L’uomo che impara

L’uomo che impara
(Bertolt Brecht Augusta, Germania 10/2/1898 – Berlino, Germania 14/8/1956)

Prima costruii sulla sabbia,
poi costruii sulla roccia.
Quando la roccia crollò
non ho più costruito su nulla.
Poi ancora talvolta costruivo
su sabbia e roccia, come capitava, ma
avevo imparato.

Coloro ai quali affidavo la lettera
la buttavano via.
Ma chi non curavo
me la riportava.
Allora ho imparato.

Le mie disposizioni non furono rispettate.
Quando giunsi, m’avvidi
che erano sbagliate.
Era stato fatto
quel che era giusto.
Così ho imparato.

Le cicatrici dolgono
nel tempo di gelo.
Ma spesso dico: solo la fossa
non m’insegnerà più nulla.

Dello stesso autore: A mia madreA quelli nati dopo di noiAria del dio della felicitàContro la seduzioneDella corruzioneGeneraleI bambini giocano alla guerraL’analfabeta politicoLa guerra che verràLa maschera del cattivoLe grucceLode del dubbioLode dell’imparareLode della dimenticanzaPrima vennero

Sottovoce

Sottovoce
(Alfonso Gatto Salerno 17/7/1909 – Capalbio, GR 8/3/1976)

Una sera di nuvole, di freddo
e di luce che spiega ad altro il senso
della mia vita, questo vago accordo
di memorie in sordina, sottovoce
di me, di te, poveramente assorti.

Si resta a volte soli nella veglia
di un racconto sospeso, allora soli,
ignoti l’uno all’altro, ed ora uniti
dal ricordo che un nulla ci divise.

Il rammarico punge, se mi dici:
<<bastava che quel giorno…>>, ti sorrido
con la mesta sfiducia di sapere
che mai giunsi per tempo, che geloso
di te, del tuo passato, almeno vedo
il tuo sguardo d’amore al primo incontro.

Ma forse è giusto credere che allora
tu m’avresti perduto:
come un ragazzo che si lascia indietro
nella paura d’essere felice.

(1949)

Dello stesso autore: A mio padrePer i compagni fucilati a Piazzale LoretoPoesia d’amoreQuando si nasce poeti…Sera d’ottobre a Viterbo Sorriderti…Via Appia

I miei incantesimi sono infranti

I miei incantesimi sono infranti
(Edgar Allan Poe Boston, Massachusetts, USA 19/1/1809 – Baltimora, Maryland, USA 7/10/1849)

I miei incantesimi sono infranti.
La penna mi cade, impotente, dalla mano tremante.
Se il mio libro è il tuo caro nome, per quanto mi preghi,
non posso più scrivere. Non posso pensare, né parlare,
ahimè non posso sentire più nulla,
poiché non è nemmeno un’emozione,
questo immobile arrestarsi sulla dorata
soglia del cancello spalancato dei sogni,
fissando in estasi lo splendido scorcio,
e fremendo nel vedere, a destra
e a sinistra, e per tutto il viale,
fra purpurei vapori, lontano
dove termina il panorama nient’altro che Te.

Questa mano

Questa mano
(Helle Busacca San Piero Patti, ME 21/12/1915 – Firenze 15/1/1996)

Questa mano che regge
il bicchiere di cristallo con l’orlo d’oro
in questo momento, ghiaccioli
e ambrato succo di ananas, questa
mano che ha fatto infinite cose
e inutili e inutilmente,
questa mano che era così flessibile
a tessere versi e colori
e che si è frantumato il polso
tanto esile un tempo, un nodoso groppo
ora, e lei tutta ombre e rugginose
macchie di vecchiezza, che sta scrivendo
ora, e fra poco sarà un granello
di cenere, e io che la guardo, dove sarò?

Lettere

Lettere
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Brevi erano le tue lettere, precise, tutte muscolo e nervo,
di mano più usa al compasso, alla squadra, al gesto del duro comando.
Dicevan le semplici cose con semplici nude parole;
ma due ne portavano in fine, due, sempre le stesse: “Sei mia”.
E quando ella giungeva, leggendo, al termine noto,
s’abbandonava all’indietro, vuotata del sangue, morente d‘amore.
Ombre violacee intorno alla socchiusa bocca, all’affilato naso
precipitoso palpito delle vene gonfiate alle tempie alla gola
cecità delle palpebre, tensione delle mascelle nel desiderio
faccia di donna agonizzante in estasi, tu non la vedesti,
nessuno la vide. Era sola.

Ora, ogni notte, la donna che più non vorrebbe esser viva
nel vuoto della sua casa che ha odore di cenere spenta
scioglie un pacco di lettere legato con un nastro nero.
E legge; e, giunta al termine ben noto che a ognuna è sigillo,
ancor s’abbandona all’indietro, vuotata del sangue, morente d’amore.
Così, dalla tomba, con dura predace potenza di sillabe scritte
tu l’imprigioni, o scomparso, tu la possiedi così.

Della stessa autrice: Cade la neveFontana di luceIl sole e l’ombraRitorno per un dolce Natale

L’ombra del tuo viso

L’ombra del tuo viso
(Nevio Nigro n. a Tripoli, Libia l’8/1/1930)

Nel mio pensiero
l’ombra del tuo viso.
Invisibile vento
il tuo ricordo.
Muta è la voce.
Le parole antiche.
Sulla morbida pelle
non splende più
la luna.

(da: Sogni sospesi)

Dello stesso autore: Motto

Alba

Alba
(
Giorgio Caproni Livorno 7/1/1912 – Roma 22/1/1990)

Amore mio, nei vapori di un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte,
qui, col tuo passo, già attendo la morte.

Dello stesso autore: Congedo del viaggiatore cerimoniosoFurtoIl mare brucia le maschere…IncontroLo stravoltoPensiero pioPreghieraPreghiera d’esortazione o di incoraggiamentoSei ricordo d’estateSotto le stelle

Peccato

Peccato
(Forough Farrokhzad Teheran, Iran 5/1/1935 – Tafresh, Iran 13/2/1967)

Peccai un peccato pieno di piacere,
In un abbraccio che era caldo e ardente.
Peccai tra braccia
Che erano roventi, assetate di vendetta e come ferro.

In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Guardai i suoi occhi pieni di segreti.
Ansimante, il mio cuore trasalì nel petto
Alla supplica del suo sguardo implorante.

In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Sedetti confusa accanto a lui.
Le sue labbra sulle mie labbra stillarono desiderio.
Dimenticai le pene del mio folle cuore.

Sussurrai al suo orecchio frasi d’amore:
Voglio te, o mio amato,
Voglio te, o abbraccio vivifico,
Te, o folle amato mio.

Desiderio divampò nei suoi occhi;
Vino rosso danzò nella coppa.
Ebbro, il mio corpo contro il suo corpo
Fremette nel soffice letto.

Peccai un peccato pieno di piacere,
Accanto a un corpo tremante e privo di sensi;
O Dio, io non so che feci
In quel luogo solitario, buio e silenzioso.

(Traduzione di Daniela Zini)