Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere

Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere
(Giacomo Leopardi Recanati, MC 29/6/1798 – Napoli 14/6/1837)

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là? Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

(da: “Operette morali” – Composto nel 1832)

What A Wonderful World – Che Mondo Meraviglioso

What A Wonderful World
(
Louis Armstrong New Orleans, Louisiana, USA 4/8/1901 – New York, USA 6/7/1971)

I see trees of green, red roses too
I see them bloom for me and you
And I think to myself, what a wonderful world

I see skies of blue and clouds of white
The bright blessed day, the dark sacred night
And I think to myself, what a wonderful world

The colours of the rainbow, so pretty in the sky
Are also on the faces of people going by
I see friends shakin’ hands, sayin’ How do you do?
They’re really saying I love you

I hear babies cryin’, I watch them grow
They’ll learn much more than I’ll ever know
And I think to myself, what a wonderful world
Yes, I think to myself, what a wonderful world

Che Mondo Meraviglioso

Vedo alberi verdi, anche rose rosse
Le vedo sbocciare per me e per te
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso

Vedo cieli blu e nuvole bianche
Il benedetto giorno luminoso, la sacra notte scura
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso

I colori dell’arcobaleno, così belli nel cielo
Sono anche nelle facce della gente che passa
Vedo amici stringersi la mano, chiedendo "come va?"
Stanno davvero dicendo "Ti amo"

Sento bambini che piangono, li vedo crescere
Impareranno molto più di quanto io saprò mai
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso
Sì, fra me e me penso, che mondo meraviglioso

E’ Natale

 

E’ Natale
(
Madre Teresa di Calcutta al secolo Anjeza Gonxhe Bojaxhiu
Skopje, Macedonia 26/8/1910 – Calcutta, India 5/9/1997
Premio Nobel per la pace 1979)

E’ Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.

E’ Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.

E’ Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi ai margini della società.

E’ Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.

E’ Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.

E’ Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.

Seguimi

Seguimi
(Nada al-Hajj n. in Libano nel 1958)

Signore, di quante risate e lacrime
singhiozzi e tremori
hai bisogno
per poter migliorare?
Devo forse levarti al cielo come le preghiere e l’incenso
consumarti come le candele
raccoglierti come le stelle
trasformarti in inchiostro su carta
e trasformarti in un santo, un profeta, un Dio
negli inni e nei miti della passione?

Ascolta la mia voce quando sono in silenzio
osserva il mio profilo mentre mi allontano
seguimi nel luogo che sono riuscita o non sono riuscita a raggiungere.
Dall’amore più profondo a quello più estremo
seguimi non so dove
ma seguimi!
Lascia che le perle di pioggia ti irrighino
e che il mio Dio ti protegga!
Seguimi e guardati nel profondo,
scomparirò da qui
per ricomparire altrove come una meteora.

Invoco tutta la poesia della terra
disegno per te sulle pagine della passione
un signore,
ti proteggo…
perché tu crei sogni
ti dipingo, con colori inimmaginabili
chiamo fate e dei da tutte le fiabe
affinché diffondano su di te il loro manto di fantasia.
Ti cancello con una tiepida lacrima o una risata beffarda
per seminarti ancora, spighe di grano nelle mie mani.

Vivi dentro di me
respira la vita nella mia anima
avvolgimi in una culla di luna
e pronuncia perle di mare nel mio cuore.
Il mare non è più il solo a sedurmi
il cielo non è più il mio unico rifugio
la passione per le melodie non è più la mia unica confidente
nulla, null’altro
se non scriverti
in proporzione al mio amore!

(da "Non ho peccato abbastanza", antologia di poetesse arabe contemporanee)

Sonetto CXLI

Sonetto CXLI

(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

 

In verità, io non ti amo coi miei occhi,
perché essi non vedono in te un mucchio di difetti;
ma è il mio cuore che ama quel che loro disprezzano
e, apparenze a parte, ne gode alla follia.

