Sonetto 1

Sonetto 1
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Che noi si scriva, si parli o solo si sia visti
rimaniamo evanescenti. E tutto il nostro essere
non può in parola o in volto giammai trasmutarsi.
L’anima nostra è da noi immensamente lontana:
per quanta forza si imprima in quei nostri pensieri,
mostrando l’anime nostre con far da vetrinisti,
indicibili i nostri cuori pur sempre rimangono.
Per quanto di noi si mostri continuiamo ignoti.
L’abisso tra le anime non può esser collegato
da un miraggio della vista o da un volo del pensiero.
Nel profondo di noi stessi restiamo ancora celati
quando al nostro pensiero dell’essere nostro parliamo.

Siamo i sogni di noi stessi, barlumi di anime,
e l’un per l’altro resta il sogno dell’altrui sogno.

Da: “I trantacinque sonetti”

Eternamente vivo

  Giornata Internazionale di Solidarietà per il Popolo Palestinese

Eternamente vivo
(Fadwa Tuqan Nablus, Palestina 1/3/1917 – Nablus, Palestina 12/12/2003)

Adorabile patria nostra!
Quantunque sul tuo cuore girerà nel buio
Il mulino del tormento e del dolore,
I nemici non riusciranno mai, amata patria,
a cavarti gli occhi:
non riusciranno mai!
Continuino, dunque, a soffocarci i sogni
Ed il sentimento del dolore,
a crocifiggerci la libertà di costruire e lavorare,
a rubarci le risa dei bambini,
a distruggere e a bruciare.
Ciò malgrado, dalla nostra miseria
E dal nostro gran dolore,
dal nostro sangue che macchia le pareti
e dal nostro palpitare tra vita e morte,
nascerà in
noi un’altra vita,
o profonda piaga nostra,
nostro unico amore!

Altra arte poetica

Altra arte poetica
(Franco Fortini pseudonimo di Franco Lattes – Firenze 10/9/1917 – Milano 28/11/1994)

Esiste, nella poesia, una possibilità
che, se una volta ha ferito
chi la scrive o la legge, non darà
più requie, come un motivo
semi modulato semi tradito
può tormentare una memoria. E io che scrivo
so ch’un senso diverso
che può darsi all’identico
so che qui ferma dentro il verso resta
la parola che senti o leggi
e insieme vola via
dove tu non sei più, dove neppur
pensi di poter giungere, e cominciano
altre montagne, invece, pianure ansiose, fiumi
come hai visti viaggiando dagli aerei tremanti.
Città impetuose qui, sotto le immobili
parole scritte tue.

1957

Alchimie per una donna


Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Alchimie per una donna
(Adriana Scarpa Venezia 26/3/1941 – Treviso 19/10/2005)

Io volerò attraverso la bocca della candela, indenne falena
(Sylvia Plath)

