Se tu fossi

Se tu fossi
(Zehor Zerari poeta algerino del ‘900)

Se tu fossi un edelweiss
Io scalerei
La montagna azzurra
Per coglierti
Se tu fossi un fiore acquatico
Io mi tufferei nelle verdi
Profondità sottomarine
Per prenderti
Se tu fossi un uccello
Io andrei
Nelle immense foreste
Per ascoltarti
Se tu fossi una stella
Io veglierei
Tutte le mie notti
Per vederti
Libertà.

(1958)

 

Piazza Alimonda

 
11° ANNIVERSARIO DELL’UCCISIONE DI CARLO GIULIANI

Piazza Alimonda
(Francesco Guccini n. a Modena il 14/6/1940)

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido d’Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l’odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini.
Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.

Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante, resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La "salvia splendens" luccica, copre un’aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita.

Chiuso per lutto (23 Maggio ’92 – 19 Luglio ’92)

 20° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI VIA D’AMELIO

Chiuso per lutto (23 Maggio ’92 – 19 Luglio ’92)
(Gesualdo Bufalino Comiso, RG 15/11/1920 – Comiso, RG 14/6/1996)

Basta così, giù il sipario, non me la sento stasera.
Si chiude. Vi rimborso il biglietto.
Lasciamo Guerrino per un bel po’,
a sbrogliarsela con le tenebre
sul ciglione dell’abisso.
Gli farà bene vegliare anche lui
in questa Notte d’Ulivi della Sicilia.
Sicilia santa, Sicilia carogna…
Sicilia Giuda, Sicilia Cristo…
Battuta, sputata, inchiodata
palme e piedi a un muro dell’Ucciardone,
fra siepi di sudari in fila
e rose di sangue marcio
e spine di sole e odori,
sull’asfalto, di zolfo e cordite…
Isola leonessa, isola iena…
Cosa di carne d’oro settanta volte lebbrosa…
No, non verrà Guerrino a salvarla
con la sua spada di latta
a cavallo di Macchiabruna…
Nessun angelo trombettiere
nel mezzogiorno del Giudizio
suonerà per la vostra pasqua,
poveri paladini in borghese,
poveri cadaveri eroi,
di cui non oso pronunziare il nome…
Non vi vedremo mai più sorridere
col telefono in una mano
e una sigaretta nell’altra,
spettinati, baffuti, ciarlieri…
Nessuna mano solleverà
la pietra dei vostri sepolcri…
Nessuna schioderà
le bare dalle maniglie di bronzo…

Forse solo la tua, bambino.

Al mio cane

Al mio cane
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Ficcando il naso nero nel vetro,
il cane aspetta, aspetta sempre qualcuno.

Infilo la mano nel suo pelo,
io pure aspetto qualcuno.

Ricordi, cane, c’è stato un tempo
quando una donna abitava qui.

E chi era essa per me?
Forse una sorella, una moglie forse,

e forse, talvolta, sembrava una figlia
a cui dovevo il mio aiuto.

Essa è lontana… Ti sei fatto zitto.
Più non ci saranno altre donne qui.

Mio bravo cane, sei bravo in tutto,
ma che peccato che tu non possa bere!

Sorriderti

Sorriderti
(Alfonso Gatto Salerno 17/7/1909 – Capalbio, GR 8/3/1976)

Sorriderti forse è morire,
porgere la parola
a quella terra leggera
alla conchiglia in rumore
al cielo della sera,
a ogni cosa che è sola
e s’ama col proprio cuore.

Non è nel cuore

Non è nel cuore
(Eugenio Finardi n. a Milano il 16/7/1952)

La prima volta che ho fatto l’amore
non è stato un granché divertente
ero teso ero spaventato
era un momento troppo importante
da troppo tempo l’aspettavo
e ora che era arrivato
non era come nelle canzoni
mi avevano imbrogliato…

Ma l’amore
non è nel cuore,
ma è riconoscersi dall’odore.
E non può esistere l’affetto
senza un minimo di rispetto
e siccome non si può farne senza
devi avere un po’ di pazienza
perché l’amore è vivere insieme
l’amore è si volersi bene
ma l’amore è fatto di gioia
ma anche di noia.

E dopo un po’ mi sono rilassato
e con l’andar del tempo
ho anche imparato
che non serve esser sempre perfetti
che di te amo anche i difetti
che mi piace svegliarmi
la mattina al tuo fianco
che di fare l’amore con te
non mi stanco
che ci vuole anche del tempo
ma lo scopo è conoscersi dentro.

E l’amore
non è nel cuore
ma è riconoscersi dall’odore.
E non può esistere l’affetto
senza un minimo di rispetto
e siccome non si può farne senza
devi avere un po’ di pazienza
perché l’amore è vivere insieme
l’amore è si volersi bene
ma l’amore è fatto di gioia
ma anche di noia.

Oggi ho litigato con la Elia
Si parlava di diritti e di doveri
Ma se ci penso nella nostra storia
fatti i conti, in fondo, siamo pari.

