Mutamenti

Mutamenti
(Roberto Pazzi n. ad Ameglia, SP il 18/8/1946)

Oggi sono quel che potrei essere,
un foglietto bianco
caduto per terra
nella sala d'attesa della stazione.
Quanto manca?
la domanda è mutata in
Quanto ho fatto?
Imito la clessidra,
so capovolgere dritto e rovescio,
vuoto e pieno,
bianco e nero,
perdo peso,
sono diventato più leggero.

Fuga

Fuga
(Carlos Drummond de Andrade Itabira, Brasile 31/10/1902 – Rio De Janeiro, Brasile 17/8/1987)

La fuga dal reale,
ancora più lontano la fuga dal fantastico,
più lontano di tutto, la fuga da se stesso,
la fuga dalla fuga, l'esilio
senza acqua e parola, la perdita
volontaria di amore e memoria,
l'eco
che non corrisponde più all'appello, e questo che si fonde,
la mano che diviene enorme e che sparisce
sfigurata, tutti i gesti insomma impossibili,
se non inutili,
l'inutilità del canto, la purezza
del colore, né un braccio che si muova né un'unghia che cresca.
Non la morte tuttavia.

Ma la vita: captata nella sua forma irriducibile,
senza più ornamento o commento melodico,
vita a cui aspiriamo come pace nella stanchezza
(non la morte),
vita minima, essenziale; un inizio; un sonno;
meno che terra, senza calore; senza scienza né ironia;
quello che si possa desiderare di meno crudele: vita
in cui l'aria, non respirata, mi avvolga;
nessuno spreco di tessuti; loro assenza;
confusione tra mattino e sera, senza più dolore,
perché il tempo non si divide più in sezioni; il tempo
eliminato, domato.
Non ciò che è morto né l'eterno o il divino,
soltanto quello che è vivo, piccolo, silenzioso, indifferente
e solitario vivo.
Questo io cerco.

Se puoi vedermi

Se puoi vedermi
(Olga Orozco Toay, La Pampa, Argentina 17/3/1920 – Buenos Aires, Argentina 15/8/1999)

Madre: è la tua creatura abbandonata che ti chiama,
che abbatte la notte con un grido e la getta ai tuoi piedi come un sipario calato
affinché tu non rimanga là, dall’altra parte,
dove riesci soltanto con le tue mani di cieca a decifrarmi
in mezzo a un muro di fantasmi fatti di cieca argilla.
Madre: neanch’io ti vedo,
perché adesso sei coperta dalle gelide ombre del tempo minore e la distanza massima,
e io non so cercarti,
forse perché non ho saputo imparare a perderti.
Ma sono qui, sul mio piedistallo spaccato dal fulmine,
divenuta statua di sabbia,
manciata di ceneri perché tu scriva su di me il segnale,
i segni mediante i quali torneremo a capirci.
Sono qui, con i piedi impigliati nelle radici del mio sangue in lutto,
senza poter andare avanti.
Allora cercami tu, in mezzo a questo bosco allucinato
dove ogni scricchiolio è il tuo gemito;
i colpi d’ala, una richiesta d’esilio che mi sfugge;
ogni cristallo di neve è un frammento della tua eternità,
e ogni bagliore il lume che accendi affinché io non mi perda nei cunicoli di questo mondo.
E tutto si confonde.
E la tua vita e la tua morte si mescolano con le mie come le maschere negli incubi.
E non so dove sei.
Invano ti invoco in nome dell’amore, della pietà o del perdono,
come chi accarezza un talismano,
una pietra che racchiude quella goccia di sangue rappreso capace di risorgere nel più impossibile dei sogni.
Niente. Solamente un artiglio di feroce tristezza che apre la tela di altri anni
per riscoprire un tavolo dove tagli il pane di ogni giorno,
una stanza dove lisci con le pazienti mani quelle grinze che mi incidono l’anima di febbre e di terrore,
un salone che a un tratto si fa bello per il rito di guardarti passare
avvolta in un alone di fiera tenerezza,
un letto in cui torni dalla morte solo per non darci troppo dolore.
No. Io non voglio guardare.
Non voglio imparare di nuovo il nome della gioia nel momento stesso in cui il suo volto è deturpato dagli enormi buchi,
né sentire che il tuo corpo ferma ancora quella disperata corrente che lo porta via,
un’altra volta ancora,
per circondarmi come fosse per sempre di conforto e d’addio.
Non voglio sentire il rumore del vetro che si infrange,
né i cani che abbaiano alle bende sinistre,
né vedere come non ci sei.
Madre, madre, chi divide il tuo sangue dal mio?,
cos’è questo che si spezza come una corda tesa che batte nelle viscere?,
che grande pianeta infausto rovescia la sua ombra sopra tutti gli anni della mia vita?
Oh, Dio! Tu eri tutto quel che sapevo di quel dimenticato paese da cui provengo,
eri come il rifugio nella lontananza,
come un battito nelle tenebre.
Dove cercare adesso la chiave sepolta dei miei giorni?
Chi interrogare sull’indecifrabile mistero delle mie ossa?
Chi mi ascolterà se tu non mi ascolti?
E nessuno mi risponde. E ho paura.
Le stesse paure di questi trent’anni.
Perché giorno dopo giorno qualcuno si maschera e gioca dentro di me alle allucinazioni e alla morte.
Io gli cammino accanto e spingo con la sua mano quest’ultima porta,
quella che la mia nascita non riuscì a chiudere
e che io stessa sorveglio vestita con un abito da sentinella funeraria.
Lo sai? Sono arrivata molto lontano questa volta.
Ma nel coro di voci che suonano come un mare sepolto
Non c’è quella voce di foglia cupa sempre lacerata dall’amore o dalla collera;
nelle processioni che improvvisamente s’accendono come lampade fulminee
non vedo illuminarsi quel colore di spuma dorata sotto il sole;
non c’è nessuna raffica che mi bruci gli occhi col tuo odore di resina;
nessun calore mi circonda con quella compassione che hai dato alle mie ossa.
Allora, dove sei?, chi ti impedisce di venire?
So che se tu potessi accarezzeresti la mia testa d’orfana.
Eppure so inoltre che non puoi essere ancora tu sola,
qualcuno che persevera nella propria memoria,
l’imbalsamata attorno alla quale girano come corvi i poveri brandelli di lutto da essa alimentati.
E se anche rispetti la tremenda condanna di non poter accorrere al mio appello,
altrove senza dubbio organizzi di nuovo la famiglia,
o metti in ordine le mie ombre,
o tagli quei rami di brina che ornano il tuo grembo per lasciarli accanto a me un giorno,
o cerchi di cucire con un filo infinito la grande ferita del mio cuore.

