Campana del mio villaggio

Campana del mio villaggio

(Fernando Pessoa 1888-1935)

Campana del mio villaggio
dolente nell’imbrunire,
ogni rintocco tuo
dentro di me risuona.
Così lento è il tuo suonare,
triste come di vita,
che il tuo primo rintocco
già il secondo ricorda.
Per quanto tu sia vicina,
quando passo errabondo,
per me sei come un sogno,
mi suoni dentro lontana.
Ad ogni rintocco tuo,
vibrante nel cielo aperto,
è più remoto il passato,
più urgente la nostalgia.

Non voglio che ti allontani

Non voglio che ti allontani

(Pedro Salinas Madrid, Spagna 27/11/1891 – Boston, Usa 4/12/1951)


Non voglio che ti allontani,
dolore, ultima forma
di amare. Io mi sento vivere
quando tu mi fai male
non in te, né qui, più oltre:
sulla terra, nell’anno
da dove vieni
nell’amore con lei
e tutto ciò che fu.

In quella realtà
sommersa che nega se stessa
ed ostinatamente afferma
di non essere esistita mai,
d’essere stata nient’altro
che un mio pretesto per vivere.
Se tu non mi restassi,
dolore, irrefutabile,
io potrei anche crederlo;
ma mi rimani tu.

La tua verità mi assicura
che niente fu menzogna.
E fino a quando ti potrò sentire,
sarai per me, dolore,
la prova di un’altra vita
in cui non mi dolevi.
La grande prova, lontano,
che è esistita, che esiste,
che mi ha amato, sì,
che la sto amando ancora.

La danzatrice

La danzatrice

(Khalil Gibran Bsharri, Libano 6/1/1883 – New York, USA 10/4/1931)

 

Per un giorno, la corte del principe invita una danzatrice
accompagnata dai suoi musicisti.

Ella fu presentata alla corte,
poi danza davanti al principe
al suono del liuto, del flauto e della chitarra.

Ella danza la danza delle stelle e quella dell'universo;
poi ella danza la danza dei fiori che vorticano nel vento.
E il principe ne rimane affascinato.

Egli la prega di avvicinarsi.
Ella si dirige allora verso il trono
e s'inchina davanti a lui.
E il principe domanda:

"Bella donna, figlia della grazia e della gioia, da dove viene la tua arte?
Come puoi tu dominare la terra e l'aria nei tuoi passi,
l'acqua e il fuoco nel tuo ritmo?"

La danzatrice s'inchina di nuovo davanti al principe e dice:

"Vostra altezza, io non saprei rispondervi,
ma so che:

L'Anima del filosofo veglia nella sua testa.
L'Anima del poeta vola nel suo cuore.
L'Anima del cantante vibra nella sua gola.
Ma l'Anima della danzatrice vive in tutto il suo corpo."

 

 

Dedicata a:  Utente: bioro76 bioro76

Mostro


Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Mostro
(Robin Morgan n. a Lake Worth, Florida, Stati Uniti il 29/1/1941)

Ascolta. Stanotte sto rallentando la morte
dentro di me.
Non voglio cominciare a elencare la lista
di stupri e bruciature e percosse e sorrisi
e malumori e rabbie e tutto il resto
che avete sbattuto sopra le donne in tutta la vostra storia
(a cui non abbiamo partecipato – anche se dio lo sa che ci abbiamo provato)

insieme ai vostri corpi pesanti, esigenti stesi sui nostri
mentre il vostro sperma orgoglioso, la sua liquida arroganza,
soffocava i nostri pori –
stanotte no.

Sono stanca di registrare il vostro trionfo e la nostra oppressione,
proprio stanotte che i due uomini che amo –
uno quello con cui vivo, il padre di mio figlio, e con il quale
esigo di vivere la mia lotta, vitale e mortale insieme –
stanotte che voi due sedete al tavolo di cucina recitando
un elaborato rituale di ciò che voi credete lotta
ma non inganna nessuno. La vostra comune oppressione, il dolore,
e l’amore come "effemministi" in un modo patriarcale che brucia,
non riescono ancora a liberarvi dai giochi di potere della virilità.

