Ritorno per un dolce Natale

Ritorno per un dolce Natale
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Disse la madre: lasciate socchiusa la porta, ch’egli verrà.
Fu lasciata socchiusa la porta: egli entra, disceso dall’eternità.
Per strade di neve e di fango gli fu guida la stella in cammino
nei cieli sol quando rinasce, dentro una stalla, Gesù Bambino.
Riaccosta l’uscio in silenzio, appende in silenzio il gancio al mantello
(fiori e bruciacchi di schrapnell nella divisa ridotta un brandello:
ma ben calca sugli occhi l’elmetto, che la fronte non sia veduta,
e siede, al suo posto, nel cerchio della famiglia pallida e muta.
– Mamma, perché non ti vedo la veste di raso dal gaio colore?
– È in fondo all’armadio, è in fondo all’armadio:
domani la metto, mio dolce amore.
– Babbo, perché così curvo, perché tante rughe intorno ai tuoi occhi?
– Son vecchio, ormai: vecchio e stanco; ma tutto passa, se tu mi tocchi:
– Sorellina dal piede leggero, perché un nastro nero fra i riccioli biondi?
– T’inganni, ha il colore del cielo, ha il colore dei mari profondi.
Intanto, dalle campane della Messa di Mezzanotte
gigli e gigli di pace e d’amore fioriranno nella santa notte.
Ed ecco al “Gloria” drizzarsi nell’alta e sottile persona il soldato,
togliendo dal capo l’elmetto, piamente, con gesto pacato.
Scoperta arderà in mezzo alla fronte l’ampia stimmate sanguinosa:
corona di re consacrato, fiamma eterna, divina rosa.
Ma sotto il diadema del sangue egli il capo reclinerà
come chi nulla ha dato, come chi nulla avrà.

Della stessa autrice: Cade la neve

Il mago di Natale

Il mago di Natale
(Gianni Rodari Omegna, VB 23/10/1920 – Roma 14/4/1980)

S’io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l’alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all’Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po’ di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.

In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d’ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an’roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s’intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l’albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l’albero del panettone
in viale Buozzi
l’albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all’albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.

Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.

Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.

Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l’albero delle scarpe e dei cappotti.

Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.

Dello stesso autore: Filastrocca di CapodannoIl giornalistaL’anno nuovoPromemoria

Tenebra

Tenebra
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Ho fatto un sogno non soltanto sogno.
Il sole splendente s’era spento e le stelle
vagavano al buio nello spazio eterno
senza raggio né direzione; la terra gelata
girava cieca abbuiandosi nell’aria illune;
venne mattino, passò, tornò senza recare
giorno, e gli uomini, presi dal terrore
di tanta desolazione, dimenticarono
le loro passioni, i cuori agghiacciarono
pregando in se stessi per avere luce.
Si viveva tutti intorno ai bivacchi:
troni e palazzi di re coronati, capanne
e abitazioni d’ogni genere vennero bruciate
per fare luce, intere città consumate;
gli uomini si stringevano attorno ai roghi
delle case per guardarsi ancora in faccia.
Felici coloro che dimoravano nell’occhio
dei vulcani e dei loro picchi ardenti:
un’atterrita speranza era ciò che restava
al mondo. Le foreste date al fuoco,
d’ora in ora cadendo incenerite sparivano;
i tronchi crepitando si schiantavano
e spegnevano e tutto era nero. I volti umani
a quella luce disperante, se la fiamma
guizzando li colpiva, avevano un aspetto
spettrale. Qualcuno prostrato si copriva
gli occhi e piangeva; altri appoggiavano
il mento sulle mani giunte e sorridevano;
altri ancora correvano su e giù alimentando
i roghi funebri e folli d’inquietudine
guardavano in alto al cielo offuscato,
funebre ammanto di un mondo defunto,
quindi imprecando si gettavano in terra
urlando e digrignando i denti. Gli uccelli
rapaci stridevano atterriti e sbattendo
le inutili ali svolazzavano al suolo; le belve
più feroci diventavano docili e spaurite;
le vipere s’attorcigliavano e strisciavano
tra turbe di genti sibilando senza mordere:
le ammazzavano per cibo. La guerra,
per un poco cessata, riprese a saziarsi:
un pasto si pagava col sangue e ognuno
si saziava ingozzandosi al buio, torvo,
in disparte. Non era rimasto più amore:
la terra era tutta un pensiero di morte,
immediata e ingloriosa; i morsi della fame
rodevano le viscere, gli uomini morivano,
ma le ossa e le carni restavano insepolte.
Magro mangiava magro, anche i cani
assalivano i padroni; tranne uno: rimasto
fedele a un cadavere tenne a bada uccelli,
bestie e uomini digiuni presi dalla fame
finché altri morti stramazzando attrassero
le scarne mascelle; lui non cercò cibo
ma con pietoso e ininterrotto lamento,
e un acuto guaito desolato, leccando
quella mano che ormai non rispondeva
con carezze, morì. Poco a poco, la folla
perì tutta di fame. Di un’immensa città
in due sopravvissero che erano nemici:
s’incontrarono accanto alle braci morenti
di un altare dove un cumulo di sacri
oggetti era ammassato per un empio uso.
Con mani scheletrite e fredde frugarono
e raccolsero ceneri fioche, con esile fiato
vi soffiarono un alito di vita destando
una fiamma beffarda e, a quel chiarore,
alzarono gli occhi per guardarsi in viso:
si videro, gettarono un grido e morirono;
l’uno morì per l’orrore visto nell’altro,
senza sapere a chi la fame aveva scritto
sulla fronte: Demonio. Il mondo era vuoto;
prima popoloso e potente, era un grumo
senza stagioni, senza erbe alberi uomini
e vita: grumo di morte, caos di dura creta.
Fiumi, laghi, l’oceano, tutti erano quieti,
e nulla si muoveva nel silenzio degli abissi.
Navi senza equipaggio marcivano in mare,
gli alberi cadevano in pezzi, affondavano
giacendo a dormire nell’abisso senza flutti.
Le onde morte, sepolte le maree, la luna,
loro signora, già spenta, nell’aria ferma
placatisi i venti, sparite le nuvole – inutili
per essa: la Tenebra era l’Universo.

