Dove sarà la Guglielmina?

Dove sarà la Guglielmina?
(Pablo Neruda Parral, Cile 12/7/1904 – Santiago, Cile 23/9/1973 – Premio Nobel per la letteratura 1971)

Quando mia sorella l’invitò
e andai ad aprirle la porta
entrò il sole, entrarono stelle,
entrarono due trecce di grano
e due occhi interminabili.

Io avevo quattordici anni
ed ero orgogliosamente oscuro
magrolino, snello e aggrottato
funereo e cerimonioso:
io vivevo con i ragni,
inumidito dal bosco,
conosciuto dai coleotteri
e dalle api tricolori,
io dormivo con le pernici
sprofondato sotto la menta.

Allora entrò la Guglielmina
con due bagliori azzurri
che mi trafissero i capelli
e m’inchiodarono come spade
contro i muri dell’inverno.

Tutto questo avvenne a Temuco.
Laggiù nel Sud, alla frontiera.
Sono trascorsi lenti gli anni.
Il mio cuore ha camminato
con intrasferibili scarpe,
e ho digerito le spine:
non ebbi tregua dove rimasi:
dove colpii mi colpirono
e poi e poi e poi e poi,
com’è lungo narrare le cose.

Non ho più nulla da aggiungere.
Venni a vivere in questo mondo.
Dove sarà la Guglielmina?

Dello stesso autore: Acqua sessualeDietro di me sul ramo voglio vedertiE’ il mattino pienoHo fame della tua boccaIl bacioIl figlioIl silenzioIl tuo sorrisoL’esilioLa povertàNudaOde al fiore azzurroOde al giorno feliceOde al primo giorno dell’annoPer il mio cuoreQuando il riso ritira dalla terraQui stanno il pane, il vino, la tavola, la dimoraSonetto XVIISonetto XLVIIISonetto LXVISonetto LXXXISpiego alcune coseTristissimo secoloUn giorno, uomo o donna, viandante…

La tua bocca dalle labbra d’oro

La tua bocca dalle labbra d’oro
(Paul Éluard Saint-Denis, Francia 14/12/1895 – Charenton-le-Pont, Francia 18/11/1952)

La tua bocca dalle labbra d’oro non è in me per ridere
Le tue parole d’aureola hanno un senso così perfetto
Che nelle mie notti d’anni, di gioventù e di morte
Odo la tua voce vibrare in ogni suono del mondo.

In quest’alba di seta in cui vegeta il freddo
La lussuria in pericolo rimpiange il sonno,
Nelle mani del sole tutti i corpi che si svegliano
Tremano all’idea di ritrovare il proprio cuore.

Ricordi di bosco verde, nebbia in cui m’inoltro,
Ho chiuso gli occhi su di me, sono tuo,
Tutta la mia vita ti ascolta e non posso distruggere
I terribili riposi che il tuo amore m’inventa.

Dello stesso autore: Bella e somiglianteLibertàNuschParlarePer vivere qui

Lettere d’amore mai spedite di migranti morti in mare

Lettere d’amore mai spedite di migranti morti in mare
(Anonimo)

Mio adorato amore, per favore non morire, io ce l’ho quasi fatta. Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi imbarco per l’Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l’ho fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro.
Ti amo, tuo per sempre Samir.
(Samir, giovane egiziano tra i 20 e i 25 anni arrivato cadavere a Pozzallo)

Amore mio, finalmente sono arrivato. La vita comincia adesso, spero di tornare presto per portarti con me e vivere insieme lontani dalla guerra. Ti amo.
(George, probabilmente di origine liberiana, imbarcatosi dal porto di Zuhara verso Lampedusa)

Avrei voluto stare con te. Mi raccomando non ti dimenticare di me. Ti amo tanto. Vorrei tanto che tu non ti dimenticassi di me. Stai bene amore mio. Ti amo. A ama R
(Trovato in un pacchetto di sigarette da una giornalista del New York Times)

Autunno

Autunno
(Salvatore Quasimodo Modica, RG 20/8/1901 – Napoli 14/6/1968 – Premio Nobel per la letteratura 1959)

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.

Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:

povera cosa caduta
che la terra raccoglie.

Dello stesso autore: Ai fratelli Cervi, alla loro ItaliaAlle fronde dei saliciDare e avereDolore di cose che ignoroFresca marinaI soldati piangono di notteIl falso e vero verdeLamento per il sudOra che sale il giornoPer i caduti di MarzabottoS’ode ancora il mareUomo del mio tempo

Fine delle vacanze

Fine delle vacanze
(Luciano Erba Milano 18/9/1922 – Milano 3/8/2010)

Ero uno che sollevava la pietra
affondata nell’erba tra la malva
scoprendo un mondo di radicole bianche
di città color verde pisello;
ma partite le ultime ragazze
che ancora ieri erano ferme in bicicletta
nascoste da grandi foglie di settembre
alle sbarre del passaggio a livello
mi sento io stesso quella pietra.
Anche le nuvole sono basse sui campi di tennis
e il nome dell’hotel scritto sul muro
a nere, grandi lettere Ë tutto intriso di pioggia.

Dello stesso autore: La Grande JeanneOff limits for doctor K.ScaleTsunami

Ricordo di Mary A.

Ricordo di Mary A.
(Bertolt Brecht Augusta, Germania 10/2/1898 – Berlino, Germania 14/8/1956)

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l’amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d’estate
c’era una nube ch’io mirai a lungo:
bianchissima nell’alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell’amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l’ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall’alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.

Dello stesso autore: A mia madreA quelli nati dopo di noiAria del dio della felicitàContro la seduzioneDella corruzioneGeneraleHollywoodI bambini giocano alla guerraL’analfabeta politicoL’uomo che imparaLa guerra che verràLa maschera del cattivoLe grucceLode del dubbioLode dell’imparareLode della dimenticanzaPrima vennero

Le penombre

Le penombre
(Arturo Onofri Roma 15/9/1885 – Roma 25/12/1928)

Le penombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
d’aurora nel sorriso delle labbra
e nell’ardore diafano degli occhi.
Il roseo dell’intenta anima affiora
al limite impalpabile che abbraccia
te quasi caldo petalo carnale,
e annuncia i ditirambici abbandoni
della femminea musica segreta
in balìa del volere che m’infiamma
a somigliarti in sillabe di canto.
La tua persona è immagine in silenzio
della nostra vocale ansia di cieli,
e quelle ombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
dorati, a fior degli occhi e delle labbra,
nel sogno di voler rassomigliare
alla forma che, in noi, musica vive.

(Da: Zolla ritorna cosmo)

I Pastori

I Pastori
(Gabriele D’Annunzio Pescara, 12/3/1863 – Gardone Riviera, BS 1/3/1938)

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

Dello stesso autore: Carnevale vecchio e pazzoLa pioggia nel pineto

A Eugenio Montale

A Eugenio Montale
(Alda Merini Milano 21/3/1931 – Milano 1/11/2009)

I tuoi acini d’oro, i limoni perduti
nel grembo di altre donne
che ti hanno solo sognato.
Capita anche a me, Maestro,
di aver fatto l’amore
con quelli
che non ho mai conosciuto.

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