C’è un posto nel mondo

C’è un posto nel mondo
(Alda Merini Milano 21/3/1931 – Milano 1/11/2009)

C’è un posto nel mondo
dove il cuore batte forte,
dove rimani senza fiato,
per quanta emozione provi;
dove il tempo si ferma
e non hai più l’età;
quel posto è tra le tue braccia
in cui non invecchia il cuore,
mentre la mente non smette mai di sognare…
Da lì fuggir non potrò
poichè la fantasia d’incanto
risente il nostro calore
e non permetterò mai
ch’io possa rinunciare
a chi d’amor mi sa far volare.

(Da Testamento, 1988)

Della stessa autrice: A Eugenio MontaleA tutte le donneBambiniBancheBandoCavernicola come sono…Come tutti i poetiE’ piu’ facile ancoraFarfalle libereIl grembiuleIl mio primo trafugamento di madreIl regno delle donneInno alla donnaIo canto le Donne prevaricate dai brutiIo non ho bisogno di denaroLa paceLa Terra SantaLirica AnticaNatale 1989Per Giovanni FalconeProfumata e fresca è la poesiaRagazza, tu che sfiori la mia mente…Solo una mano d’angeloSono nata il 21 a PrimaveraUna volta sognai

30 luglio 1981 – 30 luglio 2015
Buon anniversario

Bolle

Bolle
(Adriana Libretti n. a Milano il 20/7/1954)

letto ventoso
su cui mi sto incurvando
su cui mia madre siede
con le mani
poggiate nude
sopra le ginocchia
e le dico: "ci sei!”
e mi fa eco: "no!"

volano le lenzuola
insieme agli anni
e ti tuffi nel blu
dei miei ricordi
affluisce nel sogno
lo stornello
che cantava mio padre
di mattina

silenzio invece
dove tu che inspiri
nuotando basso
in medio al mar d’oriente
rotoli fragoroso
tra le bolle
soffiate a grappoli là
verso le nubi

volano le lenzuola
sopra il tetto
si ricompone il muro
senza crepe la
casa, le coperte
questo è tutto
quello che chiedo oggi
per domani

Ho infilato a un ramo una poesia

Ho infilato a un ramo una poesia
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Ho infilato a un ramo una poesia,
che lotta e non si lascia afferrare
dal vento.
Mi chiedi: "Sfilala, non scherzare".
La gente passa. Guarda. Si stupisce.
L’albero brandisce la poesia.
Non dobbiamo discutere. Dobbiamo proseguire.
"Ma non te la ricordi". – "E’ vero,
però domani te ne scriverò una nuova.
Vale agitarsi per simile sciocchezza!
Non pesa certo al ramo una poesia.
Te ne scriverò quante ne vorrai.
Per ogni albero – una poesia!"
Ma più avanti, come saremo?
Questo forse presto lo dimenticheremo?
No, se andando avanti diverrà difficile,
ci sovverrà di dove, in piena luce,
un albero brandisce una poesia,
e sorrideremo: "Dobbiamo proseguire".

Dello stesso autore: Al mio caneCompenso in piomboLa scuola di BeslanNon capirsi è terribileOggi io mi sento Anna FrankSempre si troverà una donnaUomini

Amore della vita

Amore della vita
(Alfonso Gatto Salerno 17/7/1909 – Capalbio, GR 8/3/1976)

Io vedo i grandi alberi della sera
che innalzano i cieli dei boulevards,
le carrozze di Roma che alle tombe
dell’Appia antica portano la luna.

Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.
Pure, lunga la via fu alla sera
di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo
alle luci sorgenti ai campanili
ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
mai più risponderà?

Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
il cielo dei boulevards
cielo chiaro di rondini!

O sera umana di noi raccolti
uomini stanchi uomini buoni,
il nostro dolce parlare
nel mondo senza paura.

Tornerà tornerà,
d’un balzo il cuore
desto
avrà parole?
Chiamerà le cose, le luci, i vivi?

I morti, i vinti, chi li desterà?