Il movimento del dare

  Giornata internazionale della solidarietà umana

Il movimento del dare
(Franco Battiato n. a Riposto, CT il 23/3/1945)
(cantano Fiorella Mannoia n. a Roma il 4/4/1954 e Franco Battiato)

Imparo dalle rose
il movimento del dare
dagli insetti come difendersi e percepire
dagli uccelli come si possa estrarre succo dalle foglie
così parlo a te
che non so chi sei

Abbiamo imparato dalle donne come illudere e conquistare
dai genitori a non rubare
dai bambini a giocare senza porsi limiti
seguendo la nostra visione del mondo

L’allegria ci passa accanto
tra assordanti rumori
abbiamo perso tempo e lacrime
e nella vita a sorridere e sopportare
nelle chiese a non pregare
nelle scuole a non comprendere
e ad ascoltare altre visioni del mondo

Giardini e notti ci attendono di nuovo
nell’anno che verrà l’oscurità non ci fa più paura ormai

Imparo dalle rose
il movimento del dare
dagli insetti come difendersi e percepire

Dello stesso autore: Povera PatriaScalo a Grado

Sento Saudade

Sento Saudade
(Clarice Lispector Čečel’nyk, Ucraina 10/12/1920 – Rio de Janeiro, Brasile 9/12/1977)

Sento saudade di tutto ciò che segnò la mia vita
Quando vedo ritratti, quando sento profumi,
quando ascolto una voce, quando mi ricordo del passato,
sento saudade…

Sento saudade de amici che non vidi mai più,
di persone con le quali non parlai più o incrociai…

Sento saudade della mia infanzia,
del mio primo amore, del mio secondo, del terzo,
del penultimo e di quelli che ancora avrò, se Dio vorrà…

Sento saudade del presente,
che non mi godei tutto,
ricordando il passato
e scommettendo sul futuro…

Sento saudade del futuro,
che se idealizzato,
probabilmente non sarà come io penso che sarà…

sento saudade di chi mi lasciò e di chi io lasciai!
de chi mi disse che sarebbe tornato
e non apparve;
di chi apparve correndo,
senza conoscermi bene,
di chi non avrò mai l’opportunità di conoscere.

Sento saudade di coloro che se ne sono andati e di chi non mi disse addio

Di quelli che non ebbero modo
di dirmi addio;
della gente che passò sul marciapiede opposto della mia vita
e che solo ne vidi un assaggio!

Sento saudade delle cose che ho avuto
e delle altre che mai ebbi
ma che volevo molto avere!

Sento saudade delle cose
che nemmeno so se sono esistite.

