Metafisica

Metafisica
(
Alberto Caeiro eteronimo di Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

C’è abbastanza metafisica nel non pensare a niente.

Che cosa penso io del mondo?
Che ne so cosa penso del mondo!
Se mi ammalassi ci penserei.

Che idea ho delle cose?
Che opinione ho sulle cause e gli effetti?
Cosa ho meditato su Dio e l’anima
e sulla creazione del mondo?

Non lo so. Per me pensare a questo è chiudere gli occhi
e non pensare. È fare scorrere le tende
della mia finestra (ma essa non ha le tende).

Il mistero delle cose? Che ne so cosa è mistero!
L’unico mistero è che ci sia chi pensi al mistero.
Chi sta al sole e chiude gli occhi,
comincia a non sapere cosa è il sole
e a pensare a molte cose piene di calore.
Ma apre gli occhi e vede il sole
e non può più pensare a niente,
perché la luce del sole vale più dei pensieri
di tutti i filosofi e di tutti i poeti.
La luce del sole non sa cosa fa
e per questo non sbaglia ed è comune e buona.

Metafisica? Che metafisica hanno gli alberi?
Quella di essere verdi e chiomati e di avere rami
e quella di dare frutti al momento giusto, cosa che non ci fa pensare,
noi che non sappiamo accorgercene.
Ma quale metafisica meglio della loro,
che è quella di non sapere perché vivono
né sapere che non lo sanno?

"Costituzione intima delle cose"…
"Senso intimo dell’Universo"…
Tutto questo è falso, tutto questo non vuol dire niente.
È incredibile che si possa pensare a tali cose.

È lo stesso che pensare a ragioni e fini
quando l’alba sta irraggiando e dalle parti degli alberi
un vago oro puro va perdendo l’oscurità.

Pensare al senso intimo delle cose
è in più, come pensare alla salute
o portare un bicchiere all’acqua della fontana.

L’unico senso intimo delle cose
è che non hanno alcun senso intimo.

Non credo in Dio perché non l’ho mai visto.
Se egli volesse che credessi in lui,
verrebbe senza dubbio a parlarmi
e entrerebbe dalla mia porta
dicendomi: Eccomi!

(Forse ciò suona ridicolo agli orecchi
di chi, perché non sa cosa è guardare le cose,
non capisce chi ne parla
col modo di parlare che l’accorgersi di esse insegna).

Ma se Dio è i fiori e gli alberi
e i monti e il sole e il chiarore lunare,
allora credo in lui,
credo in lui ad ogni momento,
e la mia vita è tutta una preghiera e una messa,
e una comunione con gli occhi e attraverso gli orecchi.

Ma se Dio è gli alberi e i fiori
e i monti e la luce della luna e il sole,
perché lo chiamo Dio?
Lo chiamo fiori e alberi e monti e sole e chiar di luna,
perché se egli si è fatto perché io lo vedessi
sole e chiar di luna e fiori e alberi e monti,
se egli mi appare come essendo alberi e monti
e chiar di luna e sole e fiori,
vuol dire che vuole che io lo conosca
come alberi e monti e fiori e chiar di luna e sole.

E per questo io gli obbedisco,
(che altro so io di Dio che non Dio di se stesso?),
gli obbedisco nel vivere, spontaneamente,
come chi apre gli occhi e vede,
e lo chiamo chiar di luna e sole e fiori e alberi e monti,
e lo amo senza pensare a lui,
e lo penso vedendolo e sentendolo,
e sto con lui a ogni momento.

(da: Il guardiano di greggi)

Dello stesso autore: Amo tutto ciò che è statoCampana del mio villaggioGli dèi sono feliciIl ragazzo che ride nella via…Non sono nullaNon sto pensando a nienteOde alla notteSensazioneSonetto 1Voglio, avrò

Le mie lacrime…

Le mie lacrime…
(Adam Mickiewicz Zaosie, Polonia 24/12/1798 – Costantinopoli ora Istambul, Turchia 26/11/1855)

Le mie lacrime, pure, fitte, scesero
sulla mia infanzia idillica ed angelica,
sulla sciocca e superba giovinezza,
sulla mia età d’uomo, età di sconfitte,
le mie lacrime, pure, fitte, scesero.

(trad. S. Quasimodo)

Farfalle libere


Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Farfalle libere
(Alda Merini Milano 21/3/1931 – Milano 1/11/2009)

O donne povere e sole,
violentate da chi
non vi conosce.
Donne che avete mani
sull’infanzia,
esultanti segreti
d’amore tenete conto
che la vostra voracità
naturale non
sarà mai saziata.
Mangerete polvere,
cercherete d’impazzire
e non ci riuscirete,
avrete sempre il filo
della ragione che vi
taglierà in due.
Ma da queste profonde
ferite usciranno
farfalle libere.

Della stessa autrice: A tutte le donneBambiniBandoCavernicola come sono…E’ piu’ facile ancoraIl mio primo trafugamento di madreIl regno delle donneInno alla donnaIo non ho bisogno di denaroLa Terra SantaProfumata e fresca è la poesiaSolo una mano d’angeloSono nata il 21 a Primavera

Le golose

Le golose
(Guido Gozzano Torino 19/12/1883 – Torino 9/8/1916)

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine –
le dita senza guanto –
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C’è quella che s’informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L’una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

un’altra – il dolce crebbe –
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un’altra, con bell’arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!

