La donna ideale

La donna ideale
(
Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

Il sogno di un uomo
è una puttana con un dente d'oro
e il reggicalze,
profumata
con ciglia finte
rimmel
orecchini
mutandine rosa
l'alito che sa di salame
tacchi alti
calze con una piccolissima smagliatura
sul polpaccio sinistro,
un po' grassa,
un po' sbronza,
un po' sciocca e un po' matta
che non racconta barzellette sconce
e ha tre verruche sulla schiena
e finge di apprezzare la musica sinfonica
e che si ferma una settimana
solo una settimana
e lava i piatti e fa da mangiare
e scopa e fa i pompini
e lava il pavimento della cucina
e non mostra le foto dei suoi figli
né parla del marito o ex-marito
di dove è andata a scuola o dov'è nata
o perché l'ultima volta è finita in prigione
o di chi è innamorata,
si ferma solo una settimana
solo una settimana
e fa quello che deve fare
poi se ne va e non torna più indietro
a prendere l'orecchino che ha dimenticato sul comò.

Amore a prima vista

Amore a prima vista
(Wisława Szymborska n. a Bnin, Polonia il 2/7/1923 – Premio Nobel per la letteratura 1996)

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno "scusi" nella ressa?
un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

L’indovino cieco

L’indovino cieco
(Stefano Benni n. a Bologna il 12/8/1947)

Per quali prodigi e qual disegno
un albero cresca ramo dopo ramo
prendendosi il cielo, non so
né so perché i miei occhi di bambino
guardino ora dal volto di un vecchio.
Forse so la data della fine del mondo
e il primo palpito dell’inizio.
Ma non so cosa unisce il Padre al Figlio
e il Figlio alla ragazza dei profumi
e quella all’Assassino, al Teschio
e a Raiden il luminoso
e cosa li tiene sospesi sul filo
tra il primo e l’ultimo giorno
della loro vita preziosa.

Quando morirò io posso saperlo:
morirò un giorno come tutti gli altri
ma perché tanta pietà io sento
per la morte di ognuno non so.
Non so perché un bambino a me uguale
dà nome agli alberi del giardino
e ad amici immaginari parla
mentre gli eserciti muovono
e lenzuola avvolgono i morti.
Non lo so, e sanguino.

Io non ho paura della città
né delle sue mille voci
ho imparato tra loro a conoscere
quella che chiama il mio nome.
Io non posso chiudere gli occhi
e le storie vengono a me
come odori dal giardino
o il ramo spinoso che trascina
il fiume da lontano.
Rane, grilli e fumo di ciminiere
rottami d’auto bagnati di luna
gente che riempie le strade
e sola si riaddormenta
cecità che accende i sogni
il cuore indifeso il segreto fiorire.

Io che leggi non cerco
ma l’anima mia ascolto.
Io vedo un uomo che si prepara ad uccidere
e un altro che cerca lavoro
un ragazzo innamorato, una ragazza fiera
un teschio tatuato su un braccio
un burattino di luce su un monitor
e una donna in riva a un mare
così chiaro da sembrare invisibile.

Io vecchio e cieco, vedo
che i destini si muovono
sento che sto sulla terra
come una foglia, volando
e gli universi precipitano
nel mio bicchiere vuoto, che trema.
Corri, corri, piccola mano
che sposti il sipario dei giorni
fino alla scena dove più non vedo
e dove tutti mi vedono.

Amore che hai sulla bocca
un segno amaro di lotta
io vedo vite che la speranza tocca
pulsare, vibrare, rivivere
come fa il pesce
restituito all’acqua.

(da BLUES IN SEDICI – Ballata della città dolente)

La casalinga

La casalinga
(Anne Sexton Newton, Massachusetts, USA 9/11/1928 – Weston, Massachusetts, USA 4/10/1974 – Premio Pulitzer per la poesia 1967)

Certe donne si sposano la casa
E’ come un’altra pelle; ha un cuore,
una bocca,un fegato e un intestino.
Le pareti sono ferme e color rosa.
Guardala tutto il giorno in ginocchio,
con che puntiglio si lava.
Gli uomini entrano a forza, attratti come Giona
nella carne delle loro madri.
Una donna è madre di se stessa.
Questo e quello che conta.
(1961)

(Da: La poesia femminista – antologia di testi poetici del MOVEMENT, a cura di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, Savelli, 1977)

Per i compagni fucilati a Piazzale Loreto

Per i compagni fucilati a Piazzale Loreto
(Alfonso Gatto Salerno 17/7/1909 – Capalbio, GR 8/3/1976)

Ed era l’alba, poi tutto fu fermo
la città, il cielo, il fiato del giorno.
Restarono i carnefici soltanto
vivi davanti ai morti.

