Tre streghine

Tre streghine
(
Gyo Fujikawa 3/11/1908 – 26/11/1998)

Tre buffe, piccole streghe
in un campo di zucche giocavano,
tre buffe, piccole streghe
sotto la luna danzavano.
Una portava un nero cappellino,
una accarezzava il suo gattino,
una scalpicciava allegramente
e tutte e tre cantavano dolcemente.

Dedicata a Utente: Babaijaga Babaijaga

Baba Jaga (o Baba Yaga) è un personaggio della mitologia slava, in particolare di quella della Russia, e la figura immaginaria di un personaggio fiabesco.
Nei racconti russi, impersona una vecchia strega che si sposta volando su un mortaio, utilizzando il pestello come timone e che cancella i sentieri nei boschi con una scopa di betulla d’argento.
Vive in una capanna sopraelevata che poggia su due zampe di gallina, servita dai suoi servi invisibili. Il buco della serratura del portello anteriore è costituito da una bocca riempita di denti taglienti; le mura esterne sono fatte di ossa umane. In una variante della leggenda, la casa non rivela la posizione della porta finché non viene pronunciata una frase magica.
Baba Jaga a volte è indicata come cattiva e a volte come fonte di consiglio; ci sono storie in cui la si vede aiutare le persone nelle loro ricerche e storie in cui rapisce i bambini per mangiarli. Cercare il suo aiuto è solitamente un’azione pericolosa e sono assolutamente necessarie preparazione e purezza dello spirito.
La Baba Jaga del folklore polacco differisce leggermente; una delle differenze è che la casa ha soltanto una zampa di gallina. Inoltre le streghe dispettose che vivono nelle case di pan di zenzero sono comunemente chiamate Baba Jaga. Nella fiaba La piuma di Finist il Falco, l’eroe, viene a contatto con tre Baba Jaga.
Tali figure sono solitamente benevole e danno all’eroe consigli o strumenti magici.

(Da Wikipedia)

Glykipikros Eros

Glykipikros Eros

(Oscar Wilde Dublino, Irlanda 16/10/1854 – Parigi, Francia 30/11/1900)

 

Amore, non t'incolpo, poiché la colpa fu mia, non fossi stato di creta comune,
Avrei scalato le altezze somme, inviolate tuttora, visto l'aria più piena, il giorno più ampio.
Dalla ferocia della mia passione sprecata avrei tratto un canto migliore, più limpido,
Acceso una luce più luminosa di più libera libertà, combattuto ingiustizie dalla testa d'Idra.
Se le mie labbra avessero avuto il dono della musica dai baci pungenti che le fecero sanguinare,
Tu avresti camminato con Beatrice e gli angeli su quel prato verde e smalto.

 

Avrei percorso la strada sulla quale Dante vide rifulgere i soli di sette cerchi,
Sì! Forse avrei visto aprirsi i cieli, come si aprirono al Fiorentino.
E le potenti nazioni avrebbero incoronato me, che ora sono senza corona e senza nome,
E un'alba d'oriente mi avrebbe trovato genuflesso sulla soglia della Casa della Fama.
Mi ero seduto in quel circolo marmoreo dove il bardo più vecchio è come il giovane
E la zampogna versa eternamente miele, e le corde della lira sono tese in eterno.

 

Keats avrebbe sollevato le sue chiome imenee dal vino di semi di papavero,
Con bocca di ambrosia mi avrebbe baciato in fronte, la mia mano avrebbe serrato con la mano del nobile amore.
E a primavera, quando i germogli del melo sfiorano il seno lucido della colomba,
Due giovani amanti distesi in un frutteto avrebbero letto la storia del nostro amore.
Avrebbero letto la leggenda della mia passione, conosciuto l'amaro segreto del mio cuore,
Si sarebbero baciati come ci siamo baciati noi, ma non separati come ora è destino che ci separiamo.

 

Poiché il fiore cremisi della nostra vita è divorato dal verme della verità
E nessuna mano può raccogliere i petali caduti e secchi della rosa della giovinezza.
Pure non rimpiango di averti amato – ah! Che altro avrei dovuto fare io, un ragazzo –
Poiché i famelici denti del tempo sbranano, e gli anni dai piedi silenziosi inseguono.
Senza timone, andiamo alla deriva nella tempesta, e una volta passato il fortunale della gioventù,
Senza lira, senza liuto o coro, la Morte, pilota silenzioso, finalmente viene.