Contratte a cogliere i suoni le abbiamo lasciate
a fare e disfare su rozzi telai brandelli di vita.
Senza volto né nome
avevano cuori d’argento da appendere alle volte
di grotte scavate in anfratti
da seminare nell’alveo di fiumi asciutti come vertebre
di mastodonti in rilievo.
Furono mysterion rinchiuso tra rozze pareti, negli occhi l’arsura,
in rigidezza di membra tenevano serrate frenesie di palpiti, un fuoco che ardeva.
Le abbiamo incontrate nei tempi di radici e tesori nascosti
nei raggi argentati di ruote che incidevano dentro la terra i drammi, gli eventi
e graffiavano a unghiate di fuoco le carni.
A spaccarle, come pigne,
come frutto di cocco,
ne uscivano nettare e latte
dolcezze impensate
sotto scorza di pelle-smeriglio,
sotto grinze di ataviche pene.
Da spaccati di secoli si spande il loro lamento
che è stato fragore di vene, rito, sentenza, un codice arcano
miniato su arabeschi di vento, filigrana di Aracne in precario equilibrio.
Avevano ritmi di lune e stagioni scandite da fasi di sangue,
da ventri ingravidati e dovizia di seni.
Spaccarono i corpi su durezza di zolle, sotto il cercine, come bestie da soma,
e il riscatto
era solo un arbusto d’argento cui bruciare incensi e pietà.
Scolpite su profili di roccia
hanno avuto radici straziate, un urlo di lava saliva le visceri
da squarci il magma fluiva su sciare di morte.
Furon letto di foglie caduche, sottobosco, l’umore di terra
e rugiada nell’alba
ma anche aroma di fiori e fragranza.
Furon pane e il sapore dell’uva e la bocca che prega e lamenta
furon grappolo e spiaggia e coltello, piaghe aperte
e tradite beltà.
Le chiamarono madri, amanti, sorelle circuendo il sentire del cuore
e strapparono loro le vesti e strapparono loro le carni
anche l’anima stava inchiodata
alle quattro pareti del cielo.
Furono mani in preghiera ed occhi di veglia, ginocchia piegate
e braccia in forma di cuna a proteggere i loro tesori.
Le portarono in giro pel mondo ricamate sopra vessilli
ma avevano mani piagate e labbra di luna spaccata,
cancellato dal vento l’amore.
Parole e condanna. Silenzi e condanna.
Nei polsi l’irromper di vene e bruciava la fronte
e l’affanno frantumava i lembi del cuore.
Sin dai giorni di Eva era stato:
sul paliotto dipinte madonne
ma le ossa spezzate
l’ansia ruga sul volto.
Furon grida taglienti a salire da tetti di canne
sangue bruno a macchiare le gore e bufere
e tormenti e ferite realtà.
Sempre esposte alla folgore, al rito, alla luce radente di luna
han portato sopra le spalle, loro sì, il peso del mondo
Loro, i piedi di tutte le genti,
loro, i corpi sudati a cercarle
a squassarne le viscere, rapinarne ogni fiato.
Sono state il bottino di guerra da portare in catene sul carro
loro, schiave, le lingue tagliate,
incapaci di prendere il volo
ripiegarono le ali sul petto a proteggere vulnerabile il cuore.
Sono state sospiri e sussurri.
Loro fiaccole accese di notte
Loro, fari a risplender nel buio
e le grida dei sogni ed il vento che si è fatto carezza.
A pensarle tappezzano i muri, sono luce che splende sui vetri
si dilatano a chioma di albero, sono foglie che cantano
ed il fiore sul fragile stelo
e la forza dell’erba che sconfigge stagioni e ritorna.
Le ho incontrate nel verde dell’alga
con smeraldi negli occhi, con minuscole attinie in punta di dita.
Palpitanti.
Le ho ascoltate in notti di luna scioglier canti d’amore dolcissimi
eran l’ombra tra i tronchi degli alberi, il lucore di stella
e la voce più forte, più alta, carezzevole al lobo,
Eran mani: han posato carezze che lasciarono impronte di fuoco
e la pelle era ruvida, dura
ma struggente il gesto d’amore.
Io le ho amate ed in esse l’essenza di me donna
che nel mio tempo breve conservo memoria di quell’essere state
vene aperte, riso lieve di mandorlo, un miscuglio di insonnia e fatica,
aggrappate al bisogno di esistere
e quell’ansia di dare e donarsi
col sorriso a celare la pena.

Anche il tempo si stanca
solo il cuore resiste con le rughe fiorite
ed i gambi spinosi di rosa,
braccia aperte in segno d’accolta
e gli occhi radiosi, la notte,
della luce di lune inventate.
S’è impigliata alla chioma dell’albero come sciarpa
la nenia del canto – e resiste
di fanciulle che furono
l’alone di luce, una nota sperduta.
Le ho incontrate scolpite nel marmo, dipinte ad affresco su volte ammuffite
processione di vergini su musaici di sole.
Han lasciato un messaggio di vita,
furon madri dai fianchi larghi modellati in impasto di creta
e alchimie sono state
e il segreto per estrarre dal vile metallo lo splendore abbagliante dell’oro.
Han segnato l’aria di sguardi
e le senti ancora vagare le pupille-carezza sul corpo
e dan brividi dolci alle carni.
Son presenze nell’aria quando gonfian le nebbie
e le braccia stan lì
e le mani e le labbra di quelle che furono forme che riconosco
per questo mio essere la loro propaggine ultima
il cuore rosso-memoria delle loro storie di vita.
Solitaria coltivo giorni e cantilenando racconto
di antichi profili, di ombre che ormai hanno scordato
la legge di gravità
e tra i grandi alberi vanno fluttuando di sera.
Sono una di loro. Lentamente
le fibre del mio corpo si sfanno, come piuma rosata
sfrùscio segreta e domani qualcuno leggerà anche la mia storia
sul pentagramma del tempo immutabile.
Anche le assenze hanno respiro.
Incorruttibile il fiato.
Voce, voce di taciuti sorrisi.
E ancora giorni verranno e notti nell’arcatura del cielo.