Dello stesso autore: A mio padreDomenica al crepuscoloFacciata natalizia napoletanaPasseggiata fuori portaPer i compagni fucilati a Piazzale LoretoPoesia d’amoreQuando si nasce poeti…Sera d’estateSera d’ottobre a ViterboSera in ValtellinaSorriderti…SottovoceVia Appia

Le lacrime delle madri di Srebrenica

20 anni dal Massacro di Srebrenica

Le lacrime delle madri di Srebrenica
(Abdulah Sidran n. a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina il 2/10/1944)

Sarebbe meglio non fosse
piuttosto che sia
così
come oggi è
la nostra Srebrenica

Nulla di morto né di vivente
in lei
può più abitare

Sotto un cielo plumbeo
l’aria di piombo
mai nessuno
ha imparato
a mettersi nei polmoni

Da lei fugge tutto
ciò che ha gambe
con le quali possa
e sappia dove
fuggire

Da lei fugge tutto
anche ciò che da nessuna parte
se non sotto la terra nera
può fuggire

Gli ortodossi fuggono
i nuovi come i vecchi
i musulmani fuggono
i vecchi come i nuovi

E chi in qualche modo
è rimasto vivo
andato via e poi tornato
neppure un inverno con l’estate
ha messo insieme
né un autunno
con la primavera
ma ha cercato
quanto prima
di andarsene da Srebrenica

E quei cattolici
nostri vicini

e per loro Srebrenica
per centinaia d’anni
è stata l’amata
e bellissima
sede principe
della loro buona
e nobile comunità

se ne sono andati da tempo

Come se
nella loro saggezza avessero
saputo che sarebbe arrivato un tempo
in cui non ci sarebbe più stata
la buona Srebrenica

Ci dicono
da dieci anni ce lo dicono
che in Bosnia
la guerra è finita

A noi spiegano
e inviano istruzioni scritte
che nel nostro Paese
Bosnia Erzegovina
la guerra è finita
e che nessuno
deve più
guardare al passato

Credono forse
davvero
che siamo vivi
noi che stiamo qui
e da questo luogo
parliamo così
come se davvero fossimo vivi.

Davvero pensano che si chiami salute
davvero pensano che si chiami ragione
ciò che in noi è rimasto
della salute e della ragione di un tempo?

Non vedono, non sentono forse
non sanno forse che noi,
quelli rimasti, siamo più morti di tutti
i nostri morti, e che qui oggi, con la loro voce,
la voce dei nostri morti, dalle loro gole,
gridiamo e con il loro grido – noi parliamo?

Non ci permettete di
guardare al passato!
E noi non lo guardiamo, ma è lui a guardarci!

Voi dite:
guardate al futuro!

Ma noi, nessun
futuro in nessun luogo
riusciamo a vedere
né vediamo che lui
con un sol occhio
guardi noi
e neppure che ci veda
e che di noi si preoccupi

Noi abbiamo un presente
che con occhio umano
non si può guardare

Noi la stessa
aria di piombo
nella nostra Srebrenica
che non c’è più
respiriamo con quelli
i cui occhi
le cui mani
le cui anime
del nostro sangue grondano

E solo loro
possono rallegrarsi
del vostro comandamento
di non guardare al passato

Ma noi cos’altro oltre a lui abbiamo
che cos’altro
se non il passato
abbiamo da guardare?

Davvero potete
dire a una madre
di non guardare il figlio?

Davvero a una sorella potete
impartire l’ordine
di non guardare il fratello?

Prendeteci gli occhi
ma più non insegnateci, non inviateci più
tali consigli, istruzioni e ordini!

Forse davvero, come voi dite,
la guerra è finita! Ma per noi, nella nostra Srebrenica,
la guerra è finita appena un poco, e noi stessi, di giorno,
ci inganniamo che è così, che è finita davvero!

Ma, d’estate e d’inverno – e così da diciassette anni! – i giorni sono troppo brevi, e lunghe, troppo lunghe le notti.

Al primo annuncio del crepuscolo, noi i nostri portoni
col ferro rinserriamo, che non venga e non entri
colui che allora venne ed entrò, e tutto ciò che di nostro
amato e caro era – separò dalla vita!

Proprio lui, oggi, veglia sulla Pace a Srebrenica!

Come può dormire una madre di Srebrenica?

Appena chiude gli occhi, ecco la guerra alla porta, ecco
quel secondo in cui vide, sotto il coltello cetnico, separarsi
dal corpo la testa di suo figlio! Solo qualche volta, fra mille
Jasin(1) mormorati nell’insonnia, ne ha pietà il Buon Dio!
E quando il sonno sugli occhi le posa, lei, in sogno, continua
a riunire la testa al corpo del Figlio insepolto!

Come possiamo vivere nel presente?
Come possiamo non guardare al passato?

