Donne mie

Donne mie
(Dacia Maraini n. a Fiesole, FI 13/11/1936)

Mie donne assoggettate che io amo per somiglianza e rancore perché vi fate mettere nel sacco mille volte al giorno come sciocche sbadate buffe sordomute silenziose carnefici di voi stesse, senza sapere niente di voi.
Donne mie, senza sapere che siete malnate, malvissute, male amate in questa società di soli uomini che amano se stessi in voi, come un riflesso.
Donne mie assonnate, vigilate, vinte dall’inerzia di essere sempre impure e deboli col sangue fluido fra le gambe serrate.
Donne mie malate di essere donne, voi non sapete quanto siete malate per mancanza di orgoglio, di ricchezza, di furore, voi non volete sapere cosa volete, siete caute, incredule, forti e senza minaccia, vi accontentate di fare figli, di baciare bocche bugiarde e sessi trionfali.
Donne mie dalle dita che puzzano di aglio, donne mie dalle vene varicose, gli occhi feroci, le mani insolenti, la bocca timida, vi hanno insegnato a essere cretine, povere, dipendenti, vi hanno insegnato a dire sempre di si, con astuzia degradante, con candore massacrante, con vigore represso.
Vi hanno insegnato a lavorare, a ubbidire, a tacere, a figliare, con gioia e purezza senza acrimonia, per servire, aiutare sostenere, consolare l’uomo, sempre lui, nella sua smagliante illusione razzista.
Donne di marmo, di pece, di latte cagliato, voi lavorate ogni giorno senza stipendio per i figli, il marito, i cugini, i nipoti, i fratelli, i nonni, i padroni tutti che vi vogliono belle e pure come oggetti sociali.
Se dite di no vi sembra di fare peccato, per questo dite sempre di si, con l’animo sciolto e la testa piena di fumo amaro, dite di si e in cambio ricevete un bacio di buonanotte dal caro figlio del cuore su una guancia rugosa che sa di lardo e di acqua sporca.
Donne mie illudenti e illuse che frequentate le università liberali, imparate latino greco, storia, matematica, filosofia; nessuno però vi insegna ad essere orgogliose, sicure, feroci, impavide. A che vi serve la storia se vi insegna che il soggetto unto e bisunto dall’olio di Dio è l’uomo e la donna è l’oggetto passivo di tutti i tempi? A che vi serve il latino e il greco se poi piantate tutto in asso per andare a servire quell’unico marito adorato che ha bisogno di voi come di una mamma?
Donne mie impaurite di apparire poco femminili, subendo le minacce ricattatorie dei vostri uomini, donne che rifuggite da ogni rivendicazione per fiacchezza di cuore e stoltezza ereditaria e bontà candida e onesta. Preferirei morire piuttosto che chiedere a voce alta i vostri diritti calpestati mille volte sotto le scarpe.
Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite, sappiate che se volete diventare persone e non oggetti, dovete fare subito una guerra dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma contro voi stesse che vi cavate gli occhi con le dita per non vedere le ingiustizie che vi fanno. Una guerra grandiosa contro chi vi considera delle nemiche, delle rivali, degli oggetti altrui; contro chi vi ingiuria tutti i giorni senza neanche saperlo, contro chi vi tradisce senza volerlo, contro l’idolo donna che vi guarda seducente da una cornice di rose sfatte ogni mattina e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere, scintillanti di collane, ma prive di braccia, di gambe, di bocca, di cuore, possedendo per bagaglio solo un amore teso, lungo, abbacinato e doveroso (il dovere di amare ti fa odiare l’amore, lo so), un amore senza scelte, istintivo e brutale.
Da questo amore appiccicoso e celeste dobbiamo uscire, donne mie, stringendoci fra noi per solidarietà di intenti, libere infine di essere noi intere, forti, sicure, donne senza paura.

1974

Della stessa autrice: Le poesie delle donneNon

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