I mattini passano chiari

I mattini passano chiari
(Cesare Pavese Santo Stefano Belbo, CN 9/9/1908 – Torino 27/8/1950)

I mattini passano chiari
e deserti. Così i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su di noi.
è buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.

(30 marzo ’50)

Dello stesso autore: Hai un sangue, un respiroLuna d’AgostoMi strugge l’animaTi ho sempre soltanto vedutaVerrà la morte e avrà i tuoi occhiVino triste

O capitano! Mio capitano!

O capitano! Mio capitano!
(Walt Whitman West Hills, New York, USA 31/5/1819 – Camden, New Jersey, USA 26/3/1892)

O capitano! Mio capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,
La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto,
Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante,
Gli occhi seguono la solida chiglia, l’audace e altero vascello;
Ma o cuore! cuore! cuore!
O rosse gocce sanguinanti sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto morto, freddato.

O capitano! Mio capitano! àlzati e ascolta le campane; àlzati,
Svetta per te la bandiera, trilla per te la tromba, per te
I mazzi di fiori, le ghirlande coi nastri, le rive nere di folla,
Chiamano te, le masse ondeggianti, i volti fissi impazienti,
Qua capitano! padre amato!
Questo braccio sotto il tuo capo!
È un puro sogno che sul ponte
Cadesti morto, freddato.

Ma non risponde il mio capitano, immobili e bianche le sue labbra,
Mio padre non sente il mio braccio, non ha più polso e volere;
La nave è ancorata sana e salva, il viaggio è finito,
Torna dal viaggio tremendo col premio vinto la nave;
Rive esultate, e voi squillate, campane!
Io con passo angosciato cammino sul ponte
Dove è disteso il mio capitano
Caduto morto, freddato.

Dello stesso autore: Ahimè! Ah vita!ContinuitàDèiIl canto di me stesso

Ninna Nanna

  Eccidio delle Fosse Ardeatine 1944 – 2015

Ninna Nanna
(Don Giuseppe Morosini Ferentino, FR 19/3/1913 – Roma 3/4/1944)

Scritta da Don Morosini per il compagno di cella Epimenio Liberi del Partito d’Azione, poi fucilato alle Ardeatine. Il sacerdote, ucciso a Forte Bravetta, aveva saputo da Liberi che la moglie avrebbe avuto presto un altro figlio.

Sopra la cuna del bimbo adorato
Una giovine madre canta beata
Al suo pargolo biondo la Ninna Nanna
C’è un castello di fate in riva al mare
C’è un castello di Re sopra la terra
C’è una bionda regina fra le ancelle
C’è una dolce Madonna fra le stelle
Il Castello del Re è la tua cuna
E la bionda Regina è la tua mamma
Che con le fate ti ripete in coro
La più amorosa e dolce Ninna Nanna
Ninna Nanna, Ninna Nanna
Dormi tesor, dormi amor
Sopra il tuo capo c’è la Madonna
Sopra il tuo cuor c’è il mio cuor.

Passeggiata fuori porta

Passeggiata fuori porta
(Alfonso Gatto Salerno 17/7/1909 – Capalbio, GR 8/3/1976)

Non basta l’oblio,
la gassosa bevuta a mezza strada.
Nulla più che ci aggrada,
che sia blando e leggero
come lo spirito del mattino;
sempre morti tra noi,
il terrore vicino
di un’altra guerra
e la mente dubitosa
di quel che sarà poi.
senza speranze la terra.

Che diremo al bambino
se vede nella bottiglia
il celeste pensiero
d’un mare che gli somiglia?

Bastasse l’angelo arguto
a dirci che il male
è tutto là sul giornale
per chi l’ha fatto
per chi l’ha ricevuto.
Il male ci coglie d’un tratto.
Immeritata la gioia
che non sia di tutti
e i nostri lutti
che non son nostri, i pensieri…

La testa è più distratta ove più impara
a dir col passo gli stessi pensieri.