Il giardino dell’Amore

Il giardino dell'Amore
(William Blake Londra, Regno Unito 28/11/1757 – Londra, Regno Unito 12/8/1827)

Sono andato al Giardino dell'Amore,
E ho visto ciò che non avevo mai visto:
Una Cappella era costruita nel centro,
Nel luogo in cui io ero solito giocare sul prato.

E i cancelli di questa Cappella erano chiusi,
E "Tu non devi" era scritto sull'ingresso;
Così sono tornato al Giardino dell'Amore
Che è fecondo di così tanti e dolci fiori;

E ho visto che era pieno di tombe,
E pietre sepolcrali dove avrebbero dovuto esseci fiori,
E Preti in vesti nere vi giravano attorno,
E incatenavano con rovi le mie gioie e i miei desideri.

Ballata

Ballata
(
Ernesto Ragazzoni Orta, NO 8/1/1870 – Torino 5/1/1920)

Se ne vedono pel mondo
che son osti… cavadenti
boja, eccetera… o, secondo
le fortune, grandorienti;
c'è chi taglia e cuce brache,
chi leoni addestra in gabbia,
chi va in cerca di lumache,
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
io fo buchi nella sabbia.

I poeti, anime elette,
riman laudi e piagnistei
per l'amore di Giuliette
di cui mai sono i Romei;
i fedeli questurini
metton argini alla rabbia
dei colpevoli assassini;
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
io fo buchi nella sabbia.

Sento intorno susurrarmi
che ci sono altri mestieri…..
bravi; a voi! scolpite marmi,
combattete il beri-beri,
allevate ostriche a Chioggia,
filugelli in Cadenabbia
fabbricate parapioggia,
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
io fo buchi nella sabbia.

O cogliete la cicoria
od allori. A voi! Dio v'abbia
tutti e quanti in pace, in gloria!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
io fo buchi nella sabbia.