Sento saudade delle cose serie,
delle cose divertenti,
dei casi, delle esperienze…

Sento saudade del cagnolino che un giorno ebbi
e che me amava fedelmente, come solo i cani sono capaci di fare!

Sento saudade dei libri che lessi e che mi fecero viaggiare!

Sento saudade delle cose che ho vissuto
e delle cose che lasciai passare,
senza godermele nella totalità.

Quante volte ho voglia di incontrare non so che…
non so dove…
per riscattare qualcosa che né so cosa sia né dove la persi…

Vedo il mondo girare e penso che staranno sentendo saudade
i giapponesi, i russi,
gli italiani, gli inglesi…
ma la mia saudade,
per essere nato in Brasile,
solo parla portoghese, anche se, in fondo, possa essere poliglotta.

Inoltre, dicono che siamo abituati ad usare sempre la nostra lingua,
spontaneamente quando
siamo disperati…
per contare i soldi… fare l’amore…
dichiarare sentimenti forti…
in qualsiasi luogo del mondo stiamo.

Io credo che un semplice
"I miss you"
o giù di lì
come possiamo tradurre saudade in un’altra lingua,
non avrà mai la stessa forza e significato della nostra parolina.

Forse non esprime correttamente
l’immensa mancanza
che sentiamo delle cose
o persone care.
Ed è per questo che io ho più saudade…
Perché incontrai una parola
da usare tutte le volte
che sento questa stretta al petto,
mezzo nostalgico, mezzo piacevole,
ma che funziona meglio
di un segnale vitale
quando si vuol parlare di vita e sentimenti.

Quella è la prova inequivocabile
che siamo sensibili!
Che amiamo molto
o che abbiamo tenuto
e ci siamo lamentati delle cose buone
che abbiamo perso lungo la nostra esistenza…

Acqua sessuale

Acqua sessuale
(
Pablo Neruda Parral, Cile 12/7/1904 – Santiago, Cile 23/9/1973 – Premio Nobel per la letteratura 1971)

Rotolando a goccioloni soli,
a gocce come denti,
a densi goccioloni di marmellata e sangue,
rotolando a goccioloni,
cade l’acqua,
come una spada in gocce,
come un tagliente fiume vitreo,
cade mordendo,
scuotendo l’asse di simmetria, picchiando sulle costure dell’anima,
rompendo cose abbandonate, infradiciando il buio.

È solamente un soffio, più madido del pianto,
un liquido, un sudore, un olio senza nome,
un movimento acuto,
che diviene, si addensa,
cade l’acqua,
a goccioloni lenti,
verso il suo mare, verso il suo asciutto oceano,
verso il suo flutto senz’acqua.

Vedo l’estate distesa, e un rantolo che esce da un granaio,
cantine, cicale,
città, eccitazioni,
camere, ragazze
che dormono con le mani sul cuore,
che sognano banditi, incendi,
vedo navi,
vedo alberi col midollo
irti come gatti rabbiosi,
vedo sangue, pugnali e calze da donna,
e peli d’uomo,
vedo letti, vedo corridoi dove grida una vergine,
vedo coperte ed organi ed alberghi.

Vedo i sogni silenziosi,
accetto gli ultimi giorni
e anche le origini e anche i ricordi,
come una palpebra atrocemente alzata per forza
sto guardando.

E allora c’è questo suono:
un rumore rosso di ossa,
un incollarsi di carne
e gambe, bionde come spighe, che si allacciano.
Io ascolto in mezzo al fuoco di fila dei baci,
ascolto, turbato tra respiri e singhiozzi.

Sto guardando, ascoltando,
con metà dell’anima in mare e metà dell’anima in terra
e con le due metà guardo il mondo.

E per quanto io chiuda gli occhi e mi copra interamente il cuore,
vedo cadere un’acqua sorda,
a goccioloni sordi.
È un uragano di gelatina,
uno scroscio di sperma e di meduse.
Vedo levarsi un cupo arcobaleno.
Vedo le sue acque attraversare le ossa.

Dello stesso autore: Dietro di me sul ramo voglio vedertiHo fame della tua boccaIl bacioIl silenzioIl tuo sorrisoL’esilioLa povertàNudaOde al giorno feliceOde al primo giorno dell’annoPer il mio cuoreQuando il riso ritira dalla terraQui stanno il pane, il vino, la tavola, la dimoraSonetto XVIISonetto LXVISpiego alcune coseTristissimo secolo