C’è un posto nel mondo

C’è un posto nel mondo
(Alda Merini Milano 21/3/1931 – Milano 1/11/2009)

C’è un posto nel mondo
dove il cuore batte forte,
dove rimani senza fiato,
per quanta emozione provi;
dove il tempo si ferma
e non hai più l’età;
quel posto è tra le tue braccia
in cui non invecchia il cuore,
mentre la mente non smette mai di sognare…
Da lì fuggir non potrò
poichè la fantasia d’incanto
risente il nostro calore
e non permetterò mai
ch’io possa rinunciare
a chi d’amor mi sa far volare.

(Da Testamento, 1988)

Della stessa autrice: A Eugenio MontaleA tutte le donneBambiniBancheBandoCavernicola come sono…Come tutti i poetiE’ piu’ facile ancoraFarfalle libereIl grembiuleIl mio primo trafugamento di madreIl regno delle donneInno alla donnaIo canto le Donne prevaricate dai brutiIo non ho bisogno di denaroLa paceLa Terra SantaLirica AnticaNatale 1989Per Giovanni FalconeProfumata e fresca è la poesiaRagazza, tu che sfiori la mia mente…Solo una mano d’angeloSono nata il 21 a PrimaveraUna volta sognai

30 luglio 1981 – 30 luglio 2015
Buon anniversario

L’attimo

L’attimo
(Karin Boye Göteborg, Svezia 26/10/1900 – Alingsås, Svezia 24/4/1941)

Nessun cielo di una notte d’estate senza respiro
giunge così profondo nell’eternità,
nessun lago, quando le nebbie si diradano,
riflette una calma simile
come l’attimo –

quando i confini della solitudine si cancellano
e gli occhi diventano trasparenti
e le voci diventano semplici come venti
e niente c’è più da nascondere.
Come posso ora aver paura?
Io non ti perderò mai.

(1935)

Della stessa autrice: Come posso dire…ConfessioneL’amazzoneSei la mia consolazione più pura

Ferie

Ferie
(Rita Dove n. ad Akron, Ohio, USA il 28/8/1952 – Premio Pulitzer per la poesia 1987)

Amo l’ora prima del decollo,
quello spazio senza tempo, senza dimora
se non i sedili grigi in vinile uniti come
bamboline di carta spiegate. Presto saremo
chiamati al gate, molto presto
ci sarà la procedura claudicante dei numeri di fila
e l’obliterazione— ma per ora
posso guardare queste sfatte unità famigliari
e quel loro tubare e bisticciare
e la dottoressina in tacchi che cerca
d’ignorare il vagito d’un lattante e la madre
del lattante esausta che aspetta d’essere chiamata prima,
mentre l’atleta, una mano mostruosa
addormentata sopra la borsa in panno, ascolta,
appostato come una foca da circo prima del tuffo.
Anche il solo esecutivo,
che s’è spinto tanto addentro quest’estate
con il suo itinerario laser e la 24-ore
che picchia le ginocchia—persino lui
ha lavorato per il gusto di portare
null’altro che un avanzo di sé stesso
in questa sala. Lui cenerà fuori, lei dormirà fino a tardi,
lasceranno che il sole li bruci felici tutto il mattino
— un po’ di speranza, un po’ di capricci
prima che l’altoparlante sfiati
e noi balziamo in piedi per diventare
il Volo 828, imbarco immediato al Gate 17.

(Trad. di Cecilia Piantanida)

Della stessa autrice: Canarino

L’istate

L’istate
(Giuseppe Gioachino Belli Roma 7/9/1791 – Roma 21/12/1863)

’Na caliggine come in cuest’istate
nu la ricorda nemmanco mi’ nonno.
Tutt’er giorno se smania, e le nottate
beato lui chi rrequia e ppijja sonno!

L’erbe, in campaggna, pareno abbrusciate:
er fiume sta cche jje se vede er fonno:
le strade sò ffornasce spalancate;
e sse diría che vvadi a ffoco er Monno.

Nun trovi antro che ccani mascilenti
sdrajati in ’gni portone e ’ggni cortile,
co la lingua de fora da li denti.

Nun piove ppiú dda la mità dd’aprile:
nun rispireno ppiú mmanco li venti…
Ah! Iddio sce scampi dar calor frebbile!

Roma, 8 febbraio 1833

L’estate

Una caligine come in quest’estate
non la ricorda neanche mio nonno.
Tutto il giorno si smania, e di notte
beato chi ha requie e prende sonno!

Le erbe in campagna sembrano bruciate:
il Tevere è così povero d’acqua che gli si vede il fondo,
le strade sono fornaci spalancate,
e si direbbe che vada a fuoco il Mondo.

Non trovi altro che cani macilenti
sdraiati in ogni portone e cortile,
con la lingua fuori dai denti.

Non piove dalla metà di aprile,
non respirano più neanche i venti…
Ah Iddio ci scampi dal calor febbrile!

