Povera che dorme entro giornali

Povera che dorme entro giornali
(David Maria Turoldo Coderno, UD 22/11/1916 – Milano 6/2/1992)

Strade accaldate
case senz’ombra
prostrate sotto il sole che strapiomba.

Ma io devo andare
anche se ho le scarpe consumate
e gli occhi estenuati di guardare
volti disfatti.

C’è una povera in Via Ciovasso
che non può più camminare,
da un anno non la bacia il sole
e dorme entro giornali
e nessuno di quelli che stanno
ai piani di sopra
ha tempo di scendere a salutare,
nessuno di quelli in alto.

Per lei è di troppo
un po’ di scatole per guanciale
e stare
nel cuore di Milano.

da "L’Uomo" (n. 34 del 1° maggio 1946)

Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo

Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo

(Carlo Betocchi Torino 23/1/1899 – Bordighera, IM 25/5/1986)

 

Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo
anche di queste rondini che il volo
intrecciano, pericolosamente,
come chi va cercando nella mente

qualche nome perduto… e il ritrovarlo
nemmeno conta, poiché ormai è già sera.
Eh sì! s’invecchia, e ritorna più vera
la vita che già fu, rosa da un tarlo…

un tarlo che la monda. E vien la sera.
E i pensieri s’intrecciano, e le rondini.
E non siamo più noi; siamo i profondi
cieli dell’esistenza, ahi come intera

e profondissima, cupa, nel suo indaco.

 

(Da “L’estate di San Martino” )

 

 

 

 

Dedicata a Utente: jouy jouy

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola
(
Eugenio Montale Genova 12/10/1896 – Milano 12/9/1981 – Premio Nobel per la letteratura 1975)

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

 

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

 

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

 

 

 

(da “Ossi di seppia” 1925)

Io sono verticale

Io sono verticale
(
Sylvia Plath Boston, Massachusetts, USA 27/10/1932 – Londra, Regno Unito 11/2/1963 – Premio Pulitzer per la poesia 1982)

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con la radice nel suolo
che succhia minerali e amore materno

per poter brillare di foglie ogni marzo,
e nemmeno sono la bella di un’aiola
che attira la sua parte di Ooh, dipinta di colori stupendi,

ignara di dover presto sfiorire.

In confronto a me, un albero è immortale

e la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,

e a me manca la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra.

Questa notte, sotto l’infinitesima luce delle stelle,
alberi e fiori vanno spargendo i loro freschi profumi.

Cammino in mezzo a loro, ma nessuno mi nota.
A volte penso che è quando dormo
che assomiglio loro più perfettamente–
i pensieri offuscati.
L’essere distesa mi è più naturale.
Allora c’è aperto colloquio tra il cielo e me
e sarò utile quando sarò distesa per sempre:
forse allora gli alberi mi toccheranno, e i fiori avranno tempo per me.

28 marzo 1961

(Da "Attraversando l’acqua")

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Il muro

Il muro
(Reiner Kunze n. a Oelsnitz/Erzgeb, Sassonia, Germania il 16/8/1933)

Quando l’abbiamo abbattuto non immaginavamo

quanto fosse alto

dentro di noi

 

C’eravamo abituati

al suo orizzonte

 

E all’assenza di vento

 

Alla sua ombra nessuno

gettava ombra

 

E ora siamo qui

spogli di giustificazioni

 

 

(da “Nuovi poeti tedeschi” 1994)

 

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Rime, XXVI

Rime, XXVI
(Gaspara Stampa Padova 1523 – Venezia 1554)

Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto;
piangerò, arderò, canterò sempre
(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre
a l’ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto)
la bellezza, il valor e ‘l senno a canto,
che ‘n vaghe, sagge ed onorate tempre
Amor, natura e studio par che tempre
nel volto, petto e cor del lume santo:
che, quando viene, e quando parte il sole,
la notte e ‘l giorno ognor, la state e ‘l verno,
tenebre e luce darmi e tormi suole,
tanto con l’occhio fuor, con l’occhio interno,
agli atti suoi, ai modi, a le parole,
splendor, dolcezza e grazia ivi discerno.

 

Frammento 128

Frammento 128
(Archiloco Paro, Grecia 680 a.C. circa – 645 a.C. circa)

Cuore, mio cuore, straziato da pene che paiono insanabili
risollèvati e difenditi dai nemici; fallo a viso aperto,
fronteggiando senza paura i tranelli di chi ti è ostile.
Non farti vanto di vittoria e non deprimerti se sconfitto;
gioisci per ciò che ti allieta e senza eccesso rattristati per i rovesci.
Comprendi, finalmente, l’armonia che sta alla base della vita.

All’amata

All’amata
(Saffo Ereso, Isola di Lesbo, Grecia 640 a.C. circa – Leucade, Grecia 570 a.C. circa)

Donna, beato, uguale,
Parmi a un Dio quel mortale
Che ti siede di fronte, e, a te ristretto,
Soavemente favellar ti sente,
Sorridere ti mira amabilmente.

Com’io ti vidi, in petto
Attonito, distretto
Sentimi il cor; com’io ti vidi, spenta
Mancò la voce nella gola; ratto
La lingua a me fiaccavasi, e di tratto

Serpeggiando una fiamma
Sottile, i membri infiamma;
Fugge dagli occhi la veduta; ingombra
Le orecchie un zufolio; ghiaccio un sudore
Discorre, e tutta m’occupa un tremore:

Per ch’io com’erba imbianco,
E per poco io non manco,
E fuor di vita appajo. Or ogni ardita
Opra tentar vogl’io, poi che mendica…