Desiderata

Desiderata

(Max Ehrmann 1872-1945)

Và serenamente in mezzo al rumore e alla fretta
e ricorda quanta pace ci può essere nel silenzio.

Finché è possibile senza doverti arrendere conserva
i buoni rapporti con tutti.

Dì la tua verità con calma e chiarezza, e ascolta gli altri,
anche il noioso e l’ignorante, anch’essi hanno una loro storia da raccontare.
Evita le persone prepotenti e aggressive, esse sono un tormento per lo spirito.

Se ti paragoni agli altri, puoi diventare vanitoso e aspro,
perché sempre ci saranno persone superiori ed inferiori a te.

Rallegrati dei tuoi risultati come dei tuoi progetti.
Mantieniti interessato alla tua professione, benché umile;
è un vero tesoro rispetto alle vicende mutevoli del tempo.

Sii prudente nei tuoi affari, poiché il mondo è pieno di inganno.
Ma questo non ti impedisca di vedere quanto c’è di buono;
molte persone lottano per alti ideali, e dappertutto la vita è piena di eroismo.

Sii te stesso. Specialmente non fingere di amare.
E non essere cinico riguardo all’amore,
perché a dispetto di ogni aridità e disillusione esso è perenne come l’erba.

Accetta di buon grado l’insegnamento degli anni,
abbandonando riconoscente le cose della giovinezza.

Coltiva la forza d’animo per difenderti dall’improvvisa sfortuna.
Ma non angosciarti con fantasie.

Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di là di ogni salutare disciplina, sii delicato con te stesso.

Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle;
tu hai un preciso diritto ad essere qui.
E che ti sia chiaro o no, senza dubbio l’universo va schiudendosi come dovrebbe.

Perciò sta in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca,
e qualunque siano i tuoi travagli e le tue aspirazioni,
nella rumorosa confusione della vita conserva la tua pace con la tua anima.

Nonostante tutta la sua falsità, il duro lavoro e i sogni infranti,
questo è ancora un mondo meraviglioso. Sii prudente.

Fa di tutto per essere felice.

‘O culore d’e pparole

‘O culore d’e pparole (Il colore delle parole)

(Eduardo De Filippo 1900-1984)

 

 

Quant’è bello ‘o culore d’e pparole
e che festa addiventa nu foglietto,

nu piezzo ‘e carta –

nu’ importa si è stracciato

e po’ azzeccato –
e si è tutto ngialluto

p’ ‘a vecchiaia,
che fa?
che te ne mporta?

Addeventa na festa

si ‘e pparole

ca porta scritte
so’ state scigliute

a ssicond’ ‘o culore d’ ‘e pparole.
Tu liegge

e vide ‘o blù
vide ‘o cceleste
vide ‘o russagno

‘o vverde

‘o ppavunazzo,

te vene sotto all’uocchie ll’amaranto

si chillo c’ha scigliuto
canusceva

‘a faccia

‘a voce

e ll’uocchie ‘e nu tramonto.

Chillo ca sceglie,

si nun sceglie buono,

se mmescano ‘e culore d’ ‘e pparole.
E che succede?

Na mmescanfresca

‘e migliar’ ‘e parole,
tutte eguale

e d’ ‘o stesso culore:
grigio scuro.

Nun siente ‘o mare,

e ‘o mare parla,

dice.
Nun parla ‘o cielo,

e ‘o cielo è pparlatore.
‘A funtana nun mena.
‘O viento more.

Si sbatte nu balcone,

nun ‘o siente.
‘O friddo se cunfonne c’ ‘o calore

e ‘a gente parla cumme fosse muta.
E chisto è ‘o punto:

manco nu pittore

po’ scegliere ‘o culore d’ ‘e pparole.

 

 

Traduzione

 

Quant’è bello il colore delle parole,
e che festa diventa un foglietto,
un pezzo di carta –

non importa se è stracciato

e poi riattaccato –
e se è tutto ingiallito

per la vecchiaia,
che fa?
che te ne importa?

Diventa una festa,

se le parole

che porta scritte
sono state scelte

secondo il colore delle parole.
Tu leggi

e vedi il blu
vedi il celeste
vedi il rossiccio

il verde

il paonazzo,
ti viene sotto gli occhi l’amaranto

se chi ha scelto
conosceva

la faccia

la voce

e gli occhi di un tramonto.

Se chi sceglie,

non sceglie bene,

si mischiano i colori delle parole.
E che succede?
Una confusione

di migliaia di parole,
tutte uguali

e dello stesso colore:
grigio scuro.

Non senti il mare,

eppure il mare parla,

dice.
Non parla il cielo,

eppure il cielo è parlatore.
La fontana inaridisce.
Il vento muore.
Se sbatte un balcone,

non lo senti.
Il freddo si confonde con il calore

e la gente parla come fosse muta.
E questo è il problema:

nemmeno un pittore

può scegliere il colore delle parole.