Non nasce in un momento…

Non nasce in un momento…
(Ibn Hazm Cordova, Andalusia 7/11/994 – Huelva, Andalusia 15/8/1064)

Non nasce in un momento il vero amore,
non scintilla, a comando, la sua pietra.
Ma cresce lentamente e ti circonda
dopo lunga complicità che lo rafforza.
Col tempo, invincibile diventa:
non teme noia, non cede agli abbandoni.
Il tempo dura di un sospiro quando,
nel tempo di un sospiro ha preso vita.
Deve esser come roccia o terra dura,
che non permette al fiore di sbocciare.
Ma, se una pianta vi affonda le radici,
non morirà di pioggia a primavera.

Amici

Amici
(Vinícius de Moraes Rio de Janeiro, Brasile 19/10/1913 – Rio de Janeiro, Brasile 9/7/1980)

Ho amici che non sanno quanto sono miei amici.
Non percepiscono tutto l’amore che sento per loro né quanto siano necessari per me.
L’amicizia è un sentimento più nobile dell’amore.
Questo fa sì che il suo oggetto si divida tra altri affetti, mentre l’amore è imprescindibile dalla gelosia, che non ammette rivalità.
Potrei sopportare, anche se non senza dolore, la morte di tutti i miei amori, ma impazzirei se morissero tutti i miei amici!
Anche quelli che non capiscono quanto siano miei amici e quanto la mia vita dipenda dalla loro esistenza…
Non cerco alcuni di loro, mi basta sapere che esistono.
Questa semplice condizione mi incoraggia a proseguire la mia vita.
Ma, proprio perché non li cerco con assiduità, non posso dir loro quanto io li ami.
Loro non mi crederebbero.
Molti di loro, leggendo adesso questa "crônica" non sanno di essere inclusi nella sacra lista dei miei amici.
Ma è delizioso che io sappia e senta che li amo, anche se non lo dichiaro e non li cerco.
E a volte, quando li cerco, noto che loro non hanno la benché minima nozione di quanto mi siano necessari, di quanto siano indispensabili al mio equilibrio vitale, perché loro fanno parte del mondo che io faticosamente ho costruito, e sono divenuti i pilastri del mio incanto per la vita.
Se uno di loro morisse io diventerei storto.
Se tutti morissero io crollerei.
E’ per questo che, a loro insaputa, io prego per la loro vita.
E mi vergogno perché questa mia preghiera è in fondo rivolta al mio proprio benessere.
Essa è forse il frutto del mio egoismo.
A volte mi ritrovo a pensare intensamente a qualcuno di loro.
Quando viaggio e sono di fronte a posti meravigliosi, mi cade una lacrima perché non sono con me a condividere quel piacere…
Se qualcosa mi consuma e mi invecchia è perché la furibonda ruota della vita non mi permette di avere sempre con me, mentre parlo, mentre cammino, vivendo, tutti i miei amici, e soprattutto quelli che solo sospettano o forse non sapranno mai che sono miei amici.
Un amico non si fa, si riconosce.

È quel che è

È quel che è
(
Erich Fried Vienna, Austria 6/5/1921 – Baden-Baden, Germania 22/11/1988)

È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l’amore

È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l’amore

È ridicolo
dice l’orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore.

(da: “È quel che è”, 1988)

Se tu venissi in Autunno…

J511 (1862) / F356 (1862)
(
Emily Dickinson Amherst, USA 10/12/1830 – Amherst, USA 15/5/1886)

Se tu venissi in Autunno,
Scaccerei via l’Estate
Con metà sorriso, e metà disdegno,
Come la Massaia fa, con una Mosca.

Se potessi vederti fra un anno,
Avvolgerei i mesi in gomitoli –
E ne metterei ciascuno in un Cassetto diverso,
Per paura che i numeri si confondano –

Se soltanto Secoli, tardassero,
Li conterei sulla Mano,
Sottraendo, fino a far cadere le dita
Nella Terra di Van Diemen.