 

Né i miei orecchi delizia il timbro della tua voce,
né la mia sensibilità è incline a vili tocchi,
né il mio gusto e l’olfatto bramano l’invito
al banchetto dei sensi con te soltanto.

 

Ma né i miei cinque spiriti, né i miei cinque sensi
possono dissuadere questo mio sciocco cuore dal tuo servizio,
avendo ormai perso ogni sembianza umana,

 

ridotto ormai a schiavo e misero vassallo del tuo superbo cuore.
Solo per questo io considero la mia peste un bene:
che chi mi fa peccare, m’infligga pure la penitenza.


Lamento per il sud

Lamento per il sud
(
Salvatore Quasimodo Modica, RG 20/8/1901 – Napoli 14/6/1968 – Premio Nobel per la letteratura 1959)

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

 

 

 

Lucinda Matlock

Lucinda Matlock

(Edgar Lee Masters Garnett, Usa 23/8/1868 – Melrose, Usa 5/3/1950

 

Andavo a ballare a Chandlerville,

e giocavo alle carte a Winchester.

Una volta cambiammo compagni

ritornando in carrozza sotto la luna di giugno,

e così conobbi Davis.

Ci sposammo e vivemmo insieme settant'anni,

stando allegri, lavorando, crescendo dodici figli,

otto dei quali ci morirono,

prima che avessi sessant'anni.

Filavo, tessevo, curavo la casa, vegliavo i malati,

curavo il giardino e alla festa

andavo a spasso per i campi dove cantavano le allodole

e lungo lo Spoon River raccogliendo tante conchiglie

e tanti fiori e tante erbe medicinali…

gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.

A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto

e passai a un dolce riposo.

Cos'é questo che sento di dolori e stanchezza

e ira, scontento e speranze fallite?

Figli e figlie degeneri,

la Vita é troppo forte per voi…

ci vuole vita per amare la Vita.

 

(da Antologia di Spoon River 1916)

Non gridate più

Non gridate più
(
Giuseppe Ungaretti Alessandria d’Egitto 8/2/1888 – Milano 1/6/1970)

Cessate d’uccidere i morti,
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

(da: Vita d’un uomo)

Er caffettiere filosofo

Er caffettiere filosofo
(Giuseppe Gioachino Belli Roma 7/9/1791 – Roma 21/12/1863)

L’ommini de sto monno sò l’istesso
Che vaghi de caffè ner macinino:
C’uno prima, uno doppo, e un’antro appresso,
Tutti quanti però vanno a un distino.

Spesso muteno sito, e caccia spesso
Er vago grosso er vago piccinino,
E ss’incarzeno tutti in zu l’ingresso
Der ferro che li sfraggne in porverino.

E l’ommini accusì viveno ar monno
Misticati pe mano de la sorte
Che sse li gira tutti in tonno in tonno;

E movennose oggnuno, o ppiano, o fforte,
Senza capillo mai caleno a fonno
Pe cascà ne la gola de la morte.

1833

Il caffettiere filosofo

Gli uomini di questo mondo sono come
I grani di caffè nel macinino:
Prima uno, uno dopo, un’altro dietro,
Tutti vanno però verso il medesimo destino.

Spesso cambiano luogo, e spesso
Il grano grande scaccia il grano piccolo,
E si incalzano tutti sull’ingresso
Del ferro che li sfrange in polvere.

E gli uomini così vivono al mondo
Mescolati per mano della sorte,
Che li fa girare tutti in tondo.

E muovendosi ognuno lento o veloce,
Senza mai rendersi conto calano sul fondo
Per cadere nella gola della morte.

A Donna Rosa

A Donna Rosa

(Roberto Benigni n. a Manciano La Misericordia, AR 27/10/1952)

 

Se quella notte, per divin consiglio,
la Donna Rosa, concependo Silvio,
avesse dato a un uomo di Milano
invece della figa il deretano
l’avrebbe preso in culo quella sera
sol Donna Rosa e non l’Italia intera.