 

Emilio ti ricordi

Emilio ti ricordi

(Joyce Lussu nata Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti Firenze, 8/5/1912 – Roma, 4/11/1998)

 

Emilio ti ricordi

quando ci siamo incontrati

la prima volta

in una casa svizzera linda e lustra

di cera e di tendine

e già la sera stavamo abbracciati

in un letto a una sola piazza

e poi tanti decenni di cose fatte insieme

e le assenze

i viaggi lunghi e brevi

tu partivi io partivo

ci mandavamo cartoline

fino all’incontro successivo

 

E a un certo punto sei partito

per un viaggio più lungo

un posto dove non ci sono uffici postali

per mandar cartoline

o negozi per comprare regali

ma i pensieri arrivano lo stesso

Che ne direbbe di questo? sarebbe contento?

Gli sembrerebbe fatto male?

 

Forse se usassi bene gli occhi

sotto le palpebre chiuse ti vedrei arrivare

da dietro gli archi e i sempreverdi

con un sorriso

affettuoso e divertito

per lo scherzo che hai fatto

di non mandare notizie

oppure prendo in mano un tuo libro

e lo do a un giovinetto

affinchè tu gli parli con le parole giuste

e attendo io la risposta

o anche ripeto qualche cosa che hai detto

prima di partire

e cade tanto a proposito

da sembrare inventata in quel momento stesso

 

Non c’è niente di buio e di definitivo

in questo tuo essere assente

e il mio non è un aspettare

ma nemmeno una perdita o una voragine

in cui non sei più

Perché sei

sei dentro tante cose

parole immagini idee sentimenti

aspirazioni stimoli movimenti

presenti

 

(da L’uomo dell’altipiano: riflessioni, testimonianze, memorie su Emilio Lussu, 2003)

Er grillo zoppo

Er grillo zoppo
(
Trilussa pseudonimo di Carlo Alberto Salustri Roma 26/10/1871 – Roma 21/12/1950)

– Ormai me reggo su ‘na cianca sola.
– diceva un Grillo – Quella che me manca
m’arimase attaccata a la cappiola.
Quanno m’accorsi d’esse priggioniero
col laccio ar piede, in mano a un regazzino,
nun c’ebbi che un pensiero:
de rivolà in giardino.
Er dolore fu granne… ma la stilla
de sangue che sortì da la ferita
brillò ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedirà
ogni goccia de sangue ch’è servita
pe’ scrive la parola Libbertà!

(Da: "Giove e le bestie")

 

 

Il grillo zoppo

 

– Ormai mi reggo su una zampa sola.
– diceva il grillo – Quella che mi manca

m’è rimasta attaccata alla trappola.
Quando mi accorsi d’essere prigioniero
col laccio al piede, in mano ad un ragazzino,
non ebbi che un pensiero:

di rivolare in giardino.
Il dolore fu grande… ma la stilla

di sangue che uscì dalla ferita
brillò nel sole come una favilla.
E forse un giorno Dio benedirà
ogni goccia di sangue che è servita
per scrivere la parola Libertà!

Alle fronde dei salici

Alle fronde dei salici
(Salvatore Quasimodo Modica, RG 20/8/1901 – Napoli 14/6/1968 – Premio Nobel per la letteratura 1959)

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

 

(da: “Giorno dopo giorno”, 1947)

La Resistenza e la sua luce

25/4/1945 – 65° ANNIVERSARIO DELLA RESISTENZA E DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE

La Resistenza e la sua luce
(Pier Paolo Pasolini Bologna 5/3/1922 – Ostia, Roma 2/11/1975)

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce…

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile…
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Sonetto XXIV

Sonetto XXIV

(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

 

Il mio occhio s’è fatto pittore ed ha tracciato
l’immagine tua bella sul quadro del mio cuore;
il mio corpo è cornice in cui è racchiusa,
prospettica, eccellente arte pittorica,

 

ché attraverso il pittore devi vederne l’arte
per trovar dove sia la tua autentica immagine dipinta,
custodita nella bottega del mio seno,
che ha gli occhi tuoi per vetri alle finestre.

 

Vedi ora come gli occhi si aiutino a vicenda:
i miei hanno tracciato la tua figura e i tuoi
son finestre al mio seno, per cui il Sole

 

gode affacciarsi ad ammirare te.
Però all’arte dell’occhio manca la miglior grazia:
ritrae quello che vede, ma non conosce il cuore.

 

Uomo del mio tempo

Uomo del mio tempo
(Salvatore Quasimodo Modica, RG 20/8/1901 – Napoli 14/6/1968 – Premio Nobel per la letteratura 1959)

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
"Andiamo ai campi". E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Roma

Roma

(Pietro Metastasio 1698-1782)

 

Madre comune
d’ogni popolo è Roma e nel suo grembo
accoglie ognun che brama
farsi parte di lei. Gli amici onora;
perdona a’ vinti; e con virtù sublime
gli oppressi esalta ed i superbi opprime.

Farò della mia anima

Farò della mia anima

(Khalil Gibran Bsharri, Libano 6/1/1883 – New York, USA 10/4/1931)

 

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene.
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l’eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.