Appena ieri

Appena ieri
(Leonardo Sinisgalli Montemurro, PZ 9/3/1908 – Roma 31/1/1981)

Tutti i fiori sono caduti dai rami
in un sol giro della ruota.
La nuova luna ci porta già
i prati secchi. E’ cambiata la scena
e noi non ci ricordiamo
che appena ieri
abbiamo creduto immutabili cielo e terra.

La luce in me

La luce in me
(Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma (Grande anima) Porbandar, India 2/10/1869 – Nuova Delhi, India 30/1/1948)

La luce che è in me splende continuamente:
Non c’è salvezza per nessuno di noi
se non nella verità e nella nonviolenza.
So che la guerra è un male, il più antico dei mali;
so anche che questo male deve scomparire.
Credo fermamente che una libertà conquistata
con lo spargimento di sangue o con la frode
non è autentica libertà.

13/9/1928

Il superstite

27 gennaio: Giornata Internazionale di Commemorazione delle Vittime dell’Olocausto

Il superstite
(Primo Levi Torino 31/7/1919 – Torino 11/4/1987)

Since then, at an uncertain hour,
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
A notte menano le mascelle
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c’è.
"Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni".

4 febbraio 1984

La verità

La verità
(
Giggi Zanazzo Roma 31/1/1860 – Roma 13/12/1911)

‘Na gavetta de granci giornalisti,
che rajeno carote a chi li paga;
‘na voja de fregasse che s’allaga;
ingiustizie e spettacoli mai visti,

deputati magnoni e pagnottisti,
fregnacce d’agguantasse co’ la draga,
ministri frammassoni e camorristi
che nun fan’altro che ingrossà la piaga.

Conocchie, preti, gente che s’addanna,
strozzini, tasse, giudici vennuti…
e in fonno er vaticano che comanna.

Er merito che more su la paja
e la grolia che ghigna a li cornuti:
ecco le condizioni de l’Itaja.

(30 marzo 1893)

Cattiveria del cuore

Cattiveria del cuore
(Gregorio Scalise n. a Catanzaro il 25/1/1939)

Se la colpa di un bosco
è la sua ombra
come non pensare che non sia
naturale la storia
che agglomera eserciti
di sentimenti
il diritto di esaminare
ricordi difficili e affollati
scorrendo lungo il profilo
della folla
quando si sgomenta il cuore,
(cattiveria del cuore
grideranno gli uccelli)
cattiveria ripeteranno i pozzi
circondati da sassi e erbe illese.
Giungono gli attori
con il colore della stessa giornata
fra terra bruciata segni del tempo
recitano la cattiveria del cuore
sono esseri — oggetto
più tremendi degli angeli
convinti del grido
della loro esistenza
da allora nessuno crede alla vita
dei poeti
la loro voce si ritrae dal confine
della pioggia
come per un esilio bianco e mai appagato
Fuori centro per analizzare
una esistenza
con angeli dalla saliva
sporca
la saggezza col suo gemito
e il suo naso
modi, scenari implosivi
la trasmissione di una dottrina
non ascoltate ragazzi
quei pensieri
che aprono la strada
verso la cattiveria del cuore.
Dove la legge rotola
come un foglio di giornale
neppure i semplici
possono entrare
diffidare di quel segno
che difficilmente
si deciderà a mutare
per battere moneta
forse occorrerà riscrivere il cielo
o prestare il volto alle ombre;
persuasione senza scampo
se nella resistenza dell’aria
il mondo decreta
la cattiveria del cuore.

Sono la fame

Sono la fame
(
Laurence Binyon Lancaster, Regno Unito 10/8/1869 – Reading, Berkshire, Regno Unito 10/3/1943)

Io scendo tra le genti come un’ombra,
io siedo accanto a ciascuno.

Nessuno mi vede, ma tutti si guardano in faccia,
e sanno ch’io sono lì.

Gli eserciti travolgono, invadono, distruggono,
con tuono di cannoni dalla terra e dall’aria.

Io sono più tremenda degli eserciti,
io sono più temuta del cannone.

Re e cancellieri danno ordini;
io non do ordini a nessuno.

Ma sono più ascoltata dei re.
Io sono il primo istinto dei viventi…

Sono la fame.

Amore dopo amore

Amore dopo amore
(Derek Walcott n. a Castries, Saint Lucia il 23/1/1930 – Premio Nobel per la letteratura 1992)

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

(da: Mappa del nuovo Mondo)

Il bambino negro non entrò nel girotondo

Il bambino negro non entrò nel girotondo
(Geraldo Bessa Victor São Paulo de Luanda, Angola il 20/1/1917 – Lisbona, Portogallo 22/4/1985)

Il bambino negro non entrò nel girotondo
dei fanciulli bianchi – i fanciulli bianchi
giocavano tutti in un vivo girotondo
di canzoni festive, e allegre risate…

Il bambino negro non entro nel girotondo.