L’una, senz’abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!

Perché non m’è concesso –
o legge inopportuna! –
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Se qualcuno ti piace

Se qualcuno ti piace
(Anna de Noailles Parigi, Francia 15/11/1876 – Parigi, Francia 30/4/1933)

Se qualcuno ti piace, non lottare, abborda
il volto nuovo dove a posarsi è andato
il sole dei tuoi occhi ingenui;
qualsiasi cosa ti attragga, il mio dolore te l’accorda.
– Ed io, da lungi, il cuore sostenuto dal tuo,
mescolando al tuo piacer la mia misericordia,
ti benedirò la fronte poggiata su nude braccia,
la fronte pugnalata che più distesa diventa,
e i baci setosi che sognano e mordono..

– Non mi lamenterò, perché li ho conosciuti.

Eleonora

Eleonora
(Hermann Hesse Calw, Germania 2/7/1877 – Montagnola, Svizzera 9/8/1962 – Premio Nobel per la letteratura 1946)

Le sere d’autunno mi ricordano di te.
Giacciono oscuri i boschi, il giorno muore
a piè dei colli in rosse gloriole.
In un villaggio vicino piange un bimbo.
A passi lenti se ne va pel bosco
a radunar le ultime foglie il vento.

Poi sale, da tempo abituata al cupo sguardo,
solitaria la falce della luna
alta nel cielo con la mezza luce
emergendo da terre sconosciute.
Percorre indifferente il suo sentiero
cingendo bosco, stagno, canne e viottolo
di smorti, malinconici bagliori.

Anche d’inverno quando le notti sono oscure
e vorticano ai vetri come in giuoco
vento e fiocchi di neve ho spesso l’impressione di vederti.
Risuona il piano, con sorriso insinuante
mi parla al cuore il tuo profondo, cupo
contralto, tu la più cruda delle donne care.

Talvolta la mia mano va alla lampada
e sulla vastità della parete si posa dolcemente la sua luce.
Cupa dalla vecchia cornice occhieggia la tua immagine
e mi ravvisa e sorride stranamente.
Ma io le mani ti bacio ed i capelli
e ripeto il tuo nome sussurrando.

Dello stesso autore: Canzone d’amoreCosì van le stelleDi notteEstateFarfalla AzzurraGradiniOcchi scuriPerché ti amoScritto sulla sabbiaTi chiesi

Chi sono?

Chi sono?
(Aldo Palazzeschi Firenze 2/2/1885 – Roma 17/8/1974)

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
«follìa».
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
«malinconia».
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
«nostalgia».
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

(Da: Poesie)

Dello stesso autore: Movimento

Ad un Papa

Ad un Papa
(Pier Paolo Pasolini Bologna 5/3/1922 – Ostia, Roma 2/11/1975)

Pochi giorni prima che tu morissi, la morte
aveva messo gli occhi su un tuo coetaneo:
a vent’anni, tu eri studente, lui manovale,
tu nobile, ricco, lui un ragazzaccio plebeo:
ma gli stessi giorni hanno dorato su voi
la vecchia Roma che stava tornando così nuova.
Ho veduto le sue spoglie, povero Zucchetto.
Girava di notte ubriaco intorno ai Mercati,
e un tram che veniva da San Paolo, l’ha travolto
e trascinato un pezzo pei binari tra i platani:
per qualche ora restò lì, sotto le ruote:
un po’ di gente si radunò intorno a guardarlo,
in silenzio: era tardi, c’erano pochi passanti.
Uno degli uomini che esistono perché esisti tu,
un vecchio poliziotto sbracato come un guappo,
a chi s’accostava troppo gridava;”Fuori dai coglioni!”
Poi venne l’automobile d’un ospedale a caricarlo:
la gente se ne andò, restò qualche brandello qua e là,
e la padrona di un bar notturno, più avanti,
che lo conosceva, disse a un nuovo venuto
che Zucchetto era andato sotto un tram, era finito.
Pochi giorni dopo finivi tu: Zucchetto era uno
della tua grande greggia romana ed umana,
un povero ubriacone, senza famiglia e senza letto,
che girava di notte, vivendo chissà come.
Tu non ne sapevi niente: come non sapevi niente
di altri mille e mille cristi come lui.
Forse io sono feroce a chiedermi per che ragione
la gente come Zucchetto fosse indegna del tuo amore.
Ci sono posti infami, dove madri e bambini
vivono in una polvere antica, in un fango d’altre epoche.
Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
in vista della bella cupola di San Pietro,
c’è uno di questi posti, il Gelsomino…
Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
Bastava soltanto un tuo gesto, una tua parola,
perché quei tuoi figli avessero una casa:
tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un’onda
immensa che si rifrange da millenni di vita
ti separava da lui, dalla sua religione:
ma nella tua religione non si parla di pietà?
Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
non fare il bene, questo significa peccare.
Quanto bene tu potevi fare! E non l’hai fatto:
non c’è stato un peccatore più grande di te.

(Da: "La religione del mio tempo", 1958)

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