Io non ho bisogno di denaro

Io non ho bisogno di denaro
(Alda Merini Milano 21/3/1931 – Milano 1/11/2009)

Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti…
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

(da: Terra d’Amore 2003)

Carme per Alda
(Anna Marinelli n. a San Giorgio Jonico, TA il 7/8/19…)

Come la rosa
così la tua Vita, Alda
si sveste di tutte le passioni
che l’hanno vestita di carne,
resta a noi un tappeto di versi
sul quale deporre un fiore per te
spogliata da ogni affanno,
da ogni pena, ora voli alta
ai confini del mondo
dove ogni follia
si copre d’innocenza..
vai…cammina su passerelle di nuvole
e bianchi destrieri s’inginocchiano davanti
a te, cavalca libera, agita verso di noi
la tua leggera mano
che solo arma di poesia impugnò
e ti rese libera
come aquila che svetta
sui crinali della illimitata fantasia.
ti chiudo le palpebre con un sorriso,
l’ultimo che posso offrirti,
amica mia, Alda.

Manifesto

Manifesto
(Ewa Lipska n. a Cracovia, Polonia l'8/10/1945)

Divinità della Terra unitevi!
Create un partito che abbia cuore e fegato,
proteggete il lattaio
che alle cinque di mattina
attraversa all'alba la nebbia
cantando canzoni di libertà.

Passi

Passi
(František Halas Brno, Repubblica Ceca 3/10/1901 – Praga, Repubblica Ceca 27/10/1949)

Passi che si spengono lontano
a chi appartenete
come vi amavamo
voi non lo sapete

Appartenete ad una donna forse
che era di noi innamorata
tremare e non riconoscere
quale sia passata

Passata e più non ritorna
è bene che sia svanita
la bramosìa non si storna
se la passione è perita

Passi che si spengono lontano
a chi appartenete
forse vi amavamo
sparite che vi perdete

CANTO XXIV – La quiete dopo la tempesta

CANTO XXIV – La quiete dopo la tempesta
(Giacomo Leopardi Recanati, MC 29/6/1798 – Napoli 14/6/1837)

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passeggier che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi, Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.

Due parole

Due parole
(Alfonsina Storni Sala Capriasca, Svizzera 29/5/1892 – Mar del Plata, Argentina 25/10/1938)

All’orecchio questa notte mi hai detto due parole
comuni. Due parole stanche
di essere dette. Parole
che da vecchie si son fatte nuove.

Due parole così dolci, che la luna che passava
filtrando tra i rami
nella mia bocca si è fermata. Due parole così dolci
che una formica mi cammina sul collo e resto immobile
non provo nemmeno a scacciarla.

Due parole così dolci
che senza volerlo esclamo: oh, che bella, la vita!
Così dolci e così mansuete
che oli profumati scorrono sul corpo.

Così dolci e così belle
che nervose, le mie dita,
si muovono verso il cielo imitando una forbice.

Vorrebbero le mie dita
tagliare stelle.

(da: Il dolce danno, 1918)

La tregua

La tregua
(Gabriella Sica n. a Viterbo il 24/10/1950)

La sera io ricevo le amiche a casa
un morbido divano il cibo e le parole.
Come stai? e tu? io sono stanca
stremata le saluto, quando le rivedrò?

(da: La famosa vita – 1986)

Krvava Bajca – “Leggenda di sangue” o, più letteralmente, “Una favola sanguinaria”

21/10/1941 – 21/10/2011
70 anni dalla Strage delle "Šumarice" – Kragujevac (Serbia)

Krvava Bajca – “Leggenda di sangue” o, più letteralmente, “Una favola sanguinaria”
(Desanka Maksimović Rabrovica, Serbia 16/5/1898 – Belgrado, Serbia 11/2/1993)

Avvenne in un paese di contadini
nella Balcania montuosa:
una compagnia di alunni
in un giorno solo morì
di morte gloriosa.

Avevano tutti la stessa età,
scorrevano uguali per tutti
i giorni di scuola, andavano alle cerimonie in compagnia,
li vaccinavano tutti
contro la stessa malattia.
Morirono tutti in una giornata sola.

Avvenne in un paese di contadini
nella Balcania montuosa:
una compagnia di alunni
in un solo giorno morì
di morte gloriosa.

Cinquantacinque minuti
prima che la morte se li portasse via
sedevano sui banchi di scuola
i ragazzi della piccola compagnia,
e con lo stesso compito assillante;
andando a piedi, quanto
impiega un viandante
e così via.

Erano pieni delle stesse cifre
i loro pensieri,
e nei quaderni, dentro la cartella,
giacevano assurdi innumerevoli
i cinque e gli zeri

Stringevano in saccoccia con ardore
una manciata di comuni sogni,
di comuni segreti
patriottici e d’amore.
E ognuno, lieto della propria aurora,
credeva di poter correre molto
tanto ancora
sotto l’azzurro tetto rotondo
fino a risolvere
tutti i compiti di questo mondo.

