Ahimè! Ah vita!

Ahimè! Ah vita!
(Walt Whitman West Hills, New York, USA 31/5/1819 – Camden, New Jersey, USA 26/3/1892)

Ahimè! Ah vita! Di queste domande che ricorrono,
degli infiniti cortei senza fede, di città piene di sciocchi,
di me stesso che sempre mi rimprovero (perché chi più sciocco
di me, e chi più senza fede?)
di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi,
della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida
camminare a fatica attorno a me,
dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato in tanti nodi,
a domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre: che cosa
c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?

Risposta:
che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.

Confessione

Confessione

(Hoda Ablan n. a Eb, Yemen nel 1971)

 

Talvolta, la sera, scoppio a piangere
poi mi adiro per le mie lacrime,
       che hanno illuminato il mondo e consumato me.

 

(da Non ho peccato abbastanza, antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007)

Via Appia

Via Appia
(Alfonso Gatto Salerno 17/7/1909 – Capalbio, GR 8/3/1976)

Eterna sera agli alberi fuggiti
nel silenzio: la strada fredda accora
i morti in terra verde: di svaniti
suoni nell’ aria armoniosa odora

vento dorato il mare dei cipressi.
Calma specchiata di monti la sera
immagina giardini nei recessi
tristi dell’ acqua: erbosa primavera

stringe la terra in uno scoglio vivo.
Cade nel sonno docile la pena
dei monti addormentati sulla riva:
sopra la pace luminosa arena.

Nella memoria li depone il bianco
vento del mare: ad alba solitaria
passano in sogno a non toccarsi: banco
del mattino la ghiaia fredda d’aria.

Poema del futuro cittadino

Poema del futuro cittadino
(José Craveirinha Lourenço Marques, Mozambico 28/5/1922 – Maputo, Mozambico 6/2/2003)

Sono venuto da qualche parte
da una Nazione che ancora non esiste.
Sono venuto e qui sto!

Non nacqui solo io
né tu né un altro…
ma fratello.

Ma
ho amore da dare a mani piene.
Amore di ciò che sono
e nient’altro.

E
ho nel cuore
grida che non sono mie soltanto
perché vengo da un paese che ancora non esiste.

Ah! Ho il mio amore in quantità da dare
di ciò che sono.
Io!
Uomo qualsiasi
cittadino di una nazione che ancora non esiste.

Lode dell’imparare

Lode dell’imparare

(Bertolt Brecht Augusta, Germania 10/2/1898 – Berlino, Germania 14/8/1956)

Impara la cosa più semplice!
Per quelli il cui tempo è venuto
non è mai troppo tardi!
impara l’abc: non basta è vero,
ma imparalo! Non avvilirti!
Comincia! Devi sapere tutto!
Tocca a te prendere il potere.

Impara, uomo all’ospizio!
Impara, uomo in prigione!
Impara, donna in cucina!
Impara sessantenne!
Tocca a te prendere il potere!
Frequenta la scuola senzatetto!
Procurati sapere tu che hai freddo!
Affamato impugna il libro: è un arma.
Tocca a te prendere il potere.

 

Compagno, non temere di chiedere!
Non dar credito a nulla,
Controlla tu stesso!
Quello che non sai di tua scienza
in realtà non lo sai.
Verifica il conto:
tocca a te pagarlo.
Poni il dito su ogni voce,
chiedi cosa significa
Tocca a te prendere il potere.

Cultura

Cultura
(Aharon Shabtai

n. a Tel Aviv, Israele 11/4/1939)

Il segno di Caino non apparirà

sul soldato che spara

alla testa di un bambino

da una collina sopra il recinto

intorno a un campo profughi

poiché sotto l’elmetto

parlando in termini concettuali

la sua testa è fatta di cartone.

D’altra parte,

l’ufficiale ha letto The Rebel1,

la sua testa è illuminata,

per questo non crede

nel segno di Caino.

Ha passato il suo tempo nei musei

E quando punta

il fucile verso il bambino

come un ambasciatore di Cultura,

lui aggiorna e ricicla

le acqueforti di Goya

e Guernica.

