L’onestà de mi’ nonna

L’onestà de mi’ nonna
(
Trilussa pseudonimo di Carlo Alberto Salustri Roma 26/10/1871 – Roma 21/12/1950)

Quanno che nonna mia pijò marito
nun fece mica come tante e tante
che doppo un po’ se troveno l’amante…
Lei, in cinquant’anni, nu’ l’ha mai tradito!

Dice che un giorno un vecchio impreciuttito
che je voleva fa’ lo spasimante
je disse: – V’arigalo ‘sto brillante
se venite a pijavvelo in un sito. –

Un’antra, ar posto suo, come succede,
j’avrebbe detto subbito: – So’ pronta. –
Ma nonna, ch’era onesta, nun ciagnede;

anzi je disse: – Stattene lontano… –
Tanto ch’adesso, quanno l’aricconta,
ancora ce se mozzica le mano!

(Da: "I sonetti")

Traduzione

Quando mia nonna prese marito
non fece mica come tante e tante
che dopo un po’ si trovano l’amante…
Lei, in cinquant’anni, non l’ha mai tradito!

Dice che un giorno un vecchio ben vestito
che voleva fare lo spasimante
le disse – Vi regalo questo brillante
se venite a prendervelo in un sito. –

Un’altra, al posto suo, come succede,
gli avrebbe detto subito: – Sono pronta. –
Ma nonna, che era onesta, non ci andò;

anzi gli disse: – Stattene lontano… –
Tanto che adesso, quando lo racconta,
ancora si morde le mani!

Spiegami, Amore

Spiegami, Amore
(Ingeborg Bachmann Klagenfurt, Austria 25/6/1926 – Roma 17/10/1973)

Il tuo cappello si alza leggero, saluta, si agita nel vento,
il tuo capo scoperto fa innamorare le nuvole,
il tuo cuore ha da fare altrove,
la tua bocca si arricchisce di nuovi idiomi,
l’erba tremolina riempie i campi,
l’estate accende e spegne il tarassaco,
e tu, accecata dai fiocchi, sollevi il viso,
ridi e piangi e ti distruggi,
cosa può succederti di più –

Spiegami, Amore!

Il pavone fa la ruota in un festoso stupore,
la colomba rialza il suo bavero di penne,
l’aria si distende piena di richiami,
il maschio dell’anitra stride, tutto il paese
attinge miele selvatico, e anche nel semplice parco
le aiuole sono orlate di polvere d’oro.

Il pesce arrossisce, supera il suo banco
e sfreccia tra grotte fino a un letto di coralli.
Musica di sabbia argentea fa danzare lo scorpione,
la blatta dall’odorato fine fiuta la Magnifica;
se io avessi questo suo senso, sentirei
che sotto la sua corazza risplendono ali
e andrei verso il più distante cespo di fragole!

Spiegami, Amore!

L’acqua sa parlare,
le onde si prendono per mano,
nei campi l’uva si gonfia, scoppia e cade.
E con quanta fiducia la chiocciola esce di casa!

Ogni pietra è in grado di ammorbidire un’altra pietra!

Spiegami, Amore, ciò che io spiegare non so:
dovrei superare questo breve, terribile frangente
piena solo di pensieri e, solitaria,
non conoscere né fare nulla di amorevole?
Non si nota l’assenza di chi troppo pensa?

Tu dici: chi pensa è pieno di altro spirito…
Non dir nulla. Vedo la salamandra
che va attraverso tutte le fiamme.
Non ha terrore e non prova dolore.

Lamento in morte di Carlo Giuliani

Lamento in morte di Carlo Giuliani
(Nichi Vendola n. a Bari il 26/8/1958)

Lascia ch’io pianga muto
senza quel tuo limone
limone asfalto e sputo
astio del venerdì

la morte all’imbrunire
lontano dal cancello
chiuso dentro l’imbuto
di un altro carosello

di carri armati e irati
di un celerino a uccello
ti spezzano i carati
del sogno tuo degli anni

l’ora del manganello
rintocca nei tuoi panni
l’ostia di nuovi giorni
si frange a questo luglio

arca del mai partire
arco del tuo finire
freccia dentro uno scoglio
fumogeni a morire.

(da: “Lamento in morte di Carlo Giuliani” – 2001)

Invictus

Mandela Day

Invictus
(William Ernest Henley Gloucester, Regno Unito 23/8/1849 – 11/7/1903)

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei qualunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

Nelson Mandela recitava a memoria questa poesia in carcere per alleviare gli anni della sua prigionia.
Gli dava forza, era il suo mantra.