Il bambino dorme nell’altra stanza. Bianco. Maschio. Americano.
Potenzialmente la più potente e mortale creatura
della specie.
I capelli, diomio, si arricciolano in teneri virgulti umidi
per il sudore del suo sonno estivo. Non è ancora, e mai lo sarà
se ci riesco, "un vero uomo".
Ma due giorni fa vedendomi nuda per la cinquecentesima volta
in meno di due anni di vita, improvvisamente
ha pensato alla creatura pelosa che sbadiglia
nel suo programma preferito in televisione:
ha connesso quell’immagine con i miei genitali; ha riso,
e detto, "Mostro".

Voglio la rivoluzione delle donne come si vuole un amante.
La desidero; voglio così tanto questa libertà.
la fine della lotta della paura e delle bugie
che tutti respiriamo, che potrei morire
nell’appassionata pronuncia di quel desiderio.
Per una sola volta in questa mia sola vita vorrei danzare
tutta sola e nuda su un picco roccioso sotto i cipressi
senza paura di dove metto i piedi.
Intravedere cosa avrei potuto essere,
e non diventerò mai, mai, se non avessi dovuto "sprecare la vita"
a lottare per ciò che la mancanza di libertà mi impedisce persino
di intravedere.
Chi detesta la violenza rifiuta di ammettere
che la sta già vivendo, e la fa.
Chi si abbandona alla "soluzione privata",
l’ "odissea privata", "la crescita personale",
è il più conformista di tutti,
perché ammettere la sofferenza è cominciare
a creare la libertà.
Chi ha paura di morire rifiuta di ammettere che è già morto.
Bene, io sto morendo stanotte soffocata dalla disperazione,
dal peso morto della lotta
anche contro quei pochi uomini che amo
e di cui m’importa sempre meno
mano a mano che mi uccidono.

Mi capisci? Morire. Impazzire.
Davvero. Senza metafore.
Delirare le reti sottili dell’arcobaleno
come ragnatele dappertutto sulla pelle
e sognare sempre più spesso quando riesco a dormire
di essere uccisa o di uccidere.
Dolce rivoluzione come vorrei che queste lacrime di donna
che mi scendono giù per la mia faccia in silenzio proprio ora fossero pallottole;
ogni parola che scrivo, ogni tasto della macchina da scrivere
una pallottola per uccidere quel qualcosa nell’uomo
che ha costruito questo impero, colonizzato il mio stesso corpo,
e poi chiamato "Mostro" la sua colonia.

Sono una "che odia gli uomini", hanno detto.
Non ho il tempo e la pazienza di dire di nuovo perché e come
non odio gli uomini ma ciò che gli uomini fanno in questa cultura,
o come il sessismo, il potere e la competizione
è il nemico – non le persone, ma il fatto che gli uomini hanno creato
questo sistema e lo conservano e ne traggono profitti concreti.
Parole e retorica che immediatamente
sgorgano dalle mie vene appena le sfiora
il filo del rasoio dell’amore umanitario. Basta.
Dirò, invece, che voi uomini dovrete essere liberati,
anche se noi donne dovremo spingervi a calci nella libertà, uccidervi
dato che i più di voi sceglieranno la morte con gioia
piuttosto che rinunciare al potere di avere il potere.

Compassione per gli impulsi suicidi dei nostri assassini? Bene,
una volta in aereo l’uomo seduto nella fila accanto,
un paraplegico della seconda guerra mondiale,
completamente morto dalla vita in giù,
che si muoveva avanti e indietro nella sua sedia a rotelle, passò tutto il tempo
a divorare le pagine sportive del giornale
e poi le riviste di sport,
facendo notare ad alta voce a chiunque l’ascoltasse
(sopratutto le hostess) quale atleta fosse "un vero uomo"
Due uomini seduti dietro di me discussero tutto il tempo
quali isole dei Caraibi erano meglio per andare a puttane,
quale colore di culo fosse più sensuale e compiacente.
Le hostess gli sorridevano e gli servivano il caffè.
Mi aggrappai ai braccioli del sedile più volte
per non alzarmi e gridare all’intero carico umano
di quell’aereo cos’era che ci torturava tutti – non lo feci
perché sapevo che mi avrebbero preso per una pazza, un dirottatore
in potenza magari, e mi avrebbero immobilizzato per poi scaricarmi
al Bellevue Hospital al nostro arrivo a New York.
(Nessun dirottatore, lo capii allora, vuole davvero impossessarsi
dell’aereo. Lei/lui vuole impossessarsi della testa dei passeggeri,
cambiarli dal di dentro, fare la rivoluzione
a 10.000 metri di altezza
e tornare al paese di partenza con una pattuglia di volante magica
e vincere.)
Frenarmi sta diventando un lusso tattico,
che prende sempre più piede.

