Io, mia Delia…

Io, mia Delia…

(Albio Tibullo Gabii o Pedum 54 a.C. circa – Roma, 19 a.C.)

 

Io, mia Delia, non inseguo la gloria:
pur di restare con te non m’importa
che mi chiamino incapace e indolente.
Voglio specchiarmi in te quando verrà la morte
e in fin di vita tenerti con la mano che s’abbandona.
Mi piangerai, Delia, e composto sul letto del rogo
coi baci verserai lacrime amare.
Mi piangerai: il tuo petto non è cinto di ferro,
nel tuo tenero cuore non hai infissa una pietra.
Da quel funerale non ci saranno giovani,
né fanciulle che possano tornare a casa
senza lacrime agli occhi. E tu, mia Delia,
non contristare la mia ombra, abbi pietà:
non sciogliere i capelli, risparmia le tue morbide guance.

Intanto, finché il fato lo consente,
facciamo insieme l’amore: presto verrà la morte,
col capo coperto di tenebre, presto subentrerà
l’età dell’impotenza, e coi capelli bianchi
non sarà più decoroso l’amore
o blandirsi a parole. Ora, ora è il tempo
di darci senza pensieri all’amore,
finché non è vergogna infrangere le porte
e dolce è intrecciare litigi. In questo campo
io sono condottiero e soldato valente;
voi, trombe e vessilli, sparite, via:
a chi ama l’avventura procurate ferite
e con queste la ricchezza. Io, spensierato,
col mio raccolto nel granaio,
riderò dei ricchi, riderò della fame.

 

(da Elegie, I, 1)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Vai alla barra degli strumenti