(da: "Buchi nella sabbia e pagine invisibili")

X agosto

X agosto
(
Giovanni Pascoli San Mauro di Romagna, FC 31/12/1855 – Bologna 6/4/1912)

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
Oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

(da: "Myricae, Elegie" 1891)

Scritto sulla sabbia

Scritto sulla sabbia
(Hermann Hesse Calw, Germania 2/7/1877 – Montagnola, Svizzera 9/8/1962 – Premio Nobel per la letteratura 1946)

Che il bello e l’incantevole
Siano solo un soffio e un brivido,
che il magnifico entusiasmante
amabile non duri:
nube, fiore, bolla di sapone,
fuoco d’artificio e riso di bambino,
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
e tante altre fantastiche cose,
che esse appena scoperte svaniscano,
solo il tempo di un momento
solo un aroma, un respiro di vento,
ahimè lo sappiamo con tristezza.
E ciò che dura e resta fisso
non ci è così intimamente caro:
pietra preziosa con gelido fuoco,
barra d’oro di pesante splendore;
le stelle stesse, innumerabili,
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi
– effimeri -, non raggiungono il fondo dell’anima.
No, il bello più profondo e degno dell’amore
pare incline a corrompersi,
è sempre vicino a morire,
e la cosa più bella, le note musicali,
che nel nascere già fuggono e trascorrono,
sono solo soffi, correnti, fughe
circondate d’aliti sommessi di tristezza
perché nemmeno quanto dura un battito del cuore
si lasciano costringere, tenere;
nota dopo nota, appena battuta
già svanisce e se ne va.

Così il nostro cuore è consacrato
con fraterna fedeltà
a tutto ciò che fugge
e scorre,
alla vita,
non a ciò che è saldo e capace di durare.
Presto ci stanca ciò che permane,
rocce di un mondo di stelle e gioielli,
noi anime-bolle-di-vento-e-sapone
sospinte in eterno mutare.
Spose di un tempo, senza durata,
per cui la rugiada su un petalo di rosa,
per cui un battito d’ali d’uccello
il morire di un gioco di nuvole,
scintillio di neve, arcobaleno,
farfalla, già volati via,
per cui lo squillare di una risata,
che nel passare ci sfiora appena,
può voler dire festa o portare dolore.
Amiamo ciò che ci somiglia,
e comprendiamo
ciò che il vento ha scritto
sulla sabbia.

(da: "La felicità, versi e pensieri")

Lu Trenu di lu suli

Lu Trenu di lu suli
(Ignazio Buttitta Bagheria, PA 19/9/1899 – Bagheria, PA 5/4/1997)
55° anniversario del disastro di Marcinelle

1.Turi Scordu, surfararu,
abitanti a Mazzarinu;
cu lu Trenu di lu suli
s’avvintura a lu distinu.

2. Chi faceva a Mazzarinu
si travagghiu nun ci nn’era?
fici sciopiru na vota
e lu misiru ngalera.

3. Una tana la sò casa,
quattru ossa la muggheri;
e la fami lu circava
cu li carti di l’usceri.

4. Sette figghi e la muggheri,
ottu vucchi ed ottu panzi,
e lu cori un camiuni
carricatu di dugghianzi.

5. Nni lu Belgiu, nveci,
ora travagghiava jornu e notti;
a la mogghi ci scriveva:
nun manciati favi cotti.

6. Cu li sordi chi ricivi
compra roba e li linzola,
e li scarpi pi li figghi
pi putiri jri a scola.

7. Li mineri di lu Belgiu,
li mineri di carbuni:
sunnu niri niri niri
comu sangu di draguni.

8. Turi Scordu, un pezzu d’omu,
a la sira dormi sulu;
ntra lu lettu a pedi fora
smaniava comu un mulu.

9. Cu li fimmini ntintava;
ma essennu analfabeta,
nun aveva pi ncantarli
li paroli di pueta.

10. E faceva pinitenza
Turi Scordu nni lu Belgiu:
senza tònaca e né mitra
ci pareva un sacrilegiu.

11. Certi voti lu pinseri
lu purtava ntra la tana,
e lu cori ci sunava
a martoriu la campana.

12. Ca si c’era la minestra
di patati e di fasoli,
nni dda tana c’era festa
pi la mogghi e li figghioli.

13. Comu arvulu scippatu
senza radichi e né fogghi,
si sinteva Turi Scordu
quannu penza figghi e mogghi.

14. Doppu un annu di patiri
finalmenti si dicisi:
«Mogghi mia, pigghia la roba,
venitinni a stu paisi».

15. E parteru matri e figghi,
salutaru Mazzarinu;
li parenti pi d’appressu
ci facevanu fistinu.

16. Na valiggia di cartuni
cu la corda pi traversu;
nni lu pettu lu nutricu
chi sucava a tempu persu.

17. Pi davanti la cuvata
di li zingari camina:
trusci e sacchi nni li manu,
muntarozzi fini la schina.

18. La cuvata cu la ciocca
quannu fu supra lu trenu,
nun sapeva s’era ncelu…
si tuccavà lu tirrenu.

19. Lu paisi di luntanu
ora acchiana e ora scinni;
e lu trenu ca vulava
senza ali e senza pinni.

20. Ogni tantu si firmava
pi nfurnari passaggeri:
emigranti surfarara,
figghi, patri e li muggheri.

21. Patri e matri si prisentanu,
li fa amici la svintura:
l’emigranti na famigghia
fannu dintra la vittura.

22. «Lu me nomu? Rosa Scordu».
«Lu paisi? Mazzarinu».
«Unni jiti ?». «Unni jiamu?
Unni voli lu distinu!».

