Io sono l’unica il cui destino

Io sono l’unica il cui destino
(Emily Brontë Thornton, Regno Unito 30/7/1818 – Haworth, Regno Unito 19/12/1848)

Io sono l’unica il cui destino
lingua non indaga, occhio non piange;
non ho mai causato un cupo pensiero,
né un sorriso di gioia, da quando sono nata.

Tra piaceri segreti e lacrime segrete,
questa mutevole vita mi è sfuggita,
dopo diciott’anni ancora così solitaria
come nel giorno della mia nascita.

E vi furono tempi che non posso nascondere,
tempi in cui tutto ciò era terribile,
quando la mia triste anima perse il suo orgoglio
e desiderò qualcuno che l’amasse.

Ma ciò apparteneva ai primi ardori
di sentimenti poi repressi dal dolore;
e sono morti da così lungo tempo
che stento a credere siano mai esistiti.

Prima si dissolse la speranza giovanile,
poi svanì l’arcobaleno della fantasia;
infine l’esperienza mi insegnò che mai
crebbe in un cuore mortale la verità.

Era già amaro pensare che l’umanità
fosse insincera, sterile, servile;
ma peggio fu fidarmi della mia mente
e trovarvi la stessa corruzione.

Il tuo sorriso

Il tuo sorriso

(Pablo Neruda Parral, Cile 12/7/1904 – Santiago, Cile 23/9/1973 – Premio Nobel per la letteratura 1971)

 

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l’aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l’acqua che d’improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d’argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d’aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.

Amor mio, nell’ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d’improvviso
vedi che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.

Vicino al mare, d’autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.

Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell’isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi

e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l’aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.

 

Giornata della memoria

Un paio di scarpette rosse
(Joyce Lussu nata Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti Firenze, 8/5/1912 – Roma, 4/11/1998)


C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
"Schulze Monaco"

c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse della domenica
a Buchenwald

erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini

anche i suoi piedini
li possiamo immaginare

scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole

 

 

 


Auschwitz
(Francesco Guccini n. a Modena il 14/6/1940)

 

Son morto con altri cento, son morto ch' ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….

Ad Auschwitz c'era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d' inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà…

Creditori

Creditori

(Giovanni Raboni Milano, 22/1/1932 – Parma, 16/9/2004)

Cerchiamo di parlare
in due minuti, mentre qualcuno aggiusta
le tende alle finestre e gli amici
sono già per le scale. Sempre c’è
poco tempo quando dobbiamo fare
i conti con i morti. E così dico
a mia madre di aver pazienza – a lei
che vicina a morire, ancora
vuol sapere com’era la mia cena.

 

(da: “Io sempre a te ritorno. Poesie per la madre” 2001)

Prestiti fallaci

Prestiti fallaci

(Suzanne Alaywan n. a Beirut, Libano il 28/9/1974)

 

Qui tutto è preso in prestito

la parete e la finestra

le ombre del tetto

la porta ingannevole tra due vuoti

il mio nome e la lacrima della tua lampada.

I trentatré nomi di Dio

I trentatré nomi di Dio
(Marguerite Yourcenar Bruxelles, Belgio 8/6/1903 – Northeast Harbor, Maine, Usa 17/12/1987)

1.     Mare al mattino

 

2.     Rumore della sorgente nelle rocce sulle pareti di pietra

 

3.     Vento di mare a notte su un’isola

 

4.     Ape

 

5.     Volo triangolare dei cigni

 

6.     Agnello appena nato    
bell’ariete    
pecora.

 

7.     Il tenero muso della vacca      
il muso selvaggio del toro

 

8.     Il muso paziente del bue

 

9.     La fiamma rossa nel focolare.

 

10.    Il cammello zoppo che attraversò la grande città affollata andando verso la morte.

 

11.    L’erba  
L’odore dell’erba.

 

12.    (disegno suo, come tanti asterischi, stelline)

 

13.    La buona terra    
La sabbia e la cenere

 

14.    L’airone che ha atteso tutta la notte, intirizzito,

e che trova di che placare la sua fame all’aurora

 

15.    Il piccolo pesce che agonizza nella gola dell’airone

 

16.    La mano che entra in contatto con le cose

 

17.    La pelle – tutta la superficie del corpo

 

18.    Lo sguardo e quello che guarda

 

19.    Le nove porte della percezione

 

20.    Il torso umano

 

21.    Il suono di una viola o di un lauto indigeno

 

22.    Un sorso di una bevanda fredda o calda

 

23.    Il pane

 

24.    I fiori che spuntano dalla terra a primavera

 

25.    Sonno in un letto

 

26.    Un cieco che canta e un bambino invalido

 

27.    Cavallo che corre libero

 

28.    La donna dei cani

 

29.    I cammelli che si abbeverano con i loro piccoli nel difficile wadi

 

30.    Sole nascente sopra un lago ancora mezzo ghiacciato

 

31.    Il lampo silenzioso  
Il tuono fragoroso

 

32.    Il silenzio fra due amici

 

33.    La voce che viene da est, entra dall’orecchio destro e insegna un canto.

Bando

Bando
(Alda Merini Milano 21/3/1931 – Milano 1/11/2009)

Se l’Italia fosse meno generosa con i suoi figli degeneri, se smettesse di coccolarsi nell’auspicio della propria generosità e se non ne facesse una costante bandiera che con il tempo diventerà irrisoria, noi oggi non saremmo vittime della delinquenza che si attarda con calcolo maniacale sui giovani, sulle vedove, sulla gente sola, sui pensionati confiscandone i sacrosanti diritti alla vita. Ricordiamo le prodigiose corna del cervo molto belle a vedersi ma che non scamparono la bestia dall’eccidio.
Col tempo le corna degli italiani diventeranno degli autentici bersagli sopra cui la mafia appenderà i suoi miserevoli panni.

(da: “Un’anima indocile – parole e poesie” 2006)

Canzone d’amore

Canzone d’amore
(Hermann Hesse Calw, Germania 2/7/1877 – Montagnola, Svizzera 9/8/1962 – Premio Nobel per la letteratura 1946)

Per dire cos’hai fatto
di me, non ho parole.
cerco solo la notte
fuggo davanti al sole.
La notte mi par d’oro
più di ogni sole al mondo,
sogno allora una bella
donna dal capo biondo.
Sogno le dolci cose,
che il tuo sguardo annunciava,
remoto paradiso
di canti risuonava.
Guarda a lungo la notte
e una nube veloce –
per dire cos’ hai fatto
di me, non ho la voce.