 

E nella tomba non c'è piacere, poiché la cecilia si pasce della radice,
E il desiderio diventa rabbrividendo cenere, e l'albero della passione non dà frutti.
Ah! Cos'altro avrei dovuto fare se non amarti, la madre stessa di Dio mi era meno cara,
E meno cara la Citerea che si levava come un giglio d'argento dal mare.
Ho fatto la mia scelta, ho vissuto i miei carmi, e anche se la gioventù è sparita in sogni sprecati,
Ho trovato la corona di mirto dell'amante migliore di quella d'alloro del poeta.

Solo una mano d’angelo – Canzone per Alda Merini

Solo una mano d’angelo

(Alda Merini n. a Milano il 21/3/1931)

 

Solo un mano d’angelo

intatta di sé, del suo amore per sé,

potrebbe

offrirmi la concavità del suo palmo

perché vi riversi il mio pianto.

La mano dell’uomo vivente

è troppo impigliata nei fili dell’oggi e dell’ieri,

è troppo ricolma di vita e di plasma di vita!

Non potrà mai la mano dell’uomo mondarsi

per il tranquillo pianto del proprio fratello!

E dunque, soltanto una mano di angelo bianco
dalle 
lontane radici nutrite d’eterno e d’immenso
potrebbe filtrare serena le confessioni dell’uomo
senza vibrarne sul fondo in un cenno di viva ripulsa.

Canzone Per Alda Merini

(Roberto Vecchioni n. a Carate Brianza, MB 25/6/1943)

Noi qui dentro si vive in un lungo letargo,
si vive afferrandosi a qualunque sguardo,
contandosi i pezzi lasciati là fuori,
che sono i suoi lividi, che sono i miei fiori.
Io non scrivo più niente, mi legano i polsi,
ora l’unico tempo è nel tempo che colsi:
qui dentro il dolore è un ospite usuale,
ma l’amore che manca è l’amore che fa male.
Ogni uomo della vita mia
era il verso di una poesia
perduto, straziato, raccolto, abbracciato;
ogni amore della vita mia
ogni amore della vita mia
è cielo è voragine,
è terra che mangio
per vivere ancora

Dalla casa dei pazzi, da una nebbia lontana,
com’è dolce il ricordo di Dino Campana;
perché basta anche un niente per essere felici,
basta vivere come le cose che dici,
e divederti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.

Cosa non si fa per vivere,
cosa non si fa per vivere,
guarda… Io sto vivendo;
cosa mi è costato vivere?
Cosa l’ho pagato vivere?
Figli, colpi di vento…
La mia bocca vuole vivere!
La mia mano vuole vivere!
Ora, in questo momento!
Il mio corpo vuole vivere!
La mia vita vuole vivere!
Amo, ti amo, ti sento!

Ogni uomo della vita mia
era il verso di una poesia
perduto, straziato, raccolto, abbracciato;
ogni amore della vita mia
ogni amore della vita mia
è cielo è voragine,
è terra che mangio
per vivere ancora

 

Dedicata a:  Utente: manodiangelo manodiangelo e Utente: aironedistelle aironedistelle

Per quanto puoi

Per quanto puoi
(Konstantinos Kavafis Alessandria d’Egitto 29/4/1863 – Alessandria d’Egitto 29/4/1933)

E se non puoi la vita che vorresti,
almeno questo tenta
per quanto puoi: non la umiliare
con i troppi contatti con la gente,
con i troppi gesti e discorsi.

Non la umiliare portandola
troppo in giro, esponendola
alla stupidità quotidiana
dei rapporti e degli incontri,
finché divenga come un’estranea, fastidiosa.

Ardente meriggio nei prati

Ardente meriggio nei prati
(
Sylvia Plath Boston, Massachusetts, USA 27/10/1932 – Londra, Regno Unito 11/2/1963 – Premio Pulitzer per la poesia 1982)

Ardente meriggio nei prati. I ranuncoli
esplodono e si fondono, e gli amanti
passano, e passano.
Sono neri e piatti come ombre.
Bello non avere legami, io sono
solitaria come l’erba. Che cosa mi manca?
Qualunque cosa sia, la troverò?