C’è una sorella nostra, non è con noi, eppur è viva!
In una tomba ha trasformato una casa, qui a Sarajevo,
finestre non apre, non osa guardare fuori, e ancor meno
uscire in strada! Quattro figli ha perso! Se per strada un
ragazzo o una ragazza incontrasse, e le apparisse
somigliante a uno dei suoi figli – il cuore le scoppierebbe, in
quattrocento pezzi!

È questa la Pace?

È così che finisce la Guerra?

Quando tacciono
le armi di ferro
e fino al cielo grida
il cuore materno?

Quando il criminale
cambia la camicia
e con la nuova addosso
sotto le nostre case
e le nostre finestre
nella nostra Srebrenica
veglia sulla nostra pace?

Per voi il vostro è trascorso
ma per noi
il nostro passato
non è per nulla passato!

Né passerà
né può passare
fintanto che il cielo plumbeo
la nostra Srebrenica
di argento ricopre.

Fintanto che sotto il suo
cielo di piombo
l’aria plumbea
e plumbee
d’aria boccate
respiriamo e inghiottiamo
con quelli che hanno sì
cambiato la camicia
ma che il cuore sotto la camicia
e nel cuore l’odio
non hanno cambiato
né pensano di cambiare

Per voi il vostro è trascorso
ma per noi
il nostro passato non è passato!

Non fateci ritornare
non fateci ritornare
in questa fatta
di piombo
Srebrenica

Piuttosto
per un istante almeno
guardate dov’è che
nelle vostre anime
nei libri
si è perso un granello
di Verità e Giustizia

Se nel vostro cuore
un solo granello
di Giustizia e Verità
trovate

Del bene e d’argento
l’argentea e buona
Srebrenica
la bella –
a Srebrenica restituite!

Un briciolo di Giustizia
e un granello di Verità
trovate!

Srebrenica –
a Srebrenica restituite!

E noi
con l’aiuto di Dio
chi viva chi morta
subito ci ritorneremo

Possano
con l’aiuto di Dio
riunirsi e placarsi
tutte
di tutti i tempi
le anime di Srebrenica

e così le nostre anime
afflitte e morte

con le anime vive
di tutti i nostri morti.

(1) Jasin la 36ma sura del Corano che spesso si recita per i morti

(Traduzione di: Nadira Šehović)

Perché ho scritto sono vivo

Perché ho scritto sono vivo
(Enrique Lihn Santiago del Cile 3/9/1929 – Santiago del Cile 10/7/1988)

                     a Cristina e Angelica

Capita che forse, in un anno di calma,
pensi: la poesia a questo mi è servita:
non ho potuto essere felice, quello mi fu negato,
però ho scritto.

Ho scritto: fui la vittima
della mendicità e dell´orgoglio mischiati
e giustiziai anche qualche lettore;
stesi la mano in porte che mai, mai ho visto;
una ragazza cadde, in un altro mondo, ai miei piedi.

Però ho scritto: avevo questa rara certezza,
l´illusione di tenere il mondo tra le mani
– che illusione perfetta! come un cristo barocco
con tutta la sua inutile crudeltà –
Ho scritto, la mia scrittura fu come erbaccia
di fiori azzimi, pur sempre fiori,
il pane quotidiano di terre incolte:
una corazza di spine e radici

Dalla vita ho preso tutte queste parole
come un bambino orpello, ciottoli vicino al fiume:
cose magiche, perfettamente inutili
però continuano a rinnovare il loro incanto.

La specie di follia per cui un vecchio
vola dietro le colombe imitandole
mi fu data per servire a qualcosa.
Mi condannai scrivendo così che tutti dubiteranno
della mia vita reale,
(giorni della mia scrittura, terreno straniero).
Tutti quelli che servirono e quelli che furono serviti
dico che passeranno perché ho scritto
e farlo significa lavorare con la morte
gomito a gomito, rubarle tanti segreti.
Alla sorgente il fiume è una vena d´acqua
– lì, per un momento, nemmeno, su questa altura –
poi, alla fine, un mare che nulla vede
di quanti stanno nuotando sbracciandosi nella vita.
Perché ho scritto sono stato l´odio imbarazzante,
ma il mare forma parte della mia stessa scrittura:
linea dell´onda dove un verso diventa schiuma
e posso reiterare la poesia.

Ero ammalato, senza posto per i dubbi
e non solo di insonnia,
anche di idee fisse che mi facevano leggere
con oscena attenzione tanti psicologi,
però ho scritto e il crimine fu minore,
l´ho scontato verso a verso fino a scriverlo,
perché tra la parola che si adatta e l´abisso
sorge un po´ di oscura intelligenza
e a questa luce molti mostri non sono giustiziati.

