Il ritorno di Lilith

Le poesie delle donne

Il ritorno di Lilith

(Joumana Haddad n. a Beirut, Libano 6/12/1970)

 

Gatti selvatici si incontreranno con iene,
i satiri si chiameranno l'un l'altro
ci farà sosta anche Lilith
e vi troverà tranquilla dimora.
Isaia 34,14

Io sono Lilith, la dea delle due notti, che torna dall’esilio.

   Io sono Lilith, la donna-destino. Nessun maschio le è mai sfuggito e nessun maschio desidera sfuggirle.

   Io sono le due lune Lilith. Quella nera è completata dalla bianca, perché la mia purezza è la scintilla della depravazione, e la mia astinenza l'inizio del possibile. Io sono la donna-paradiso che cadde dal paradiso, e sono la caduta-paradiso.

   Io sono la vergine, viso invisibile della scostumatezza, la madre-amante e la donna-uomo. La notte perché sono il giorno, il lato destro perché sono il lato sinistro, e il Sud perché sono il Nord.

   Io sono Lilith dai candidi seni. Irresistibile è il mio fascino perché i miei capelli sono corvini e lunghi, e di miele sono i miei occhi. La leggenda narra che fui creata dalla terra per essere la prima donna di Adamo, ma io non mi sono sottomessa.

   Io sono la donna-banchetto e gli invitati al banchetto. Strega alata della notte è il mio soprannome, e dea della tentazione e del desiderio. Mi hanno definita signora del piacere gratuito e della masturbazione, e sono stata affrancata dalla condizione di madre affinché io sia l'immortale destino.

   Io sono Lilith che ritorna dalla cella del candido oblio, leonessa del signore e dea delle due notti. Raccolgo ciò che non può essere raccolto nel mio calice da cui bevo perché sono la sacerdotessa e il tempio. Consumo tutte le ebbrezze affinché non si creda che io mi possa dissetare. Io mi faccio l'amore e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uccido i miei amanti per lasciare spazio a coloro che non mi hanno ancora conosciuta.

   Ritorno dalla cella del candido oblio per coloro che non mi hanno ancora conosciuta, per lasciare spazio ritorno affinché non si creda che io mi possa dissetare, dal biancore dell'oblio per assediare la vita e affinché il numero aumenti, per uccidere i miei amanti io ritorno.

   Io sono Lilith, la donna-foresta. Non ho subito attese augurabili ma ho subito i leoni e le pure specie di mostri. Fecondo tutti i miei fianchi per tessere il racconto. Raccolgo le voci nelle mie viscere perché il numero degli schiavi sia al completo. Mi nutro del mio corpo perché non mi si creda affamata e mi disseto con la mia acqua per non patire mai la sete. Le mie trecce sono lunghe per l'inverno, e le mie valigie non hanno fondo. Nulla mi soddisfa nulla mi sazia, ed ecco che ritorno per essere la regina degli smarriti nel mondo.

   Io sono la guardiana del pozzo e il punto di incontro degli opposti. I baci sul mio corpo sono le piaghe di quanti lo tentarono. Dal flauto delle due cosce sale il mio canto, e dal mio canto la maledizione si diffonde come acqua sulla terra.

   Io sono Lilith, la leonessa seduttrice. Mano di ogni serva, finestra di ogni vergine. Angelo della caduta e coscienza del sonno leggero. Figlia di Dalila, di Maria Maddalena e delle sette fate. Nessun antidoto alla mia dannazione. Dalla mia lussuria s'innalzano le montagne e sgorgano i fiumi. Ritorno per travolgere con i miei flutti il velo del pudore, e per asciugare le piaghe della mancanza con la fragranza della depravazione.

      Dal flauto delle due cosce si eleva il mio canto
      e dalla mia lussuria sgorgano i fiumi.
      Come non potrebbero esserci maree
      ogni volta che tra le mie labbra verticali brilla un sorriso?

      Perché io sono la prima e l'ultima
      la cortigiana vergine
      la concupita temuta
      l'adorata disprezzata
      e la velata nuda,
      perché sono la maledizione di ciò che precede,
      il peccato scomparso dai deserti
          quando abbandonai Adamo.
      Egli errò qui e là, infranse la sua perfezione.
      Io lo feci discendere sulla terra e accesi per lui
          il fiore del fico.

   Io sono Lilith, il segreto delle dita che insistono. Scavo il sentiero, divulgo i sogni, fendo le città del maschio con il mio diluvio. Non riunisco coppie di ogni specie nella mia arca: piuttosto divengo, affinché il sesso si purifichi da ogni purezza.

   Io, simbolo della mela, i libri mi hanno scritta anche se non mi avete mai letta. Il piacere sfrenato, la sposa ribelle il compimento della lussuria che conduce alla rovina totale: sulla follia si schiude la mia camicia. Quanti mi ascoltano meritano la morte, e quanti non mi ascoltano moriranno di rabbia.

   Non sono né la ritrosia né la giumenta facile,
piuttosto il fremito della prima tentazione.

   Non sono la ritrosia né la giumenta facile,
piuttosto lo svanire dell'ultimo rimpianto.

   Io, Lilith, l'angelo scostumato. Prima giumenta di Adamo e corruttrice di Satana. L'immaginario del sesso represso e il suo grido più forte. Timida perché sono la ninfa del vulcano, gelosa perché sono la dolce ossessione del vizio. Il primo paradiso non poté sopportarmi. E fui cacciata perché semino la discordia sulla terra, perché gestisco sui giacigli gli affari dei miei sudditi.

   Sorte dei conoscitori e dea delle due notti. Unione del sonno e della veglia. Io. Il feto poeta, perdendomi ho guadagnato la mia vita. Ritorno dal mio esilio per diventare la sposa dei sette giorni e le ceneri di domani.

   Io sono la leonessa seduttrice e ritorno per coprire i sottomessi di vergogna e per regnare sulla terra. Ritorno per guarire la costola di Adamo e liberare ogni uomo dalla sua Eva.

   Io sono Lilith
e ritorno dal mio esilio
per ereditare la morte della madre che ho generato.

(da "Non ho peccato abbastanza", antologia di poetesse arabe contemporanee)

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