Arrivò il vento accanto ai bambini
– e ballò con loro e con loro cantò
le canzoni e le danze delle dolci brezze
le canzoni e le danze delle aspre tempeste.

E il bambino negro non entrò nel girotondo.

Uccelli, in stormo, volarono cantando
Sulle testine belle dei bambini
E si posarono tutti intorno. Alla fine,
volarono i loro voli, cantando i loro inni…

E il bambino negro non entrò nel girotondo.

“Vieni qua, negretto, vieni a giocare”
disse uno dei bambini con la sua aria felice.
La mamma, premurosa, corse subito ai ripari;
il bambino bianco non volle più, non volle più…

E il bambino negro non entrò nel girotondo.

Il bambino negro non entrò nel girotondo
dei fanciulli bianchi. Desolato, assorto,
restò solo, fermo con lo sguardo di cieco,
restò solo, zitto con la voce di morto.

I vagabondi, al risveglio

I vagabondi, al risveglio
(James Dickey Atlanta, Georgia, USA 2/2/1923 – Columbia, Carolina del Sud, USA 19/1/1997)

I vagabondi, al risveglio,
Non sempre si ritrovano
Con l’acqua degli scoli che gli scorre sulle gambe
E il guanciale-marciapiede
Che s’indurisce quando il sonno da questo si svapora.
Di solito, lo ignorano

Ma nutrono speranze su dove stanno andando.
Prezioso è l’aprirsi degli occhi,

Come la forma che il corpo assume
Disteso nel modo in cui è caduto,
Incurante nell’afflosciarsi a terra
In preda all’alcool.
Con l’ubriachezza a fior di palpebra
Come bimbi nel sonno d’attesa del Natale,

Aspettano che la luce splenda
Ovunque essa lo decida.

Spesso li porta a osservare
Dai vetri dei quartieri ricchi,
Dove sagome di cera umanizzata
Sembrano bloccate a metà del movimento
La testa girata, e come impedite
Dai vestiti. Niente di speciale, genera

Quasi disappunto.
Sperano aspettando

Ben altro:
Nel barcollare per ore
L’altra notte, avessero potuto liberarsi
Della città, in qualsiasi modo; e
Potessero giacere, sbucati da una siepe,
In un giardino di rose, pesticciato,

Con la testa sul fianco di un bulldog,
O di un mastino, il cui respiro

Fosse come quello della terra, naturale
O di riuscire, una volta all’anno
(Una qualsiasi alba), a risvegliarsi
In una chiesa, non sull’asse-bara
Di un banco d’ultima fila, o tra stracci di caldaia,
Ma sui gradini dell’altare

Dove le candele spalancavano gli occhi
Con la loro luce onni-vedente

Mentre i vetri verdi delle invetriate
Scendono su loro come foglie sacre.
Chi altro ha per Missione l’incertezza,
Di quello che vedrà uscendo dal suo sonno
Un bimbo, un poliziotto, un’effigie?

Chi altro è morto e poi risorto?
Senza sapere mai come vi sono giunti,

Potrebbero avere camminato
Sopra l’acqua, attraverso i muri, fuori dalle tombe,
Attraverso il ‘campo del vasaio’, i fienili
I bassifondi dove i loro cuscini-pietra
Rifiutavano d’indurirsi, grazie
Alla speranza di una luce mattutina,

Con l’acqua che scorre sulle loro gambe
Più simile, di quanto non lo sia, a una coperta viva.

(Da Elmetti, Passigli, Firenze 1992)

Se…

Se…
(Rudyard Kipling Bombay, India 30/12/1865 – Londra, Regno Unito 18/1/1936 – Premio Nobel per la letteratura 1907)

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano,
e mettendo in conto anche il loro dubitare;
se riuscirai ad attendere senza stancarti nell’attesa,
se, calunniato, non perderai tempo con le calunnie,
o se, odiato, non ti farai prendere dall’odio,
senza apparir però troppo buono o troppo saggio;

se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone;
se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo,
se riuscirai ad affrontare il successo e l’insuccesso
trattando quei due impostori allo stesso modo
se riuscirai ad ascoltare la verità da espressa
distorta da furfanti per intrappolarvi gli ingenui,
o a veder crollare le cose per cui dai la tua vita
e a chinarti per rimetterle insieme con mezzi di ripiego;

se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite
e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce,
a perdere e a ricominciar tutto daccapo,
senza mai fiatare e dir nulla delle perdite;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: "tieni duro! ";

se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virtù,
o a passeggiar coi Re e non perdere il tuo fare ordinario;
se né i nemici o i cari amici riusciranno a colpirti,
se tutti contano per te, ma nessuno mai troppo;
se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e – quel che è più, tu sarai un Uomo, ragazzo mio!