Perché ho scritto non rimasi nella casa della carnefice
né mi lasciai portare dall´amore di Dio
né accettai che gli uomini fossero dei
né mi feci desiderare come scrittore
né la povertà mi parve atroce
né il potere una cosa desiderabile
né mi lavai né mi sporcai le mani
né furono vergini le mie migliori amiche
né presi per amico un fariseo
né malgrado la collera
volli sbaragliare il mio nemico.

Però ho scritto e muoio per conto mio,
perché ho scritto, perché ho scritto io sono vivo.

Il cuore

Il cuore
(Maria Pawlikowska-Jasnorzewska Cracovia, Polonia 24/11/1891 – Manchester, Regno Unito 9/7/1945)

Mi è stato restituito il cuore,
dato in un abbaglio dorato…
Ora so, che non è velenoso come cicuta,
né grande, né forte come il cuore d’un destriero,
che non difende i suoi diritti un diavolo nero –
ma lo porterò ancora,
felice che me l’abbiano ridato.

Della stessa autrice: AmoreEssere un fiore?L’autunnoLa précieuseOfelia

Er callo

Er callo
(Giuseppe Gioachino Belli Roma 7/9/1791 – Roma 21/12/1863)

Uff! che bbafa d’inferno! che callaccia!
Io nun ho arzato un deto e ggià ssò stracca:
oh cche llasseme-stà! ssento una fiacca,
che nnun zò bbona de move le bbraccia.

Sto nnott’e ggiorno co li fumi in faccia,
sudanno a ggocce peggio d’una vacca;
che inzino la camiscia me s’attacca
su la pelle. Uhm, si ddura nun ze caccia.

Ho ttempo a ffamme vento cor ventajjo,
a bbeve acqua e sguazzamme a le funtane:
è ttutto peggio, perché ppoi me squajjo.

P’er maggnà, ccrederai? campo de pane.
E nnun te dico ggnente der travajjo
de ste purce, ste mosche e ste zampane.

Roma, 7 febbraio 1833

 

 

Il caldo

Uff! Che afa d’inferno! Che calura!
Non ho fatto il minimo movimento, eppure sono già stanchissima:
oh, che apatia! Sento una debolezza tale
che non posso neanche alzare le braccia.

Notte e giorno ho le caldane sul viso,
sudando a gocce peggio di una vacca,
tanto che perfino la camicia mi si attacca
alla pelle. Uhm, se dura questa situazione non se ne esce.

Tempo sprecato a farmi vento col ventaglio,
bere acqua, e sguazzare nelle fontane,
è peggio, perché poi mi squaglio.

In quanto al mangiare, ci crederai?, vivo di pane.
E non ti dico nulla del fastidio
di queste pulci, mosche e zanzare.

Dello stesso autore: Er caffettiere filosofoEr giorno der giudizzioLa creazzione der MonnoLa Messa de San LorenzoLi du’ ggener’umaniPasqua Bbefania

La medusa

La medusa
(Lucrezia Lerro n. a Omignano, SA il 6/7/1977)

Ad Agropoli la gente è pazza,
il sole dà sempre alla testa, dicevi
entrando in acqua senza voltarti.
Vieni che qui si tocca, non anneghi
non sarai mai in pericolo nel mare.
Papà io non sapevo nuotare.
Io mi vergognavo
della tua esagerata allegria.
La gente si scandalizza se piangi.
Se mi spoglio… dicevi togliendoti il costume.
Sono il loro circo migliore.
Ti guardavo nuotare,
eri il mio gigante sul mare.
Ti rimpicciolivi, cercavi
i pezzi della tua memoria.
Il costume era piccolo per te.
L’avevi comprato dall’ambulante
di Piazza Roma, erano sfortunate
le tue monetine.
Guardami, urlavi, mi vedi?
Io sono qui, nell’acqua salata
ho trovato una perla per te.
Sollevasti il trofeo senza vita.
L’avevi raccolta nell’acqua
la bella medusa innocua,
la trasparenza migliore del mondo.
Dicevi è per te, sei tu l’Imperatrice
del mio regno, è la mia storia.
Adesso la vergogna viveva
nel cuore frettoloso,
nella mia testa complicata.
Gettasti la medusa nell’acqua
dopo il rifiuto e la disobbedienza.
Per ogni lacrima trattenuta
un atomo di dolore.

Della stessa autrice: La metropoli felice