L’orticaria infiamma sempre più le stimmate della mia passione.
Un giorno o l’altro mi toglierete il bambino, in qualche modo.
E l’uomo che ho amato, in qualche modo.
Perché tutto questo mi deve dare nausea e terrore?
Mi avete già tolto me stessa
non ho altra strada se non di addentrarmi
sempre più nella follia, i mostri, le ragnatele, le nausee,
per liberare voi – uomini – dall’ucciderci, ucciderci.

Nessun popolo colonizzato è stato così diviso
per così tanto tempo come le donne.
Nessuno paralizzato a tal punto dalla compassione per l’oppressore
che respira ogni notte sul cuscino accanto.
Nessun popolo tanto vecchio che dopo aver inventato, come ora sappiamo
l’agricoltura, la tessitura, la ceramica, il linguaggio, la cottura
dei cibi, e la medicina, deve ora inventare una rivoluzione
così totale da distruggere il maschio, la femmina, la morte.

Oh, madre, sono stanca.
Una sorella, nuova a questo tormento chiamato consapevolezza femminista
per mancanza di un grido che lo nomini, mi chiese
"Ma come fai a non impazzire?"
In nessun modo, sorella.
In nessun modo.
Una volta ho pensato, questa è una guerra dei pori contro l’intossicazione.

E voi, uomini. Amanti, fratelli, padri, figli.
Vi ho amato e vi amo ancora, se non per altro
perché siete usciti gemendo dal mostro
mentre il mostro si curvava dal dolore per darvi il potere
di rompere il suo incantesimo.
Bene,finalmente siamo noi a doverlo rompere.
Vi parlerò sempre meno
con suoni sempre più inarticolati e confusi che non capirete:
formule di streghe, poesie, nenie di vecchie donne,
cifrario schizofrenico, accenti, litanie, bombe,
veleno, coltelli, pallottole, qualunque cosa
questa libertà possa inventare.

Che le chiazze d’orticaria fioriscano audaci che la carne si infiammi
e bruci tra le reti.
Impazziamo insieme, sorelle.
Che l’agonia del travaglio per partorire la rivoluzione
sia la fine del dolore.

Convinciamoci che niente ci fermerà.

Io che devo imparare a sopravvivere finché la mia parte sarà
finita.
Che devo prendere coscienza
                               che sono
                               un mostro. Sono
                     un
                     mostro.
Io sono un mostro.

E ne sono fiera.
 
(1972)

(Da: La poesia femminista – antologia di testi poetici del MOVEMENT, a cura di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, Savelli, 1977)

Poesia

Poesia

(Angela Hambling)

 

quando stavo con mia madre
mi sentivo sicura
lei mi proteggeva
dal dolore e dalla disperazione
e anche ora sarebbe disposta a tenersi tutto dentro
come sanno fare le donne
e non ne parlano mai
e ciascuna se lo porta
chiuso dentro di sé
come se lei fosse l’unica
a sapere

 
(1973)

(Da: La poesia femminista – antologia di testi poetici del MOVEMENT, a cura di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, Savelli, 1977)

Non le acque del mare

Non le acque del mare
(José Saramago Azinhaga, Portogallo 16/11/1922 – Tías, Spagna 18/6/2010 – Premio Nobel per la letteratura 1998)

Non le acque del mare, ma queste altre,
i lenti mulinelli ove le foglie
venute giù si dondolano morte;
il gorgogliante gas iridescente,
che il respiro del fango emette lento,
questi la vita agli uomini hanno dato
d’ombra e di mistero amalgamata.