Dello stesso autore: A mio padreDomenica al crepuscoloFacciata natalizia napoletanaPer i compagni fucilati a Piazzale LoretoPoesia d’amoreQuando si nasce poeti…Sera d’estateSera d’ottobre a ViterboSorriderti…SottovoceVia Appia

Ballata della solitudine

Ballata della solitudine
(Christine de Pizan Venezia 11/9/1364 – Monastero di Poissy, Francia 1430 circa)
Rimasta vedova a venticinque anni, con tre bambini piccoli ed una madre di cui doversi occupare, costretta dalle circostanze a guidare quella che lei definiva una nave rimasta nel mare in tempesta senza capitano, Christine mutò la sua natura, da donna si trasformò in uomo, assumendo responsabilità ed obblighi considerati a quel tempo prerogativa maschile; dunque si rafforzò e cominciò a districarsi negli affari maschili, anche in cause legali, ed avviò la sua attività letteraria…
Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatta nascere maschio? Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere… (Da: www.letteraturaalfemminile.it)

Sono sola, e sola voglio rimanere.
Sono sola, mi ha lasciata il mio dolce amico;
sono sola, senza compagno né maestro,
sono sola, dolente e triste,
sono sola, a languire sofferente,
sono sola, smarrita come nessuna,
sono sola, rimasta senz’amico.

Sono sola, alla porta o alla finestra,
sono sola, nascosta in un angolo,
sono sola, mi nutro di lacrime,
sono sola, dolente o quieta,
sono sola, non c’è nulla di più triste,
sono sola, chiusa nella mia stanza,
sono sola, rimasta senz’amico.

Sono sola, dovunque e ovunque io sia;
sono sola, che io vada o che rimanga,
sono sola, più di ogni altra creatura della terra,
sono sola, abbandonata da tutti,
sono sola, più di ogni altra creatura,
sono sola, abbandonata da tutti,
sono sola, duramente umiliata,
sono sola, sovente tutta in lacrime,
sono sola, senza più amico.

Principi, iniziata è ora la mia pena:
sono sola, minacciata dal dolore,
sono sola, più nera del nero,
sono sola, senza più amico, abbandonata.

(Traduzione di Francesca Santucci)

Un altro giorno verrà

Un altro giorno verrà
(Mahmoud Darwish al-Birweh, Palestina 13/3/1941 – Houston, Texas, USA 9/8/2008)

Un altro giorno verrà, un giorno al femminile
di chiare metafore, un giorno completo
diamantino, solare, di festa nuziale,
affabile, d’ombra leggera. Nessuno avrà
desiderio di suicidarsi o morire.
E tutto, fuori del passato, sarà vero naturale
il seguito dei suoi attributi primi.
Come se il tempo riposasse in vacanza.
“Prolungami il tempo della tua splendida grazia.
Esponiti al sole dei tuoi seni di seta,
e attendi l’arrivo della lieta novella. Dopo,
cresceremo. Abbiamo un tempo ulteriore per crescere
dopo questo giorno.”
Un altro giorno verrà, un giorno al femminile,
di lirici segni, e frasi d’augurio
del colore dei lapislazzuli.
Tutto sarà femmineo fuori
del passato. L’acqua scorrerà dalle mammelle delle pietre.
Non vi sarà polvere, né aridità, né perdita.
La colomba al pomeriggio dormirà in un carro armato
abbandonato se non avrà trovato un piccolo nido
nel letto degli amanti.

Dello stesso autore: Cantando per le stradePerché mai…

Distruggono il mondo

Distruggono il mondo
(Boris Vian Ville-d’Avray, Francia 10/3/1920 – Parigi, Francia 23/6/1959)

Distruggono il mondo
in pezzettini
distruggono il mondo
a colpi di martello
ma è lo stesso per me
è proprio lo stesso
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
basta che io ami
una piuma azzurra
un sentiero di sabbia
un uccellino pauroso
basta che ami
un filo d’erba sottile
una goccia di rugiada
un grillo di bosco
massì possono distruggere il mondo
in pezzettini
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
avrò sempre un po’ d’aria
un filino di vita
nell’occhio un barbaglio di luce
e il vento tra le ortiche
e anche e anche
se mi sbattono in prigione
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
basta che io ami
questa pietra corrosa
questi ganci di ferro
dove spiccia un filo di sangue
io l’amo io l’amo
la superficie consumata del mio letto
il saccone e la lettiera
la polvere del sole
amo lo spioncino che s’apre
gli uomini che sono entrati
che avanzano che mi trascinano via
ritrovare la via del mondo
e ritrovare il colore
amo questi due lunghi travi
questa lama triangolare
questi signori vestiti di nero
mi fanno la festa e ne sono fiero
io l’amo io l’amo
questo paniere riempito di suoni
dove metterò a posto la testa
oh io l’amo per davvero
basta che io ami
un breve filo d’erba azzurra
una goccia di rugiada
un amore d’uccellino pauroso
distruggono il mondo
con i loro martelli pesanti
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza cuor mio.

