Le avremo ben viste anche queste donne

Le avremo ben viste anche queste donne
(
Philippe Jaccottet n. a Moudon, Svizzera il 30/6/1925)

Le avremo ben viste anche queste donne – in sogno o no,
ma sempre nei vaghi recinti della notte –
sotto le loro criniere di giumente, focose,
con lunghi occhi teneri dai bagliori di cuoio,
non già la carne quotidiana in svendita alle nuove
macellerie di immagini, che ingurgiti
solo, fra le lenzuola,
ma l’animale sorella che sfugge e s’indovina,
ancora meno distinta dai suoi riccioli, dalle sue trine
di quanto la vaga linea dell’onda sia dalla schiuma,
l’agile fiera di cui tutti vanno a caccia
e che il più armato non raggiunge mai
perché è nascosta più in fondo al suo stesso corpo
ch’egli non può penetrare – se anche ruggisse di vano trionfo –
perché ella è solamente come la soglia
del suo stesso giardino,
o come un’incrinatura nella notte
incapace di abbatterne il muro, o una tagliola
con il sapore di frutto inumidito, solo un frutto,
dotato però di sguardo – e anche di lacrime.

Li du’ ggener’umani

Li du’ ggener’umani
(Giuseppe Gioachino Belli Roma 7/9/1791 – Roma 21/12/1863)

Noi, se sa, ar Monno semo ussciti fori
impastati de mmerda e dde monnezza.
Er merito, er decoro e la grannezza
sò ttutta marcanzia de li Siggnori.

A su’ Eccellenza, a ssu’ Maestà, a ssu’ Artezza
fumi, patacche, titoli e sprennori;
e a nnoantri artiggiani e sservitori
er bastone, l’imbasto e la capezza.

Cristo creò le case e li palazzi
p’er prencipe, er marchese e ’r cavajjere,
e la terra pe nnoi facce de cazzi.

E cquanno morze in crosce, ebbe er penziere
de sparge, bbontà ssua, fra ttanti strazzi,
pe cquelli er zangue e ppe nnoantri er ziere.

7/4/1834

I due generi umani

Noi, si sa, siamo venuti al Mondo,
impastati di merda e di immondizia.
Il merito, il decoro e la grandezza
sono tutte mercanzie per i Signori.

A sua Eccellenza, a sua Maestà, a sua Altezza
incensamenti, medaglie, titoli e splendori;
e a noi altri artigiani e servitori
il bastone, la soma e la cavezza.

Cristo creò le case e i palazzi
per il principe, il marchese e il cavaliere,
e la terra per noi, facce di cazzo.

E quando morì in croce, ebbe il pensiero
di spargere, bontà sua, fra tanti strazi,
per quelli il sangue e per noi altri il siero.

La creazzione der Monno

La creazzione der Monno
(Giuseppe Gioachino Belli Roma 7/9/1791 – Roma 21/12/1863)

L’anno che Gesucristo impastò er monno,
Ché pe impastallo già c’era la pasta,
Verde lo vorze fà, grosso e ritonno,
All’uso d’un cocommero de tasta.

Fece un zole, una luna e un mappamonno,
Ma de le stelle poi dì una catasta:
Su ucelli, bestie immezzo, e pesci in fonno:
Piantò le piante, e doppo disse: "Abbasta".

Me scordavo de dì che creò l’omo,
E coll’omo la donna, Adamo e Eva;
E je proibbì de nun toccaje un pomo.

Ma appena che a maggnà l’ebbe viduti,
Strillò per dio con quanta voce aveva:
"Ommini da vienì, sete fottuti"

Terni 4/10/1831

La creazione del Mondo

L’anno che Gesù Cristo impastò il mondo,
Poiché per impastarlo già c’era a disposizione la pasta,
Lo volle fare di colore verde, grosso e rotondo,
Come se fosse un cocomero con il tassello.