Era silenzio l’urlo del mattino,
silenzio il cielo ferito:
un silenzio di case, di Milano.

Restarono bruttati anche di sole,
sporchi di luce e l’uno all’altro odiosi,
gli assassini venduti alla paura.

Era l’alba, e dove fu lavoro,
ove il piazzale era la gioia accesa
della città migrante alle sue luci
da sera a sera, ove lo stesso strido
dei tram era saluto al giorno, al fresco
viso dei vivi, vollero il massacro
perché Milano avesse alla sua soglia
confusi tutti in uno stesso sangue
i suoi figli promessi e il vecchio cuore
forte e ridesto stretto come un pugno.

Ebbi il mio cuore ed anche il vostro cuore
il cuore di mia madre e dei miei figli,
di tutti i vivi uccisi in un istante
per quei morti mostrati lungo il giorno
alla luce d’estate, a un temporale
di nuvole roventi. Attesi il male
come un fuoco fulmineo, come l’acqua
scrosciante di vittoria; udii il tuono
d’un popolo ridesto dalle tombe.

lo vidi il nuovo giorno che a Loreto
sovra la rossa barricata i morti
saliranno per i primi, ancora in tuta
e col petto discinto, ancora vivi
di sangue e di ragioni. Ed ogni giorno,
ogni ora eterna brucia a questo fuoco,
ogni alba ha il petto offeso da quel piombo
degli innocenti fulminati al muro.

Occhi scuri

Occhi scuri
(Hermann Hesse Calw, Germania 2/7/1877 – Montagnola, Svizzera 9/8/1962 – Premio Nobel per la letteratura 1946)

Oggi in questa notte calda
dolce come il profumo di fiori esotici,
svegliati ad una vita che scotta.

La mia nostalgia ed il mio amore
è tutta la mia fortuna e sfortuna
è scritta come una muta canzone
nel tuo sguardo oscuro da fiaba.

E’ la mia nostalgia ed il mio amore,
sfuggito al mondo e ad ogni suo rumore
si è costruito nei tuoi occhi oscuri
un segreto trono da re.

Nulla rimane della scolara di Hiroshima

Nulla rimane della scolara di Hiroshima
(Primo Levi Torino 31/7/1919 – Torino 11/4/1987)

Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra
ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
che ti sei stretta convulsamente a tua madre
quasi volessi ripenetrare in lei
quando al meriggio il cielo si è fatto nero.

Invano, perché l’aria volta in veleno
é filtrata a cercarti per le finestre serrate
della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.

Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
a incarcerare per sempre codeste membra gentili.

Così tu rimani fra noi, contorto calco di gesso,
agonia senza fine, terribile testimonianza
di quanto importi agli dei l’orgoglioso nostro seme.

Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
della fanciulla d’Olanda murata fra quattro mura
che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
la sua cenere muta é stata dispersa dal vento,
la sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.

Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli.

Vittima sacrificata sull’altare della paura.

Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
tristi custodi segreti del tuono definitivo,
ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo.

Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.

Le cose che ho imparato dalla vita

Le cose che ho imparato dalla vita
(Janusz Korczak 1878-1942)

Dite: è faticoso frequentare bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete: bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
É piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi
fino all’altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.

Ho scritto una poesia triste

Ho scritto una poesia triste
(Mário Quintana Alegrete, Brasile 30/7/1906 – Porto Alegre, Brasile 5/5/1994)

Ho scritto un poema triste
E bello, soltanto per la sua tristezza.
Non è da te che viene la tristezza
Ma dal mutare del Tempo.
Che ora ci porta speranze
Ora ci dà incertezza…

E non importa, al vecchio Tempo,
che sia fedele o infedele…
E resto, attaccato alla corrente,
Guardando le ore così brevi…
E con le lettere che mi scrivi
Faccio barche di carta!

Agosto

Agosto

(Claudio Lolli n. a Bologna il 28/3/1950)


Improvviso si sente
un odore di brace.
Qualcosa che brucia nel sangue
e non ti lascia in pace,
un pugno di rabbia che ha il suono tremendo
di un vecchio boato:
qualcosa che urla, che esplode,
qualcosa che crolla. Un treno è saltato.

Agosto.
Che caldo, che fumo,
che odore di brace.
Non ci vuole molto a capire
che è stata una strage,
non ci vuole molto a capire che niente,
niente è cambiato
da quel quarto piano in questura,
da quella finestra.
Un treno è saltato.

Agosto. Si muore di caldo
e di sudore.
Si muore anche di guerra
non certo d’amore,
si muore di bombe, si muore di stragi
più o meno di Stato,
si muore, si crolla, si esplode,
si piange, si urla.
Un treno è saltato.