Non sono nulla

Non sono nulla
(
Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Non sono nulla, non posso nulla,
non perseguo nulla.
Illuso, porto il mio essere con me.
Non so di comprendere,
né so se devo essere,
niente essendo, ciò che sarò.
A parte ciò, che è niente, un vacuo vento
del sud, sotto il vasto azzurro cielo
mi desta, rabbrividendo nel verde.
Aver ragione, vincere, possedere l’amore
marcisce sul morto tronco dell’illusione.
Sognare è niente e non sapere è vano.
Dormi nell’ombra, incerto cuore.

Signora miseria

Signora miseria
(
Léo Ferré Principato di Monaco 24/8/1916 – Castellina in Chianti, SI 14/7/1993)

Signora miseria ascolta il clamore
Di chi stringe la cinghia di chi piega
il groppone
Quando muore di sete si abbevera di pianto
Quando non piange più crepa
sotto l'incanto
Della natura e della distruzione

Sono dei suppliziati dal ventre trasparente
Senza fede né legge che regolano il conto
Al signor Effemeride che li ha derubati
Dei vent'anni ponendoseli fra gli occhi cerchiati
E non lasciando loro più niente

Signora miseria ascolta il tumulto
Che come un carro funebre dai bassifondi sale
Trascinando illusioni ed inghiottendo insulti
E tenendo per mano dalle collere adulte
Perché non restino sole

Sono degli arrabbiati che disturbano la storia
E mettono talvolta del sangue sulle cifre
come se uno debba toccare perché alla fine sappia
Che un popolo felice ruttando nella greppia
Val bene una testa di re

Signora miseria ascolta il silenzio
Che attorno ai letti sfatti dei magistrati troverai
Il codice del terrore fa rima con forca
Basta solo trovare impiccati di scorta
E ciò Dio mio non manca mai

Conversazione telefonica

Conversazione telefonica
(Wole Soyinka n. a Abeokuta, Nigeria il 13/7/1934 – Premio Nobel per la letteratura 1986)

Il prezzo sembrava ragionevole, il luogo
indifferente. L’affittuaria aveva giurato di vivere
fuori sede. Non rimaneva nulla
se non la confessione. “Signora” avvisai,
“detesto buttar via tempo in viaggi inutili – sono africano.”
Silenzio. Trasmissione zittita di
buone maniere pressurizzate. La voce, quando venne,
spalmata di rossetto, pigolio di lungo
bocchino dorato. Ero stato beccato, che imbecille.
“QUANTO SCURO?”… Non avevo sentito male… “LEI È CHIARO
O MOLTO SCURO?” Bottone B. Bottone A. Tanfo
di respiro rancido di pubblico nascondino telefonico.
Cabina rossa. Cassetta rossa. Autobus rosso
a due piani che schiaccia l’asfalto. Era vero! Svergognata
dal silenzio scortese, la resa
spinse lo stupore a pregare semplificazione.
Lei era piena di riguardo, variando l’enfasi –
“LEI È SCURO? O MOLTO CHIARO?”
Venne la rivelazione.
“Lei intende – come cioccolato semplice o al latte?”
Il suo assenso era clinico, schiacciante nella propria leggera
impersonalità. Rapidamente, regolatomi a quella lunghezza d’onda,
scelsi. “Seppia Africano occidentale” e come pensiero aggiunto,
“Come dice il mio passaporto.” Silenzio per spettroscopico
volo di fantasia, fino che la sincerità fece risuonare il suo duro
accento sulla cornetta. “COS’È?” concedendo
“NON HO IDEA DI COSA SIA.” “Tipo castano.”
“È SCURO, GIUSTO?” “Non del tutto.
Di faccia, sono castano, ma signora, dovrebbe vedere
il resto di me. Il palmo della mia mano, le piante dei miei piedi
sono di un biondo ossigenato. Lo sfregamento, dovuto –
che stupido pazzo – allo starmene seduto, ha reso
il mio sedere nero corvino – un momento, signora!”- percependo
il suo ricevitore rizzarsi in un fragore di tuono
fin nelle orecchie: “Signora,” supplicai, “non vorrebbe piuttosto
controllare di persona?”

Papaveri a luglio

Papaveri a luglio
(
Sylvia Plath Boston, Massachusetts, USA 27/10/1932 – Londra, Regno Unito 11/2/1963 – Premio Pulitzer per la poesia 1982)

Piccoli papaveri, piccole fiamme d'inferno,
Non fate male?

Guizzate qua e là. Non vi posso toccare.
Metto le mani tra le fiamme. Ma non bruciano.

E mi estenua il guardarvi così guizzanti,
Rosso grinzoso e vivo, come la pelle di una bocca.

Una bocca da poco insanguinata.
Piccole maledette gonne!

Ci sono fumi che non posso toccare.
Dove sono le vostre schifose capsule oppiate?
Ah se potessi insanguinare o dormire!
Potesse la mia bocca sposarsi a una ferita così!

O a me in questa capsula di vetro filtrasse il vostro liquore,
Stordente e riposante.

Ma senza, senza colore.