I cigni se ne sono andati, ma il fiume
ricorda come erano bianchi.
Cerca di inseguirli con le sue luci.
Incontra la loro forma in una nuvola.
Che cos’è quell’uccello che piange
con tanto dolore nella voce?
Sono giovane come sempre, dice.
Che cosa, che cosa mi manca?

Nuda – Sonetto XXVII

Nuda – Sonetto XXVII

(Pablo Neruda Parral, Cile 12/7/1904 – Santiago, Cile 23/9/1973 – Premio Nobel per la letteratura 1971)

 

Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,
hai linee di luna, strade di mela,
nuda sei sottile come il grano nudo.

 

Nuda sei azzurra come la notte a Cuba,
hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli,
nuda sei enorme e gialla
come l’estate in una chiesa d’oro.

 

Nuda sei piccola come una delle tue unghie,
curva, sottile, rosea finché nasce il giorno
e t’addentri nel sotterraneo del mondo.

 

come in una lunga galleria di vestiti e di lavori:
la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia
e di nuovo torna a essere una mano nuda.

Nudo di donna in posa

Nudo di donna in posa
(Carol Ann Duffy n. a Glasgow, Regno Unito 23/12/1955)

Sei ore così per pochi franchi.
Ventre tette culo alla luce della finestra,
mi succhia via il colore. Ancora un po’ a destra,
Madame. E prova a star ferma.
Sarò rappresentata analiticamente e appesa
in musei importanti. I borghesi rimarranno di stucco
davanti a un’immagine così di una puttana di fiume. La chiamano Arte.

Sarà. Lui si preoccupa del volume, dello spazio.
Io, del prossimo pasto. Stai dimagrendo,
Madame, così non va bene. I miei seni sono
un po’ calati, lo studio è freddo. Nei fondi del tè
vedo la Regina d’Inghilterra che osserva
le mie forme. Magnifica, mormora
passando oltre. Mi viene da ridere. Lui si chiama

Georges.* Mi dicono che sia un genio.
Certe volte non riesce a concentrarsi
e si indurisce al mio calore.
Mi possiede sulla tela mentre affonda il pennello
più volte nei pastelli. Che piccolo uomo,
non hai i soldi per le arti che vendo io.
Tutti e due poveri, ci guadagniamo il pane come possiamo.

Gli chiedo Perché lo fai? Perché
devo. Non c’è altra scelta. Basta chiacchiere.
Il mio sorriso lo confonde. Questi artisti
si prendono troppo sul serio. Di notte mi sazio
di vino e ballo attorno alle sbarre. Quando è finito
me lo mostra orgoglioso, s’accende una sigaretta. Dico
Dodici franchi e prendo lo scialle. Non sembro neppure io.

*Riferimento al pittore cubista francese Georges Braque (1882-1963)

Noi non ci bagneremo

Noi non ci bagneremo
(Rocco Scotellaro Tricarico, MT 19/4/1923 – Portici, NA 15/12/1953)

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.

(da: Margherite e rosolacci 1978)

Imagine

Imagine

(John Lennon Liverpool, Regno Unito 9/10/1940 – New York, USA 8/12/1980)

 

Immagina

 

Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva al presente… 

Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace…

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno

Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
condividere il mondo intero…

 

Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno

 

 

 

 

 

Imagine
 

Imagine there's no heaven
It's easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today… 

Imagine there's no countries
It isn't hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace… 

You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will be as one 

Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world… 

You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will live as one

 

(1971)

Non respingere i sogni perché sono sogni

Non respingere i sogni perché sono sogni
(Pedro Salinas Madrid, Spagna 27/11/1891 – Boston, Usa 4/12/1951)

Non respingere i sogni perché sono sogni.
Tutti i sogni possono
essere realtà, se il sogno non finisce.
La realtà è un sogno. Se sogniamo
che la pietra è pietra, questo è la pietra.
Ciò che scorre nei fiumi non è acqua,
è un sognare, l’acqua, cristallina.
La realtà traveste
il sogno, e dice:
"Io sono il sole, i cieli, l’amore".
Ma mai si dilegua, mai passa,
se fingiamo di credere che è più che un sogno.
E viviamo sognandola. Sognare
è il mezzo che l’anima ha
perché non le fugga mai
ciò che fuggirebbe se smettessimo
di sognare che è realtà ciò che non esiste.
Muore solo
un amore che ha smesso di essere sognato
fatto materia e che si cerca sulla terra.

 

 

(da: Largo lamento)