Dello stesso autore: Er caffettiere filosofoEr calloEr giorno der giudizzioLa creazzione der MonnoLa Messa de San LorenzoLi du’ ggener’umaniPasqua Bbefania

Io non so più, io non voglio più

Io non so più, io non voglio più
(Marceline Desbordes-Valmore Douai, Francia 20/6/1786 – Parigi, Francia 23/7/1859)

Io non so più, io non voglio più
Non so più da dove è nata la mia collera;
ha parlato… e le sue colpe sono scomparse.
I suoi occhi imploravano, la sua bocca voleva piacere:
dove sei fuggita mia timida collera?
non lo so più.

Non voglio più guardare ciò che amo
Non appena sorride, tutti i miei pianti svaniscono.
Invano, per forza o per dolcezza suprema,
l’amore e lui, vogliono ancora che io ami;
io non voglio più.

Non so più evitarlo nella sua assenza;
tutti i miei giuramenti sono ormai superflui.
Senza tradirmi, ho sfidato la sua presenza;
ma senza morire sopportare la sua assenza
io non so più.

Della stessa autrice: Il risveglioLe rose di Saadi

Erba

Erba
(Carl Sandburg Galesburg, Illinois, USA 6/1/1878 – Flat Rock, Carolina del Nord, USA 22/7/1967 – Premio Pulitzer per la poesia 1951)

Ammucchiate tutti i corpi ad Austerlitz e a Waterloo
Seppelliteli qui e lasciatemi lavorare
Io sono l’erba; io copro tutto.

E raccoglieteli tutti a Gettysburg
E accumulateli tutti a Ypres e a Verdun.
Seppelliteli qui e lasciatemi lavorare.

Due anni, dieci anni, e i passeggeri chiederanno al conducente:
Che posto è questo?
Dove siamo ora?

Io sono l’erba.
Lasciatemi lavorare.

Dello stesso autore: La luna nuova

Bonaccia

Bonaccia
(Ernest Hemingway Oak Park, Illinois, USA 21/7/1899 – Ketchum, Idaho, USA 2/7/1961 – Premio Nobel per la letteratura 1954)

Il mare desidera scafi profondi…
Si gonfia e s’inarca.
L’elica pulsa e lo fa ribollire…
Spinge, vibra, s’avvita.
Il mare trabocca di passione,
Fluttuante, carezzevole,
Dimenando il gran ventre amoroso.
Antico e grande è il mare…
Le navi martellanti non ricambiano il suo amore.

Parigi, circa 1922

Bolle

Bolle
(Adriana Libretti n. a Milano il 20/7/1954)

letto ventoso
su cui mi sto incurvando
su cui mia madre siede
con le mani
poggiate nude
sopra le ginocchia
e le dico: "ci sei!”
e mi fa eco: "no!"

volano le lenzuola
insieme agli anni
e ti tuffi nel blu
dei miei ricordi
affluisce nel sogno
lo stornello
che cantava mio padre
di mattina

silenzio invece
dove tu che inspiri
nuotando basso
in medio al mar d’oriente
rotoli fragoroso
tra le bolle
soffiate a grappoli là
verso le nubi

volano le lenzuola
sopra il tetto
si ricompone il muro
senza crepe la
casa, le coperte
questo è tutto
quello che chiedo oggi
per domani

Ho infilato a un ramo una poesia

Ho infilato a un ramo una poesia
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Ho infilato a un ramo una poesia,
che lotta e non si lascia afferrare
dal vento.
Mi chiedi: "Sfilala, non scherzare".
La gente passa. Guarda. Si stupisce.
L’albero brandisce la poesia.
Non dobbiamo discutere. Dobbiamo proseguire.
"Ma non te la ricordi". – "E’ vero,
però domani te ne scriverò una nuova.
Vale agitarsi per simile sciocchezza!
Non pesa certo al ramo una poesia.
Te ne scriverò quante ne vorrai.
Per ogni albero – una poesia!"
Ma più avanti, come saremo?
Questo forse presto lo dimenticheremo?
No, se andando avanti diverrà difficile,
ci sovverrà di dove, in piena luce,
un albero brandisce una poesia,
e sorrideremo: "Dobbiamo proseguire".

Dello stesso autore: Al mio caneCompenso in piomboLa scuola di BeslanNon capirsi è terribileOggi io mi sento Anna FrankSempre si troverà una donnaUomini

Amore della vita

Amore della vita
(Alfonso Gatto Salerno 17/7/1909 – Capalbio, GR 8/3/1976)

Io vedo i grandi alberi della sera
che innalzano i cieli dei boulevards,
le carrozze di Roma che alle tombe
dell’Appia antica portano la luna.

Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.
Pure, lunga la via fu alla sera
di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo
alle luci sorgenti ai campanili
ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
mai più risponderà?

Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
il cielo dei boulevards
cielo chiaro di rondini!

O sera umana di noi raccolti
uomini stanchi uomini buoni,
il nostro dolce parlare
nel mondo senza paura.

Tornerà tornerà,
d’un balzo il cuore
desto
avrà parole?
Chiamerà le cose, le luci, i vivi?

I morti, i vinti, chi li desterà?

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