Il lavandino di pietra

Il lavandino di pietra
(Mariella Bettarini n. a Firenze il 31/1/1942)

indispensabile (o inutile?)
dir delle donne che qua hanno speso
(e spento) le essenze loro – le ossa
dette “ossa” – le esistenze sparute e le inespresse
le (inesprimibili) forme per una fossa
d’una fossilizzàtasi dura/morbida razza
di lavapiatti – sguattere – serve
cuoche – domestiche – fattrici

(da: "Case, luoghi, la parola", Fermenti Ed., Roma, 1998)

Non sentite l’odore del fumo Auschwitz sta figliando

Non sentite l’odore del fumo
Auschwitz sta figliando

(Danilo Dolci Sesana, Slovenia 28/6/1924 – Trappeto, PA 30/12/1997)

Le più grandi risorse
erano la speranza e la dignità.
Chi si rassegna, muore prima.
Non so se i giovani hanno appreso.
Se ci si lascia chiudere, terrorizzare
se ci si lascia cristallizzare
si diventa una cosa
gli altri ci diventano cose.
Molti ancora non sanno:
Auschwitz è tra noi. è in noi.
Non so se i giovani sanno
in ogni parte del mondo:
non c’è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi,
ai giovani occorre
l’esperienza creativa di un mondo
nuovo davvero.
Ad Auschwitz ci torno volentieri.
mi dà la misura dei fatti.

27 gennaio: Giornata Internazionale di Commemorazione delle Vittime dell’Olocausto

27 gennaio: Il Giorno della Memoria

È piccolo il giardino…
(František Bass Brno, Cechia 4/9/1930 – Auschwitz, Polonia 28/10/1944)

Egrave; piccolo il giardino
profumato di rose,
è stretto il sentiero
dove corre il bambino:
un bambino grazioso
come il bocciolo che si apre:
quando il bocciolo si aprirà
il bambino non ci sarà.

Paura

Oggi il ghetto prova una paura diversa,
Stretta nella sua morsa, la Morte brandisce una falce di ghiaccio.
Un male malvagio sparge il terrore nella sua scia,
Le vittime della sua ombra piangono e si contorcono.

Oggi il battito di un cuore di padre narra del suo terrore
E le madri nascondono la testa tra le mani.
Adesso qui i bimbi rantolano e muoiono di tifo
Il loro sudario sconta un’amara tassa.

Il mio cuore batte ancora nel mio petto
Mentre gli amici partono per altri mondi.
Forse è meglio – chi può saperlo? –
Assistere a ciò oppure morire oggi?

No, no, mio Dio, voglio vivere!
Senza vedere dissolversi i nostri numeri.
Vogliamo avere un mondo migliore,
Vogliamo lavorare – non dobbiamo morire!

Eva Pichová
(dodici anni, Nymburk)

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Don Chisciotte

Don Chisciotte
(Nazim Hikmet Salonicco, Grecia 20/11/1901 ma registrato all’anagrafe il 15/1/1902, che egli stesso indicava come data di nascita – Mosca, Russia 3/6/1963)

Il cavaliere dell’eterna gioventù
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.
Partì un bel mattino di luglio
per conquistare, il bello, il vero, il giusto.
Davanti a lui c’era il mondo
con i suoi giganti assurdi e abbietti
sotto di lui Ronzinante
triste ed eroico.

Lo so quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c’è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.

Hai ragione tu, Dulcinea
é la donna più bella del mondo
certo
bisognava gridarlo in faccia
ai bottegai
certo
dovevano buttartisi addosso
e coprirti di botte
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.

La morte della ragione

La morte della ragione
(Amiri Baraka n. a Newark, Usa il 7/10/1934)

1

La mia rabbia, talvolta,
è talmente brutta, è come se stesse seduta
fuori dalla natura, chiamando anche me
fuori, in qualche freddo vento merdoso
dell’inferno dell’uomo di colore. Le morte preghiere
che mi inaridiscono. Che rifiutano a me
e ai miei simili che camminano
la luce della calma razionale.

I denti del tempo
in una zona temperata. Vento tagliente
che mi strappa il respiro e gli abiti.
Tutta la mia perspicacia se n’è andata, io dissi,
disseccata per fare logica in polvere morbida
di cui ci imbrattiamo il volto per farci trovare
nelle notti quando la luna batte sulle
case, e fantasmi siedono a respirane
il sangue. Queste sono frasi, ordinati
termini logici, capricci del ritmo, perduti
in un bagliore di grazia missionaria.