Fece un sole, una luna e un globo terracqueo,
Di stelle puoi dire pure che ne fece un mucchio:
In cielo mise gli uccelli, gli animali in mezzo e i pesci in fondo:
Piantò le piante e poi disse: "Adesso basta".

Mi scordavo di dire che creò l’uomo,
E insieme all’uomo la donna, Adamo e Eva;
E proibì loro di toccare un suo frutto.

Ma non appena li vide che lo stavano mangiando,
Strillò, per Dio, con tutta la voce che aveva:
"Uomini che dovete ancora nascere, siete fregati"

Ti chiesi

Ti chiesi
(Hermann Hesse Calw, Germania 2/7/1877 – Montagnola, Svizzera 9/8/1962 – Premio Nobel per la letteratura 1946)

Ti chiesi perché mai posi il tuo occhio
di buon grado nel mio,
come una stella vivida del cielo
in un oscuro flutto.

Tu mi guardasti a lungo,
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
poi mi dicesti con tenerezza:
Ti voglio bene perché sei tanto triste.

Forse di questo amore ancor non detto

Forse di questo amore ancor non detto
(
Maria Luisa Spaziani n. a Torino il 7/12/1922)

Forse di questo amore ancor non detto
il meglio passò qui, dove rombando
come un treno nel tunnel dell’estate
un rauco vento transitava a notte
sulla cima dei pini. Ed era l’ora
del mio saluto, chè ci avvviene a volte
d’inchinarci alle cose ancor non nate
con la sete indicibile che ispirano
le passioni defunte. Ardentemente
ho ritagliato in cielo, negli azzurri
turbinosi del sud la zona sacra
che l’occhio degli aruspici sceglieva
a limite d’un tempio. E sia che duri
tra noi questo silenzio immacolato,
o rapinosi dialoghi ci avvolgano
e liane c’imprigionino, votati
ad ogni ambiguo trionfo, quest’immensa
invisibile cupola di sogni
sarà scolpita in questo cielo, vetro
di silice divina che attraversa
il falco inconsapevole e non piega
la bianca fronte per variar di destini.

(Da: L’occhio del ciclone)

Quel che dissero i cinquant’anni

Quel che dissero i cinquant'anni
(
Robert Frost San Francisco, California, USA 26/3/1874 – Boston, Massachusetts, USA 29/1/1963 – Premio Pulitzer per la poesia 1924, 1931, 1937 e 1943)

Quand'ero giovane erano i vecchi i miei maestri.
Lasciai fuoco (per forma) fino a spegnermi.
Soffrivo come un metallo che fosse forgiato.
Andavo a scuola dai vecchi per imparare il passato.

Ora che sono vecchio ho per maestri i giovani.
Quel che non può modellarsi, dev'essere infranto o piegato
Lezioni (mi torturano) che riaprono antiche suture.
Vado a scuola dai giovani per imparare il futuro.

Dedicata a mia figlia e a tutti i ragazzi che oggi iniziano le prove per l'esame di maturità.

Un’altra estate

Un’altra estate
(
Vittorio Sereni Luino, VA 27/7/1913 – Milano 10/2/1983)

Lunga furente estate.
La solca ora un brivido sottile
alle foci del Tresa
sì che alcuno ne trema
dei volti già ridenti,
ora presaghi.
Ma tutto quanto non soggiacque all’afa
s’appunta al volo
degli uccelli lentissimi del largo
avventurati negli oscuri golfi
di un’Italia infinita.

Migranti

Giornata Mondiale del Rifugiato

Migranti
(Derek Walcott n. a Castries, Saint Lucia il 23/1/1930 – Premio Nobel per la letteratura 1992)

L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno nel fango,
mentre il fumo di un cipresso segnala Sachsenhausen,
e quelli che non stanno sopra il treno, che non hanno
muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina
per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie
hanno lasciato i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia
del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica
e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca
le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda
del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio
che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre,
e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione
nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero di pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda e grigia come le nuvole
che, quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sotto i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.

(Santa Lucia, Caraibi 16/6/2000)