Nel vasto mare nacquero gli dèi:
noi siam frutti del fango, acqua ammorbata.

Nero

Nero

(Golala Nuri nata a Kirkuk, Iraq nel 1969)

 

Hanno rubato la notte.
Mi rimane solo il tuo cuore
nero
per iniziare un nuovo giorno.

(da "Non ho peccato abbastanza", antologia di poetesse arabe contemporanee)

Al risveglio

Al risveglio
(Rabindranath Tagore Calcutta, India 7/5/1861 – Santiniketan, India 7/8/1941 – Premio Nobel per la letteratura 1913)

Al risveglio ho trovato una lettera
ma non posso sapere che dice
non so leggere
e non voglio disturbare un sapiente dai libri:
ciò che c’è scritto forse
non lo saprebbe leggere.
La terrò sulla fronte
la terrò stretta al cuore
quando scende la notte
ed escono le stelle.
La porterò sul grembo e resterò in silenzio
e me la leggeranno le foglie
che stormiscono
e ne farà un ruscello
col suo scorrer un canto
che a me ripeterà anche l’orsa del cielo
io non so trovare quello che cerco
o capire cosa dovrei imparare.
Ma so che questa lettera
che non ho letto
ha reso più lieve il mio fardello
e tutti i miei pensieri
ha mutato in canzoni.

Contro la natura morta

Contro la natura morta
(Margaret Atwood n. ad Ottawa, Canada il 18/11/1939)

Un arancio al centro del tavolo:
 
Non è abbastanza
camminarci intorno
a distanza, dicendo
è un arancio:
che c’entra
un arancio, nient’altro
lascialo stare

 
Voglio prenderlo
in mano
voglio sbucciarlo
che mi si dica
di più, non solo Arancio:
voglio che mi si dica
tutto quello che c’è da dire

 
E tu, dall’altra parte del tavolo,
a distanza, il sorriso trattenuto,
come l’arancio, nel sole:
silenzioso.
Il tuo silenzio
non mi basta
ora, non importa con quanta
soddisfazione ti sfreghi
le mani: voglio tutto ciò
che sai dire
alla luce del sole:

 
storie delle tue mille
infanzie, i viaggi senza scopo,
gli amori; l’articolazione
delle tue ossa; le tue pose; le tue bugie.
Questi silenzi arancio
(luce solare e sorriso segreto)
mi danno voglia
di spremerti a parlare;
vorrei schiacciarti la testa
come fosse una noce, spaccarla
come fosse una zucca, per farti
parlare, o guardarci dentro

 
Ma piano:
se prendo l’arancio
con sufficiente cautela
e lo tengo
delicatamente

 
Posso trovarci un uovo
un sole
una luna d’arancio
forse un cranio; il centro
di tutta l’energia
nella mia mano

 
potrei mutarlo
in ciò che voglio
che sia
e tu, uomo, amante
arancio pomeridiano
dovunque tu sieda
di fronte a me (tavoli, treni, autobus)

 
se guarderò
con sufficiente delicatezza
e a lungo

 
alla fine, tu parlerai
(forse senza parole)
(ci sono montagne nella tua testa
giardini, caos, oceani,
uragani; certi angoli
di stanze, ritratti
di vecchie nonne,
tende di particolari colori;
i tuoi deserti; i tuoi dinosauri
personali; la prima
donna)

 
voglio sapere tutto:
dimmi
tutto
com’era
fin dall’inizio.

 
(1966)

 
(Da: La poesia femminista – antologia di testi poetici del MOVEMENT, a cura di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, Savelli, 1977)

William e Emily

William e Emily
(Edgar Lee Masters Garnett, Usa 23/8/1868 – Melrose, Usa 5/3/1950)

C’è qualcosa nella Morte
che ricorda l’amore.
Se con qualcuno con cui avete conosciuto la passione,
e la vampa del giovane amore,
dopo anni di vita comune,
sentite spegnersi la fiamma;
e così insieme svanite,
a poco a poco, soavemente,
per così dire abbracciati,
nella stanza consueta –
c’è, fra gli spiriti, un unisono
che ricorda l’amore!

(da Antologia di Spoon River 1916 – tr. Fernanda Pivano)