 

(1) L’Homme Révolté (The Rebel) di Albert Camus

a cura di ISM-Italia, 18 gennaio 2008

A quest’età

A quest’età
(Carlo Betocchi Torino 23/1/1899 – Bordighera, IM 25/5/1986)

A quest’età la vita che rallenta
si riveste di una grossa corteccia
entro la quale l’anima è non meno
tenera, ma soltanto più solitaria.
Ivi la vita sente e ripensa se stessa
con i medesimi palpiti; ma la dolce
fruizione dei sensi per lei va perdendosi
come in un torbido specchio le immagini.

E’ notte

E’ notte

(Eduardo De Filippo 1900-1984)

Tutt’è silenzio dint’a sta nuttata
nun se sente nu passo ‘e cammenà.
Nu ventariello tutta na serata
pare ca me vuleva accarezzà.
E finalmente chiagno! Tu non vide,
tu staje luntano, comme ‘o può ‘vedè?
Però t’ ‘o ddico pecchè tu me cride
e si me cride, chiagne nzieme a me!
Scenne stu chianto lento, doce doce,
nun aizo na mano p’ ‘asciuttà.
Io strillo pe’ te fa’sentì sta voce,
ma tu non puo’ sentì… c’allùcco a ffa’?
Tutt’è silenzio… ncielo quanta stelle!
affaccete, tu pure ‘e ppuo’ vedè:
songo a migliare, e saie pecchè so’ belle?
Pecchè stanno luntano, comm’ ‘a tte!


Traduzione

 

Tutto è silenzio in questa nottata
non si sente un passo camminare.
Un venticello per tutta la serata
pare che mi volesse accarezzare…
E finalmente piango! Tu non vedi,
tu sei lontana, come puoi vedere?.
Però te lo dico perché tu mi creda
e se mi credi, piangi assieme a me!
Scende lento questo pianto, dolce dolce,
e non alzo una mano per asciugarlo.
Grido per farti sentire questa voce,
ma tu non puoi sentire… che grido a fare?
Tutto è silenzio… in cielo quante stelle!
Affacciati, anche tu le puoi vedere:
sono migliaia, e sai perché son belle?
Perché sono lontane, come te!

Maggio 1992

Maggio 1992
(Giovanni Raboni Milano 22/1/1932 – Parma 16/9/2004)
23/5/1992 – Strage di Capaci

Che male t’abbiamo fatto,
che pena vuoi che scontiamo
per appartenerti
come cellule a un cancro,
come inerti petali di rosa
a una rosa piena
di spine?

Sanguinosamente,
oscena mia patria,
procuri indizi,
reperti
di archeologia criminale
agli esperti d’altri millenni,

prepari la scena
d’un processo incelebrabile
se
del sangue di tante stragi
non c’è anima che sia monda
e più invisibile degli occhi della giustizia,
più
orribile di quelli della gorgone
per quanti la sognano
è la faccia dei mandanti

(Dall’«inchiesta in versi» Otto poeti per l’Italia malata pubblicata dal «Corriere della Sera» il 3 febbraio 1993)

Er testamento d’un arbero

Er testamento d’un arbero
(
Trilussa pseudonimo di Carlo Alberto Salustri Roma 26/10/1871 – Roma 21/12/1950)

Un Arbero d’un bosco
chiamò l’ucelli e fece testamento:
– Lascio li fiori ar mare,
lascio le foje ar vento,
li frutti ar sole e poi
tutti li semi a voi.
A voi, poveri ucelli,
perché me cantavate le canzone
ne la bella staggione.
E vojo che li stecchi,
quanno saranno secchi,
fàccino er foco pe’ li poverelli.
Però v’avviso che sur tronco mio
c’è un ramo che dev’esse ricordato
a la bontà dell’ommini e de Dio.
Perché quer ramo, semprice e modesto,
fu forte e generoso: e lo provò
er giorno che sostenne un omo onesto
quanno ce s’impiccò.

(Da: "Le storie")