Avvenne in un paese di contadini
nella Balcania montuosa:
una compagnia di alunni
in un giorno solo morì
di morte gloriosa.

File intere di ragazzi
Si presero per mano
e, dall’ultima ora di scuola,
si avviarono alla fucilazione
calmi, col cuore forte,
come se nulla fosse la morte.
File intere di compagni
salirono nella stessa ora
verso l’eterna dimora.

Poesia in parti sconnesse

Poesia in parti sconnesse
(Robert Pinsky n. a Long Branch, New Jersey, USA il 20/10/1940)

A Robben Island i prigionieri politici studiavano.
Inventarono il motto Uno educhi l’altro.

In Argentina i torturatori esigevano che i prigionieri
gli dessero del «Profesor».

Molti miei amici hanno un senso di colpa, io invece
sono figlio della vergogna, l’ammetto con vergogna.

Cultura come serratura, cultura come chiave. L’immaginazione
che chiama le teste di pecore bollite «smiley».

Nel primo anno a Guantánamo, Abdul Rahim Dost
graffiò le sue poesie in pashto su bicchieri di polistirene.

«Il Sangomo dice nella nostra cultura zulù che non
veneriamo i nostri antenati, bensì li consultiamo.»

Becky è abbandonata nel 1902 e Rose muore di
parto nel 1924 e Sylvia cade nel 1951.

Ancora cade ancora muore ancora abbandonata nel 2005
ancora niente di concluso fra i discendenti.

Sostengo la Guerra, dice il comico, ma sono contrario
alle Truppe: non sopporto quei Ragazzi.

Orgogliosa dei caduti, orgogliosa del figlio bombardiere.
Vergognosa del governo. Scettica.

Quando il membro del Ku Klux Klan fu prosciolto una giurata
disse che non avrebbe potuto votare contro un uomo di chiesa.

Per chi scrivi? Scrivo per persone morte:
per Emily Dickinson, per mio nonno.

«Gli Antenati dicono che il problema con le tue Ginocchia
è cominciato nei tuoi Piedi. Forse risalirà la Schiena».

Ma poi gli americani diedero a Dost non solo carta
e penna ma anche libri. Hemingway, Dickens.

Il vecchio Egizio disse: Chiunque abbia indetto questa Assemblea,
per qualsivoglia ragione, la cosa è di per sé buona.

Oh ombre assetate che guardate l’offerta, oh terra macchiata.
Ci sono molti Sangomo falsi. Lui è vero.

I prigionieri di colore ricevevano pasti diversi e potevano portare
calzoni lunghi e mutande, i neri ricevevano solo calzoni corti.

No dice di non rimpiangere i tre anni di carcere:
senza essi non avrebbe scritto quelle poesie.

Ho una mente da villaggio. Come i greci e i troiani.
Vergogna. Orgoglio. L’importanza di avere un aspetto bello o brutto.

Ha mai visto dei prigionieri al guinzaglio? Sì,
in Afghanistan. A Guantánamo era isolato.

I nostri nemici si «sraccolgono» dice il presidente.
Non che chiunque non possa impappinarsi.

I profesores inventarono nomignoli per gli strumenti di tortura:
L’Aeroplano. La Rana. Far Ruttare Bebé.

Non che quelli che decapitano le vittime in nome
di Dio o della tradizione non scrivano anch’essi poesie.

Colpe, metafore, tradizioni. Scioperi della fame.
La cultura come pena. La cultura come fuga.

Di quale tua caratteristica potrebbero vantarsi i tuoi
figli? Cosa dirà tuo padre, giù fra le ombre?

Il Sangomo disse a Marvin, «Sei schiacciato da qualche
peso. Solo i tuoi Antenati possono aiutarti».

(da: "Gulf Music: Poems" – 2007)

Anna

Anna
(Tito Balestra Longiano, FC 25/7/1923 – Longiano, FC 19/10/1976)

Anna, ho comprato un pezzo di terra,
ho un cavallo, una frusta e sollevo la polvere
e chiamo il vicino e gli tocco la spalla
oppure un altro, un sogno più piccolo,
io e te insieme abitiamo una stanza
e abbiamo vetri contro il vento e la pioggia
e un cuscino un pò grande che basta per due,
guardami in faccia ho gli occhi castani.

(Questa poesia, tratta dalla raccolta "Quiproquò", è scritta su una mattonella marmorea sul muro della "Casa Venezia" della Corte Carlo Malatesta di Longiano ed è stata indicata da Tonino Guerra come "la più bella poesia d'amore del 900".)