Io canto le Donne prevaricate dai bruti

 Le poesie delle donne

Io canto le Donne prevaricate dai bruti
(Alda Merini Milano 21/3/1931 – Milano 1/11/2009)

Io canto le Donne prevaricate dai bruti
la loro sana bellezza, la loro ‘non follia’
il canto di Giulia io canto riversa su un letto
la cantilena dei Salmi, delle anime ‘mangiate’
il canto di Giulia aperto portava catene pesanti
la folgore di un codice umano disapprovato da Dio.
Canto quei pugni orrendi dati sui bianchi cristalli
il livido delle cosce, pugni in età adolescente
la pudicizia del grembo nudato per bramosia.
Canto la stalla ignuda entro cui è nato il ‘delitto’
la sfera di cristallo per una bocca ‘magata’.
Canto il seno di Bianca ormai reso vizzo dall’uomo
canto le sue gambe esigue divaricate sul letto
simile a un corpo d’uomo era il suo corpo salino
ma gravido di amore come in qualsiasi donna.
Canto Vita Bello che veniva aggredita dai bruti
buttata su un letticciolo, battuta con ferri pesanti
e tempeste d’insulti, io canto la sua non stagione
di donna vissuta all’ombra di questo grande sinistro
la sua patita misura, il caldo del suo grembo schiuso
canto la sua deflorazione su un letto di psichiatria,
canto il giovane imberbe che mi voleva salvare.
Canto i pungoli rostri di quegli spettrali infermieri
dove la mano dell’uomo fatta villosa e canina
sfiorava impunita le gote di delicate fanciulle
e le velate grazie toccate da mani villane.
Canto l’assurda violenza dell’ospedale del mare
dove la psichiatria giaceva in ceppi battuti
di tribunali di sogno, di tribunali sospetti.
Canto il sinistro ordine che ci imbrigliava la lingua
e un faro di marina che non conduceva ad un porto.
Canto il letto aderente che aveva lenzuola di garza
e il simbolo-dottore perennemente offeso
e il naso camuso e violente degli infermieri bastardi.
Canto la malagrazia del vento traverso una sbarra
canto la mia dimensione di donna strappata al suo unico amore
che impazzisce su un letto di verde fogliame di ortiche
canto la soluzione del tutto traverso un’unica strada
io canto il miserere di una straziante avventura
dove la mano scudiscio cercava gli inguini dolci.
Io canto l’impudicizia di quegli uomini rotti
alla lussuria del vento che violentava le donne.
Io canto i mille coltelli sul grembo di Vita Bello
calati da oscuri tendoni alla mercè di Caino
e canto il mio dolore di esser fuggita al dolore
per la menzogna di vita
per via della poesia.

(Da Testamento, 1988)

Della stessa autrice: A Eugenio MontaleA tutte le donneBambiniBancheBandoCavernicola come sono…Come tutti i poetiE’ piu’ facile ancoraFarfalle libereIl mio primo trafugamento di madreIl regno delle donneInno alla donnaIo non ho bisogno di denaroLa paceLa Terra SantaLirica AnticaNatale 1989Per Giovanni FalconeProfumata e fresca è la poesiaRagazza, tu che sfiori la mia mente…Solo una mano d’angeloSono nata il 21 a PrimaveraUna volta sognai

Prima coniugazione

 Le poesie delle donne

Prima coniugazione
(Laura Casielles n. a Pola de Siero, Spagna nel 1986)

Trovare le parole
fondamentali. Imparare
come dire perdono nella lingua di chi irrompe,
e buongiorno, e prendi
e sono venuto a conoscerti, imparare
come dire grazie nella lingua
anche di quelli che distruggono
e che anche
si disfano,
come dire
caffè, amore, patria
shalom, salam aalaikum, imparare
come si dice vieni, entra, questa è casa mia
in un Paese a sud del quale appena
restano rovine, imparare
obrigada, spasiba, imparare
quali colori non esistono nelle lingue d’Africa.
E come rispondere di sì a Pechino.
Arrivare nelle città e scoprire
i segreti del mercato,
capire,
imparare
qual è in ogni terra
l’etimologia di anima, e in che modo
salutavano la paura i miei bisnonni.

Trovare le parole fondamentali.
E poi parlare.