Sei ricordo d’estate

Sei ricordo d’estate
(
Giorgio Caproni Livorno 7/1/1912 – Roma 22/1/1990)

Sei ricordo d’estate
nella casa sorpresa quieta
presso aromatiche sere,
quando il rondone rade
il canale, e cade
strano nella frescura un suono
da sonagliere randagie
di cavalle in sudore.

(da: Come un’allegoria, 1932-35)

Spiego alcune cose

Spiego alcune cose
(
Pablo Neruda Parral, Cile 12/7/1904 – Santiago, Cile 23/9/1973 – Premio Nobel per la letteratura 1971)

VOI CHIEDERETE: e dove stanno i lillà?
E la metafisica nascosta dei papaveri?
E la pioggia che a minuti colpirà
le sue parole riempindole
di buchi e di uccelli?

Vi voglio raccontare tutto quello che mi succede.

Io vivevo in un quartiere
di Madrid, con campane,
orologi e alberi.

Da lì si vedeva
il volto asciutto della Castiglia
un corpo grande come l’oceano.
La mia casa era chiamata
la casa dei fiori, perchè da tutte le parti
divampavano gerani: era
una bella casa
con cani e bambini.
Raúl, ti ricordi?
Ti ricordi, Rafael?
Federico, ti ricordi
da sotto terra,
ti ricordi della mia casa coi balconi da dove
la luce di giugno affogava fiori nella tua bocca?
Fratello! Fratello!
Dappertutto
erano grandi voci, sale di mercanzie,
agglomerazioni di pane palpitante,
mercati del mio quartiere di Argüelles con la sua statua
come un calamaio pallido fra i merluzzi:
l’olio arrivava ai cucchiai,
il profondo battito di piedi e mani riempiva i vicoli,
i metri, i litri, essenza
acuta della vita,
pesci ammucchiati,
tessitura di tetti con un freddo sole in cui
la freccia fatica a passare,
delirante avorio delle patate,
distese infinite di pomodori fino al mare.

E una mattina tutto era in fiamme,
E una mattina i roghi
Uscivan dalla terra,
Divorando esseri,
E da allora fuoco,
Da allora polvere da sparo,
Da allora sangue.

Banditi con aerei e con mori,
Banditi con anelli e duchesse,
Banditi con neri frati benedicenti
Arrivavan dal cielo a uccidere bambini,
E per le strade il sangue dei bambini
Correva semplicemente, come sangue di bambini.

Sciacalli che lo sciacallo schiferebbe,
Sassi che il cardo secco sputerebbe dopo morsi,
Vipere che le vipere odierebbero!
Davanti a voi ho visto
Sollevarsi il sangue della Spagna
Per annegarvi in una sola onda
Di orgoglio e di coltelli!

Generali
Traditori:
Guardate la mia casa morta,
Guardata la Spagna spezzata:
Però da ogni casa morta esce metallo ardente
Invece di fiori,
Da ogni foro della Spagna
La Spagna viene fuori,
Da ogni bambino morto vien fuori un fucile con occhi,
Da ogni crimine nascono proiettili
Che un giorno troveranno il bersaglio
Del vostro cuore.

Chiederete: perché la tua poesia
Non ci parla del sogno, delle foglie,
Dei grandi vulcani del paese dove sei nato?
Venite a vedere il sangue per le strade,
Venite a vedere
Il sangue per le strade,
Venite a vedere il sangue
Per le strade!

(da: ESPAÑA EN EL CORAZÓN, 1937)

La partenza

La partenza
(Giuseppe Bonaviri Mineo, CT 11/7/1924 – Frosinone 21/3/2009)

La madre

Per te in orazione, io sono senza oblio,
qui fra ginestre il tramonto è di seta,
oscuro treno ti portò lontano. Le foglie
tessono reti d’ombre, e sàcculi.

Il figlio

L’acqua del mare è il mio cammino,
e tu non mi senti, io errante tremo.
Sarà rosso il paese sulle tegole,
e molli le balze d’erba – il rivo geme?

La madre

Qui gentile gallo canta per te, fra poco
bianca capigliatura avranno le stelle.
Mori e cristiani raccolgono timo;
molto confusa è la tua voce per me.

Il figlio

Mi langue l’occhio, madre, e a me sopra
il mare ruota senza allegrezza.
La mia mano è fronda tra
alghe – vizza, la Fenice non rinasce.

La madre

Allungo le dita per cercarti, figlio,
ma ti sento in mezzo a ritorte radici.
Nella terra dalle pietre rosse, sai,
va il carretto: tu fosti per me giglio.

Il figlio

Suonano pesci sul mio corpo, madre,
scintilla mi fu la mente che in alto
si dissolse nel boreale vento.
Attorno non ho rugiada in selva; qui è abisso.

Forse mi prende malinconia a letto…

Forse mi prende malinconia a letto…
(Dario Bellezza Roma 5/9/1944 – Roma 31/3/1996)

Forse mi prende malinconia a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s’involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.

Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s’abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c’eri.

Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza
con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.

E se l’orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.