomaUna carogna

Spesso il male di vivere

Spesso il male di vivere
(Eugenio Montale Genova 12/10/1896 – Milano 12/9/1981 – Premio Nobel per la letteratura 1975)

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia riarsa,
era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza del meriggio,
e la nuvola, e il falco alto levato.

Dello stesso autore: Ascoltare…Casa sul mareCielo e terraCon astuziaElegiaGli elefantiHo sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scaleI limoniIl carnevale di GertiIl positivoLa morte di DioLa StoriaLa vita oscillaLe stagioniNon chiederci la parolaPioveSera di PasquaSi risolve ben poco

Una volta

Una volta
(Sergio Solmi Rieti 16/12/1899 – Milano 7/10/1981)

Eravamo
sulla collina di Bergamo, dentro
l’erba alta, io te i bimbi. Volgeva
su noi, tra pioggia e schiarita, la vaga
ruota dei raggi annerati: per l’aria
tremula si sfaceva
il paesaggio in delizia.

Eravamo alla punta della vita
(quella che più non torna, più non torna),
attraversati di luce, sospesi
in un mondo esitante, ombre gentili
assunte in un deliquescente eliso.

1956

(Da: Dal balcone)

C’è da scorrere un sipario

C’è da scorrere un sipario
(Roberto Juarroz Coronel Dorrego, Argentina 5/10/1925 – Buenos Aires, Argentina 31/3/1995)

C’è da scorrere un sipario,
ma non sappiamo dove.
C’è da scorrere un sipario,
ma forse il palcoscenico è vuoto.
O forse non lo è
e allora
chi sono gli attori
e che dramma stanno rappresentando?
O aprendo il sipario
capiremmo subito
che è per noi quel palcoscenico
anche se non esiste dramma da rappresentare?
O bisognerà chiudere il sipario
perché il palcoscenico è da questa parte
e già non possiamo più ritardare
l’inizio della rappresentazione?
Ma, in quel caso,
chi sono gli spettatori?
O non ci sono spettatori
e non ci resta altro che
la pura rappresentazione?

Carri d’autunno

Carri d’autunno
(Alfonso Gatto Salerno 17/7/1909 – Capalbio, GR 8/3/1976)

Nello spazio lunare
pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
il cigolìo dei lumi
improvvisa perduti e beati
villaggi di sonno.

Come un tepore troveranno l’alba
gli zingari di neve,
come un tepore sotto l’ala i nidi.

Così lontano a trasparire il mondo
ricorda che fu d’erba, una pianura.

Dello stesso autore: A mio padreAmore della vitaDomenica al crepuscoloFacciata natalizia napoletanaPasseggiata fuori portaPer i compagni fucilati a Piazzale LoretoPoesia d’amoreQuando si nasce poeti…Sera d’estateSera d’ottobre a ViterboSera in ValtellinaSorriderti…SottovoceVia Appia

Non vagheremo più…

Non vagheremo più…
(Sergej Aleksandrovič Esenin Konstantinovo, Russia 3/10/1895 – Leningrado, Russia 28/12/1925)

Non vagheremo più, non schiacceremo più tra gli arbusti

le bietole rosse, non cercheremo più le tracce…

Col fascio dei tuoi campelli d’avena

per sempre sei svanita dai miei sogni.

Tenera, bella, e col vermiglio

colore delle bacche sulla pelle,

eri simile a un crepuscolo rosa.

E come neve, candida e abbagliante.

Sono appassiti i chicchi dei tuoi occhi,
il tuo nome s’è dissolto come una musica,

ma è rimasto tra le pieghe gualcite dello scialle

l’aroma di miele delle mani innocenti.

Nell’ora silenziosa, quando l’alba sul tetto

come un gatto con la zampa si lava la bocca,

odo dolcemente parlare di te

le canne acquatiche che conversano col vento.

Ah mi sussurri pure la sera blu

che tu eri una canzone e un sogno.

Ch iinventò la tua flebile figura

ha toccato con le mani un luminoso mistero.

Non vagheremo più, non schiacceremo più tra li arbusti

le bietole rosse, non cercheremo più le tracce…

Col fascio dei tuoi campelli d’avena

per sempre sei svanita dai miei sogni.

Dello stesso autore: Arrivederci, amico mio, arrivederci

Perché affonda Venezia

Perché affonda Venezia
(Abdulah Sidran n. a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina il 2/10/1944)

Guardo il cielo sopra Venezia. Niente è cambiato negli ultimi sette miliardi di anni. Lassù, c’è Dio. E’ lui che ha creato l’Universo, nell’universo sette miliardi di mondi, in ogni mondo un’infinità di popoli, una molteplicità di lingue, e una sola, una sola Venezia per uno.

I popoli li ha fatti diversi, sussurrando alle loro orecchie: “adesso conoscetevi fra voi”. Una miriade di lingue gli ha dato, per fargliele imparare, perché attraverso le lingue si conoscessero, gli uni dagli altri, e tutti, in questo modo, diventassero più ricchi, e migliori. E ha dato Venezia come ha dato gli uccelli e i pesci, perché gli uomini e i popoli credano in Lui, meravigliandosi delle opere Sue.
Guarda il cielo sopra Venezia. Lassù è dappertutto, c’è Dio. Uno. Che ha creato l’Universo, sette miliardi di mondi nell’Universo, in ogni mondo molte lingue e popoli, e una sola Venezia per uno. E un piccolo popolo ha fatto, in uno dei mondi, su un territorio che chiamano Europa, nella tribù degli Slavi del Sud. E’ qui il Confine.

La Bosnia. La Bosnia. La Bosnia. Si toccano qui, e si combattono, la croce d’Oriente e la croce d’Occidente, nate da una sola Croce. Ma il popolo bosniaco è mite. Per questo è stato toccato dalla mano della terza Fede: in un solo Dio, che non è nato, né ha generato, ed è Signore dei mondi, e sovrano del Giorno del Giudizio.

Guardo il cielo sopra Venezia. I Signori della terra hanno deciso che il popolo bosniaco non c’è. Venezia affonda. L’Europa affonda. Affonda la culla, con il bambino che c’è dentro. Affondano i continenti. Affonda la rosa nel vaso di vetro di Murano. Affonda Murano. Affonda la stanza dell’albergo, e anche la Società dei poeti morti(1) affonda. Perché non deve esserci al mondo il popolo bosniaco? Fra i colori – un colore, fra i profumi – un profumo di meno? E perché al mondo non deve esserci – questa Venezia? Fra i prodigi – un prodigio in meno?

Guardo il cielo sopra il mondo terrestre. C’è una stella che, lungo un grande arco, precipita nell’abisso dell’Universo. Come se cadesse – in mezzo al Canal Grande. Il mondo terrestre, tra sette miliardi di mondi Cosmici, vuol restare più povero – di un intero Popolo. Questa è l’intenzione dei Signori della Terra. Nell’Universo, allora, precipita una stella. E’ per questo che Venezia affonda. L’Universo sarà più povero – di un intero Mondo. E’ questa la volontà del Signore dei Mondi. Questa è la volontà del Sovrano del giorno del Giudizio.

(Venezia/Sarajevo, agosto/settembre 1993)

(1) Dead poets socity (Società dei poeti morti): il film di Peter Weir diffuso in Italia con il titolo L’attimo fuggente.

Dello stesso autore: Le lacrime delle madri di Srebrenica