23. Quantu cosi si cuntaru!
ca li poviri, si sapi,
hanno guai a miliuna:
muzzicati di li lapi!

24. Quannu vinni la nuttata
doppu Villa San Giuvanni
una radiu tascabili
addiverti nichi e granni.

25. Tutti sentinu la radiu,
l’havi nmanu n’emigranti;
li carusi un hannu sonnu,
fannu l’occhi granni tanti.

26. Rosa Scordu ascuta e penza,
cu lusapi chi va a trova…
n’àtra genti e nazioni,
una storia tutta nova.

27. E si strinci pi difisa
lu nutricu nsunnacchiatu
mentri l’occhi teni ncoddu
di li figghi a lu sò latu.

28. E la radiu tascabili
sona musica di ballu;
un discursu di ministru;
un minutu d’intervallu.

29. Poi detti li nutizii,
era quasi menzannotti:
sunnu l’ultimi nutizii
li nutizii di la notti.
La radio trasmette:
«Ultime notizie della notte.
Una grave sciagura si è verificata
in Belgio nel distretto minerario
di Charleroi.
Per cause non ancora note
una esplosione ha sconvolto
uno dei livelli della
miniera di Marcinelle.
Il numero delle vittime è
assai elevato ».

30. Ci fu un lampu di spaventu
chi siccò lu ciatu a tutti;
Rosa Scordu sbarra l’occhi,
focu e lacrimi s’agghiutti.
La radio continua a trasmettere:
«I primi cadaveri riportati
alla superficie dalle squadre di soccorso
appartengono a nostri connazionali
emigrati dalla Sicilia.
Ecco il primo elenco
delle vittime.
Natale Fatta, di Riesi provincia di Caltanissetta
Francesco Tilotta, di Villarosa provincia di Enna
Alfio Calabrò, di Agrigento
Salvatore Scordu… ».