Se certa, quando questa vita fosse conclusa –
Che la tua e la mia, rimanessero –
La getterei da parte, come una Buccia,
E prenderei l’Eternità –

Ma, ora, incerta della lunghezza
Di ciò, che è frapposto,
Esso mi tormenta, come l’Ape Folletto –
Che non vuol palesare – la sua puntura.

(La "Terra di Van Diemen" è l’odierna Tasmania)

Elena di Troia balla sul bancone

Elena di Troia balla sul bancone
(Margaret Atwood n. ad Ottawa, Canada il 18/11/1939)

Il mondo è pieno di donne
pronte a dirmi che dovrei vergognarmi
se solo potessero: Smetti di ballare.
Ritrova il tuo contegno
e un lavoro normale.
Certo. E il minimo sindacale,
e le vene varicose a stare in piedi per otto ore
dietro al solito bancone di vetro
imbacuccata fino al collo, anziché
nuda come un hamburger.
A vendere guanti, o cose del genere
invece di quel che vendo io.
Ci vuole talento
a spacciare qualcosa di così nebuloso
e senza forma materiale.
Sfruttata, direbbero. Certo, senza ombra
di dubbio, ma perlomeno posso scegliere
il modo, e poi mi prendo i soldi.

Il mio è un buon rapporto qualità-prezzo.
Come i predicatori, vendo visioni,
come la pubblicità del profumo, desiderio
o il suo facsimile. Come nelle barzellette
o in guerra, è tutta questione di tempismo.
Rivendo agli uomini i loro peggiori sospetti:
che tutto abbia un prezzo,
un pezzo per volta. Mi guardano e vedono
un massacro con la motosega appena prima che avvenga,
quando coscia, culo, macchia, fessura, tetta, e capezzolo
sono ancora uniti insieme.
Quanto odio gli batte dentro,
i miei adoratori gonfi di birra! Odio, o un ebbro
disperato amore. Vedendo la fila di teste
e occhi rovesciati, imploranti
ma pronti ad azzannarmi le caviglie,
capisco i diluvi e i terremoti, e l’impulso di pestare
le formiche. Mi muovo a ritmo,
e danzo per loro, perché
non lo sanno fare. La musica ha un odore volpino,
crepita come metallo riscaldato
e brucia le narici
o afosa come l’agosto, caliginoso e languido
come una città il giorno dopo il saccheggio,
quando lo stupro è fatto,
e la carneficina,
e i sopravvissuti vanno in giro
a cercare cibo
fra i rifiuti, e c’è solo un cupo sfinimento.

A proposito, è il sorriso
che mi estenua di più.
Il sorriso, e il far finta
di non sentirli.
Non li sento, infatti, perché dopo tutto
sono straniera per loro.
La loro parlata è ispida e gutturale,
ovvia come una fetta di spalla cotta,
ma io vengo dalla provincia degli dèi
dove i significati sono lirici e obliqui.
Io non mi svelo a tutti,
se ti avvicini all’orecchio te lo sussurro:
Mia madre fu stuprata da un sacro cigno.
Ci credi? Mi puoi portare fuori a cena.
È quello che diciamo a tutti i mariti.
Davvero, ci son tanti uccelli pericolosi in giro.

Certo che qua dentro solo tu
mi puoi capire.
Gli altri vorrebbero guardare
senza sentire nulla. Ridurmi alle componenti
come in una fabbrica di orologi o un mattatoio.
Spremere fuori il mistero.
Murarmi viva
nel mio stesso corpo.
Vorrebbero leggermi dentro,
ma non c’è niente di più opaco
della trasparenza totale.
Guarda – i miei piedi nemmeno toccano il marmo!
Come fiato o aerostato, mi sollevo,
lèvito a quindici centimetri da terra
nella mia luce di fiammeggiante uovo di cigno.
Pensi che non sia una dea?
Mettimi alla prova.
È una canzone torcia* la mia.
Se mi tocchi bruci.

*”Torch song” è la definizione di certe canzoni melodiche sentimentali cantate in particolare da donne nei pianobar.

(da: Mattino nella casa bruciata, Le lettere, 2007)