2

Mio nonno era un omone grosso
che lasciò un cadavere ancor più grosso
quando lo uccisero. Matto
com’era, si aggirava per la città di gesso
di notte, declamando le mie poesie.

Oh, per l’amore di chiunque
da ascoltare per il Dio di chiunque. Io sostengo
che questa non è la condizione generale
dell’uomo. Questa non è
l’agonia e la morte di chiunque.

Mi condussero là nella sua giacchetta accorciata.
Guardavo mentre lo calavano giù. Oh,
dio di Chiunque, faceva un freddo tale, e la pioggia
mi veniva addosso così forte. Ma tirai su la giacca
contro la faccia. E diedi un calcio alla cassa:
e i becchini la lasciarono cadere imprecando.

(Traduzione: Fernanda Pivano)

 

 

La mia rabbia!

 

Questa rabbia che
da tempo sta dentro di me.
E’ stanca di restare chiusa
dentro una pelle
ormai logora avvizzita.
Vorrebbe gridare…gridare forte!
La trattengo e mi stringo dentro
il solito giacchetto di lana nera.
Ormai il mio vestito nero
il mio giacchetto di lana nera
hanno preso le forme
della mia rabbia atavica!
Allaccio l’unico bottone nero
rimasto ciondoloni sul tessuto.
Seguito a scrivere…
le mie persiane sono sempre chiuse!
Solo la luce di una lampada
illumina il mio mare.
Passo dalla notte al giorno
senza capire in che anno siamo.

franca bassi

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Vegliando il desiderio

Vegliando il desiderio
(Charlotte Brontë Thornton, Regno Unito 21/4/1816 – Haworth, Regno Unito 31/3/1855)

Vorrei essere la luce dorata
che ti brilla d’intorno ogni sera
quando l’ombra del sonno leggera
adorna la tua fronte immacolata.
Di sogno in sogno quella luce veglia
le tue espressioni, fin quando al mattino
si fonde lo sguardo sereno
nell’alba che già ti risveglia.

Vorrei essere la rossa cortina
di quel tuo giaciglio di neve
e tinger la guancia tua lieve
con la mia luce riflessa!
La fascia d’oro il cui nastro
trapunto di stelle raggiunge
la piega della tua coperta
e fino ai tuoi riccioli giunge.

Dispersa nel roseo torpore
io, morbida ombra dei tuoi sogni:
tra tenebra e grigio incolore
il nastro iridato che splende.
Sì: esser qualcosa di bello
per te, mia luce – un uccello,
un fiore con te in sintonia,
o una stella per farti compagnia!

Io ti amo

Io ti amo
(Stefano Benni n. a Bologna il 12/8/1947)

Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l’universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l’incanto
di un solo tuo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d’estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo.

Le grazie del quotidiano

Le grazie del quotidiano
(Erika Burkart Aarau, Svizzera 8/2/1922 – Muri, Svizzera 14/4/2010)

Vedere, d’inverno,
alzarsi da un bosco una colonna di fumo
come se uno spirito
facesse a un altro un segno.
Non poter contare i gabbiani
sul campo di nebbia dissodato,
pensare al cammino dell’acqua,
al tempo delle pietre –
Entrare col gelo tra le ciglia
in una stanza dove arde il fuoco,
scaldarsi le mani sulla teiera,
dare ascolto al cuore
fuori di sé
per null’altro che la vita
così breve,
che ci ricorda che
prima che fosse tardi
abbiamo visto le stelle
Gemma, Capella,
rabbrividendo di notte
accanto alla stufa spenta
mentre il vento
batteva alla finestra
e in un cielo
come di ghiaccio chiaro
agli alberi cresceva
una corona di neve.

E piu’ facile ancora

E piu’ facile ancora
(Alda Merini Milano 21/3/1931 – Milano 1/11/2009)

E più facile ancora mi sarebbe
scendere a te per le più buie scale,
quelle del desiderio che mi assalta
come lupo infecondo nella notte.

So che tu coglieresti dei miei frutti
con le mani sapienti del perdono…

E so anche che mi ami di un amore
casto, infinito, regno di tristezza…

Ma io il pianto per te l’ho levigato
giorno per giorno come luce piena
e lo rimando tacita ai miei occhi
che, se ti guardo, vivono di stelle.

Io sono il cronista di un giornale…

Io sono il cronista di un giornale…
(Lawrence Ferlinghetti n. a New York, Usa il 24/3/1919)

Io sono il cronista di un giornale
di un altro pianeta
arrivato a riportare una storia terra terra
sul cosa quando dove come e perché
di questa sorprendente vita quaggiù
e degli strani clown che la controllano