31. Un trimotu: «Me maritu!
me maritu!» grida e chianci,
e li vuci sangu e focu
dintra l’occhi comu lanci.

32. Cu na manti e centu vucchi,
addumata comu torcia,
si lamenta e l’ugna affunna
ntra li carni e si li scorcia.

33. L’àutra manu strinci e ammacca
1u nutricu stramurtutu,
ca si torci mentri chianci
affucatu e senza aiutu.

34. E li figghi? cu capisci,
cu capisci e cu un capisci,
annigati nmenzu a l’unni
di ddu mari senza pisci.

35. Rosa Scordu, svinturata,
nun è fimmina e né matri,
e li figghi sunnu orfani
di la matri e di lu patri.

36. Misi attornu l’emigranti
ca nun sannu zoccu fari;
sunnu puru nmenzu a l’unni:
stracinati di ddu mari.

37. Va lu trenu nni la notti,
chi nuttata longa e scura:
non ci fu lu funirali,
è na fossa la vittura.

38. Turi Scordu a la finestra,
a lu vitru mpiccicatu,
senza occhi, senza vucca:
è un schelitru abbruciatu.

39. L’arba vinci senza lustru,
Turi Scordu ddà ristava:
Rosa Scordu lu strinceva
nni li vrazza, e s’abbruciava.

Lu Trenu di lu suli
cantata da Nonò Salamone

Il Treno del sole

1. Turi Scordu, zolfataro,
abitante a Mazzarino,
con il Treno del sole
si avventura al suo destino.

2. Che faceva a Mazzarino
se lavoro non ce n’era?
fece sciopero una volta
e lo misero in galera.

3. Una tana la sua casa,
sua moglie quattro ossa,
e la fame lo cercava
con le carte dell’usciere.

4. Sette figli e la moglie,
tto bocche e otto pance
e un camion per cuore
caricato di doglianze.

5. Nel Belgio, invece, ora
lavorava giorno e notte;
alla moglie scriveva:
non mangiate fave cotte.

6. Con i soldi che ricevi
compra roba e le lenzuola
e le scarpe per i figli
per potere andare a scuola.

7. Nel Belgio, le miniere,
le miniere di carbone:
sono nere nere nere
come sangue di dragone.

8. Turi Scordu, un pezzo d’uomo,
quand’è sera dorme solo;
dentro il letto, e i piedi in fuori,
smaniava come un mulo.

9. Con le donne ci tentava;
ma essendo analfabeta
incantarle non sapeva
con le parole di poeta.

10. E faceva penitenza,
Turi Scordu, Il nel Belgio:
senza tonaca né mitra
gli pareva un sacrilegio.

11. Il pensiero, certe volte,
lo portava nella tana,
e il cuore gli sonava
a mortorio la campana.

12. Che se c’era la minestra
di patate e di fagiuoli,
nella tana c’era festa
per la moglie e i figliuoli.

13. Come albero strappato
senza foglie né radici,
si sentiva Turi Scordu
quando pensa figli e moglie.

14. Dopo un anno di patire
finalmente si decise:
«Moglie mia, piglia la roba,
vieni tu in questo paese».

15. E partirono madre e figli
salutando Mazzarino;
i parenti per d’appresso
gli facevano festino.

16. Di cartone la valigia
con la corda per traverso;
il lattante sopra il seno
che succhiava a tempo perso.

17. Lei davanti, e la covata
degli zingari la segue:
con fagotti e sacchi in mano,
montarozzi sulla schiena.

18. La covata con la chioccia
quando fu sopra il treno,
non sapeva s’era in cielo…
e nemmeno sulla terra.

19. Il paese da lontano
ora sale ed ora scende;
e il treno che volava
senza ali e senza penne.

20. Ogni tanto si fermava
nfornando passeggeri:
emigranti zolfatari,
figli e padri con le mogli.

21. Padri e madri si presentano,
li fa amici la sventura:
gli emigranti una famiglia
fanno dentro la vettura.

22. «Il mio nome? Rosa Scordu».
«Il paese? Mazzarino».
«Dove andate ?». «Dove andiamo?
Dove vuole il destino».

23. Quante cose si dicevano!
perché i poveri, si sa,
hanno milioni di guai:
morsicati dalle api!

24. Quando venne la nottata
dopo Villa San Giovanni
una radio tascabile
grandi e piccoli diverte.

25. Tutti sentono la radio,
l’ha in mano un emigrante;
i bambini senza sonno
fanno gli occhi grandi tanto.

26. Rosa Scordu ascolta e pensa,
arrivando; cosa trova…
altra gente e nazione,
una storia tutta nuoVa.

27. E si stringe per difesa
il lattante insonnolito
non lasciando di guardare
gli altri figli a lei accanto.

28. E la radio tascabile
suona musica da ballo;
un discorso di ministro;
un minuto d’intervallo.

29. Poi diede le notizie,
era quasi mezzanotte:
sono le ultime notizie
le notizie della notte.
La radio trasmette:
«Ultime notizie della notte.
Una grave sciagura si è verificata
in Belgio nel distretto minerario
di Charleroi.
Per cause non ancora note
una esplosione ha sconvolto
uno dei livelli della
miniera di Marcinelle.
Il numero delle vittime è
assai elevato».

30. Vi fu un lampo di spavento
che seccò il fiato a tutti;
Rosa Scordu sbarra gli occhi
fuoco e lacrime inghiotte.
La radio continua a trasmettere:
«I primi cadaveri riportati
alla superficie dalle squadre di soccorso
appartengono a nostri
connazionali emigrati
dalla Sicilia.
Ecco il primo elenco
delle vittime.
Natale Fatta, di Riesi provincia di Caltanissetta
Francesco Tilotta, di Villarosa provincia di Enna
Alfio Calabrò, di Agrigento
Salvatore Scordu…».

31. Un terremoto: «Mio marito!
mio marito!» grida e piange,
e le voci sangue e fuoco
come lance dentro gli occhi.

32. Una mano e cento bocche,
mentre brucia come torcia,
si lamenta e l’unghie affonda
scorticandosi le carni.

33. L’altra mano stringe e ammacca
il lattante tramortito,
che si torce mentre piange
affogato e senza aiuto.

34. E i figli? chi capisce,
chi capisce e non capisce,
annegati in mezzo a l’onde
di quel mare senza pesci.

35. Rosa Scordu, sventurata,
non è donna e non è madre,
e i figli sono orfani
sia di madre che di padre.

36. Stanno intorno gli emigranti
e non sanno cosa fare;
pure loro in mezzo a l’onde:
trascinati da quel mare!

37. Va il treno nella notte,
che nottata lunga e scura:
non ci fu il funerale,
è una fossa la vettura.

38. Turi Scordu alla finestra,
sopra il vetro appiccicato,
senza occhi, senza bocca
è uno scheletro bruciato.

39. L’alba venne senza luce,
Turi Scordu là restava:
Rosa Scordu lo stringeva
nelle braccia, e si bruciava.